Il Consiglio di Stato torna sulla partecipazione dei docenti a contratto alle procedure di chiamata riservate agli esterni ai sensi dell’art. 18, comma 4 della legge n. 240/2010


Con sentenza del 19 febbraio 2021, n. 1505, il Consiglio di Stato, Sez. VI, è tornato a pronunciarsi sulla partecipazione dei docenti a contratto alle procedure di chiamata riservate agli esterni ai sensi dell’art. 18, comma 4 della legge n. 240/2010.

Tale sentenza, che ha riformato quella emessa dal giudice amministrativo di primo grado (TAR Toscana, Firenze, Sez. I, n. 1590/2019), consolida l’orientamento, già espresso da tale sezione del Consiglio di Stato (cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 6 marzo 2019, n. 1561; 30 marzo 2020, n. 2571; da ultimo, 21 dicembre 2020, n. 8196), secondo cui è ammessa la partecipazione dei titolari di contratti di insegnamento, di cui all’art. 23 della legge 30 dicembre 2010, n. 240, alle procedure di reclutamento dei professori di ruolo di prima e seconda fascia riservate a “esterni” ai sensi dell’articolo 18, comma 4, della stessa legge n. 240/2010.

Secondo il Consiglio di Stato, rilievo centrale riveste l’evoluzione normativa dell’art. 23, comma 4, della legge n. 240 del 2010. Infatti, originariamente, si riteneva che tale disposizione (che si limitava a riferire che “la stipulazione di contratti per attività di insegnamento ai sensi del presente articolo non dà luogo a diritti in ordine all’accesso ai ruoli universitari“) incidesse anche sulla chiamata dei professori ai sensi dell’art. 18, comma 4 della stessa legge, nel senso di ampliare l’ambito interpretativo del sintagma “prestato servizio“, con la conseguenza che la chiamata dei professori “esterni” era stata interpretata come riservata non solo a “coloro che nell’ultimo triennio non hanno prestato servizio quale professore ordinario di ruolo, professore associato di ruolo, ricercatore a tempo indeterminato, ricercatore a tempo determinato di cui all’articolo 24, comma 3, lettere a) e b), o non sono stati titolari di assegni di ricerca ovvero iscritti a corsi universitari nell’università stessa“, come letteralmente si legge nel citato articolo 18, comma 4, ma anche a quanti, nello stesso arco di tempo, non fossero stati destinatari di contratti di insegnamento ai sensi dell’art. 23 della legge 240 del 2010.

Tuttavia, come affermato dal Consiglio di Stato nei suoi precedenti, il legislatore, con l’art. 1, comma 338, lett. a), della L. 232/2016, “ha espresso la manifesta volontà di estendere la platea dei legittimati a partecipare alle selezioni bandite dagli atenei ai sensi dell’art. 18, comma 4, della legge n. 240 del 2010 e quindi di includere tra coloro che “non hanno prestato servizio”, proprio i docenti a contratto nominati ai sensi dell’art. 23, comma 4” (che ora recita: “la stipulazione di contratti per attività di insegnamento ai sensi del presente articolo non dà luogo a diritti in ordine all’accesso ai ruoli universitari, ma consente di computare le eventuali chiamate di coloro che sono stati titolari dei contratti nell’ambito delle risorse vincolate di cui all’articolo 18, comma 4“).

Sulla base della più restrittiva interpretazione del sintagma ostativo “rapporto di servizio” contenuto nella norma, il Consiglio di Stato ha perciò riformato la sentenza di primo grado, ritenendo che la professoressa appellante (originaria vincitrice della procedura e parte soccombente del giudizio di primo grado) avesse svolto attività di insegnamento nell’ambito di un contratto di lavoro autonomo estraneo, per le ragioni anzidette, alla causa ostativa costituita dell’aver “prestato servizio” nell’Università banditrice del concorso.

Leggi il testo completo: Cons. Stato, Sez. VI, 19 febbraio 2021, n. 1505