Sulla soggezione degli Atenei alle disposizioni del Codice del Consumo


Con sentenza del 22 novembre 2021, n. 11999, il TAR Lazio, Sez. I, ha chiarito che “l’Unicusano, quale università privata che richiede il pagamento di una iscrizione annuale per accedere ai corsi di insegnamento, svolge una attività commerciale rilevante ai fini del Codice del Consumo, rientrando pienamente nella definizione di “professionista” contenuta nel Codice” all’art. 18, lett. b), del d.lgs. n. 206/2005.

Nel caso in esame, in particolare, tale Ateneo aveva impugnato il provvedimento sanzionatorio irrogato dall’AGCM, in relazione a condotte poste in essere nell’ambito dell’offerta formativa attraverso il sito web www.unicusano.it, consistenti nella frapposizione di ostacoli all’esercizio del diritto di recesso, che risultava subordinato a due condizioni: da un lato, il rispetto di un termine particolarmente stringente; dall’altro, l’avvenuto pagamento, da parte dello studente moroso, dei debiti accumulati e delle quote di iscrizione agli anni successivi rinnovate automaticamente.

A fronte della tesi dell’Ateneo, che contestava  l’applicabilità  del Codice del Consumo, deducendo che alle università dovevano applicarsi discipline speciali che escludevano la sanzionabilità delle condotte sotto il profilo consumeristico, il Collegio ha invece ritenuto che la nozione di “professionista” ai sensi del Codice del Consumo “deve essere intesa in senso ampio, essendo sufficiente che la condotta venga posta in essere nel quadro di una attività di impresa finalizzata alla promozione e/o alla commercializzazione di un prodotto o servizio. In tal senso, per “professionista” autore della pratica commerciale deve intendersi chiunque abbia un’oggettiva cointeressenza diretta ed immediata alla realizzazione della pratica commerciale medesima (T.A.R. Lazio, Roma, sez. I, 3.6.2019, n. 7122; Cons. Stato, VI, 22 luglio 2014, n. 3897). Ciò che conta, in definitiva, è che si tratti di una attività deputata allo scambio di beni o servizi, esercitata in maniera “ordinaria”, svolta con continuità, mediante una organizzazione tendenzialmente stabile, e nel rispetto, ove esistente, della normativa di settore, oltre che degli obblighi contabili e fiscali. La natura pubblica, o privata ma esercente un pubblico servizio, del soggetto che opera con strumenti privatistici nei confronti dei consumatori non osta alla sua qualifica in termini di “professionista”, posto che risulta dirimente la sostanza dell’attività esercitata. Pertanto l’attività svolta dalla ricorrente è senz’altro suscettibile di rientrare in tale ambito. Così come rientra senz’altro nella nozione di “consumatore”, ai sensi dell’art. 18, comma 1, lett. a), cod. cons., lo studente che si iscrive all’università telematica, corrisponde una somma di denaro a titolo di “tassa” per la fruizione dei servizi didattici e gode dei servizi medesimi“.

Sulla base di tale affermazione, il Collegio ha ripreso le considerazioni dell’AGCM nell’evidenziare l’indubbio effetto ostativo rispetto all’esercizio del recesso, ravvisando nella fattispecie una pratica commerciale aggressiva in considerazione dell’ostacolo posto alla liberazione dal vincolo negoziale.

Leggi il testo completo: TAR Lazio, Sez. I, 22 novembre 2021, n. 11999