Incarichi dei professori nelle ASL, rapporto di lavoro e riparto di giurisdizione. Nuovi e ulteriori chiarimenti


Con due sentenze ravvicinate del TAR Lazio, pubblicate rispettivamente il 29 dicembre 2021 dalla Sezione III-bis (n. 13609) e il 7 gennaio 2022 dalla Sezione III (n. 103) il giudice amministrativo ha avuto modo di precisare la “latitudine” della propria giurisdizione, con riferimento allo specifico caso dei rapporti che legano i professori e ricercatori universitari agli incarichi assistenziali nelle ASL.

Con la prima sentenza (13609/2021), il giudicante ha rammentato che costituisce principio ormai consolidato che ogni controversia avente per oggetto il rapporto lavorativo del personale universitario con l’azienda Sanitaria appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario, poiché l’art. 5, comma 2, D.Lgs. n. 517/1999 distingue il rapporto di lavoro dei professori e ricercatori con l’università da quello instaurato dagli stessi con l’azienda ospedaliera. La stessa norma dispone che, sia per l’esercizio dell’attività assistenziale, sia per il rapporto con le aziende, si applichino le norme stabilite per il personale del servizio sanitario nazionale, con la conseguenza che, quando la parte datoriale si identifichi nell’azienda Sanitaria, la qualifica di professore universitario funge da mero presupposto del rapporto lavorativo e l’attività svolta si inserisce nei fini istituzionali e nell’organizzazione dell’azienda, determinandosi perciò l’operatività del principio generale di cui all’art. 63, comma 1, D.Lgs. n. 165/2001, che sottopone al giudice ordinario le controversie dei dipendenti delle aziende e degli enti del servizio sanitario nazionale.

Ciò in quanto, ai sensi dell’art. 63, comma 4, del D.Lgs. n. 165 del 2001, sono attratte alla giurisdizione del giudice amministrativo le controversie che riguardano direttamente il rapporto di lavoro del professore con l’Università, mentre restano devolute alla giurisdizione del giudice ordinario le controversie riguardanti sia l’esercizio dell’attività assistenziale svolta dai professori e dai ricercatori universitari, sia il loro rapporto con le Aziende sanitarie. Rispetto a queste ultime controversie, infatti, la qualifica di professore universitario funge da mero presupposto del rapporto lavorativo, perché l’attività svolta si inserisce nei fini istituzionali e nell’organizzazione dell’Azienda sanitaria, con conseguente operatività del principio generale di cui al D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 63, comma 1.

Nel caso di specie, il Tribunale amministrativo ha riconosciuto che il giudizio concreto non aveva per oggetto la dinamica universitaria, bensì l’accertamento dell’asserito mobbing (o in subordine straining) che sarebbe stato esercitato nei confronti del ricorrente dal suo diretto superiore gerarchico, ossia il Direttore della U.O.C. di Cardiologia del Policlinico. Le domande in questione ineriscono, dunque, non già al rapporto con l’Università, ma esclusivamente al rapporto di lavoro con il Policlinico.

Fermo restando lo stato giuridico di professore o ricercatore, secondo il TAR, la “parte datoriale” è considerata a tutti gli effetti l’azienda ospedaliera. E ciò vale non solo per l’attività assistenziale, ma anche per quella didattica e di ricerca, integrata nell’attività assistenziale. L’organizzazione dipartimentale delle aziende ospedaliere assicura l’esercizio integrato delle attività assistenziali didattiche e di ricerca.

Se n’è tratto che, laddove le condotte contestate riguardino l’attività assistenziale ed il rapporto lavorativo in senso stretto, cui l’Università resistente deve ritenersi estranea, il ricorso innanzi al giudice amministrativo deve essere dichiarato inammissibile per difetto di giurisdizione.

Il difetto di giurisdizione è stato pronunciato anche nella seconda pronuncia (103/2022), in base alla consolidata giurisprudenza delle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, che ha stabilito che la selezione per l’affidamento dell’incarico di direttore di struttura complessa non integra un concorso in senso tecnico, in quanto non prevede lo svolgimento di prove selettive con formazione di graduatoria finale e individuazione del candidato vincitore, ma soltanto la scelta di carattere fiduciario operata dal direttore generale dell’Azienda, nell’ambito di un elenco di soggetti ritenuti idonei da un’apposita Commissione sulla base di requisiti di professionalità e capacità manageriali.

Secondo il TAR, il conferimento di incarichi dirigenziali nel settore sanitario rimane pertanto sottratto all’espletamento di procedure concorsuali per l’assunzione, tecnicamente intese e, in quanto tali, riservate alla giurisdizione del giudice amministrativo, trattandosi di atti di gestione dei rapporti di lavoro coinvolti dalle scelte datoriali, conoscibili dal giudice ordinario, coerentemente con la disciplina della privatizzazione dei rapporti di impiego pubblico.

Difettando la caratteristica essenziale del concorso, quale mezzo di reclutamento a pubblici impieghi, ossia la selezione dei candidati più capaci e meritevoli tramite il superamento di prove appositamente preordinate a farne emergere le qualità, affinché siano graduati in ordine decrescente di merito e, su questa base, avviati all’impiego, il giudicante ha ritenuto di non poter  pervenire a una diversa conclusione in punto di giurisdizione nemmeno sulla base della qualità di Professore universitario in capo al ricorrente, considerata l’inerenza dell’incarico oggetto di conferimento al rapporto di lavoro instaurato con il Policlinico universitario avente per oggetto lo svolgimento dell’attività assistenziale, riconducibile all’ambito di pertinenza della giurisdizione ordinaria.

Ciò anche in linea con l’orientamento espresso dalle Sezioni Unite della Cassazione, che hanno affermato che le controversie instaurate da ricercatori e docenti universitari aventi ad oggetto il rapporto con Aziende e Policlinici universitari, inerente lo svolgimento di attività assistenziale, esulano dalla giurisdizione del giudice amministrativo per rientrare in quella del giudice ordinario.