La Consulta ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 68, comma 3 del D.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3, in riferimento all’art. 3 della Costituzione


Con sentenza del 3 marzo 2021, n. 28, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 68, comma 3 del D.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3 (Testo unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato), in riferimento all’art. 3 della Costituzione, nella parte in cui, per il caso di gravi patologie che richiedano terapie temporaneamente e/o parzialmente invalidanti, non esclude, dal computo dei consentiti diciotto mesi di assenza per malattia, i giorni di ricovero ospedaliero o di day hospital e quelli di assenza dovuti alle conseguenze certificate delle terapie.

In particolare, la questione era stata sollevata dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana in una causa relativa all’assenza per malattia di una ricercatrice universitaria. Nella ricostruzione del giudice a quo, infatti, il periodo di assenza per malattia, nel pubblico impiego non privatizzato applicabile al caso di specie, è disciplinato dall’art. 68, comma 3 del d.P.R. n. 3 del 1957, che prevedono un periodo massimo di assenza continuata pari a 18 mesi, e un periodo massimo cumulato di assenza per malattia e per motivi di famiglia, pari a 2 e mezzo nel quinquennio, senza escludere dal computo i “giorni di ricovero ospedaliero o di day hospital e quelli di assenza dovuti alle conseguenze certificate delle terapie”, diversamente da quanto previsto per l’impiego pubblico contrattualizzato, ai sensi dell’art. 35, comma 14 del CCNL relativo al personale del comparto Università per il quadriennio normativo 2006-2009 e il biennio economico 2006-2007. Tale disposizione, pertanto, contrasterebbe con l’art. 3 della Costituzione, in quanto, da un lato, creerebbe una disparità di trattamento tra le due categorie di dipendenti pubblici, dall’altro, sarebbe irragionevole, in quanto, sebbene intenda garantire il diritto alla conservazione del posto di lavoro rispetto alle assenze per malattia, non terrebbe conto delle situazioni derivanti dalle moderne terapie salvavita, caratterizzate dalla obiettiva impossibilità di adempiere ai doveri d’ufficio.

La Corte Costituzionale, analizzando tale censura, da una parte, ha negato la disparità di trattamento fra le due categorie di dipendenti pubblici, sul presupposto che i due tipi di rapporto di lavoro presentano caratteristiche strutturali diverse e non sono assimilabili; dall’altra parte, tuttavia, ha ritenuto che “il mancato riconoscimento del periodo di comporto manifesta una intrinseca irrazionalità che lo rende costituzionalmente illegittimo per violazione, sotto questo diverso profilo, dell’art. 3 Cost. […]. Esso infatti è la manifestazione di un ritardo storico del legislatore rispetto alla contrattazione collettiva. Quest’ultima (il CCNL del comparto Università non è isolato al riguardo), con la sua naturale dinamicità, è stata in grado di tener conto del progressivo sviluppo dei protocolli di cura per le gravi patologie, e in particolare delle cosiddette terapie salvavita con i loro pesanti effetti invalidanti; ciò, al contrario, non è avvenuto per la disciplina normativa, che, risalente ad anni ormai lontani, non è più adeguata al contesto attuale, caratterizzato […] dalla profonda evoluzione delle terapie. Né può affermarsi, come prospettato dalla difesa dello Stato, che i princìpi di cui agli artt. 9 e 33 Cost., trattandosi, nel caso di specie, di personale docente universitario, impedirebbero una così prolungata assenza dal servizio. È vero, infatti, che i valori protetti da questi articoli sono meritevoli della massima considerazione, ma non possono costituire un ostacolo alla stabilità del rapporto di lavoro“.

Leggi il testo completo: Corte Costituzionale, 3 marzo 2021, n. 28