Il Consiglio di Stato torna, per la terza volta in meno di un anno, sulla partecipazione dei docenti a contratto alle procedura di chiamata riservate ad esterni ai sensi dell’art. 18, comma 4 della legge n. 240/2010


Con sentenza del 18 giugno 2021, n. 4746, il Consiglio di Stato, Sez. VI, è tornato, per la terza volta in meno di un anno, sulla partecipazione dei docenti a contratto alle procedura di chiamata riservate ad esterni ai sensi dell’art. 18, comma 4 della legge n. 240/2010.

In particolare, il Consiglio di Stato ha riformato la sentenza del giudice di prime cure (TAR Toscana, Firenze, 7 febbraio 2019, n. 207), che aveva accolto il ricorso di un partecipante non vincitore della procedura, sul presupposto che il primo classificato, avendo prestato attività di professore a contratto, nell’ultimo triennio antecedente al bando, presso l’Università che aveva indetto la procedura, avrebbe dovuto essere escluso dalla stessa, non trattandosi di un soggetto esterno.

Nella sentenza in esame, tuttavia, la Sesta Sezione del Consiglio di Stato – riprendendo le sentt. 19 febbraio 2021, n. 1505, 21 dicembre 2020, n. 8196, ma anche 30 marzo 2020, n. 2571 e 6 marzo 2019, n. 1561 – ha accolto un diverso orientamento, affermando che, per risolvere la questione, un”rilievo centrale riveste l’evoluzione normativa dell’art. 23, comma 4, della legge n. 240 del 2010“.

Infatti, “originariamente tale disposizione si limitava a riferire che la stipulazione di contratti per attività di insegnamento ai sensi del presente articolo non dà luogo a diritti in ordine all’accesso ai ruoli universitari” e “tale formulazione della norma era stata ritenuta incidesse anche sulla chiamata dei professori ai sensi dell’art. 18, comma 4, ampliando l’ambito interpretativo del sintagma «prestato servizio»“, con la conseguenza che “la selezione per la chiamata dei professori esterni era stata interpretata come riservata non solo a coloro che nell’ultimo triennio non hanno prestato servizio quale professore ordinario di ruolo, professore associato di ruolo, ricercatore a tempo indeterminato, ricercatore a tempo determinato di cui all’articolo 24, comma 3, lettere a) e b), o non sono stati titolari di assegni di ricerca ovvero iscritti a corsi universitari nell’università stessa – come letteralmente si legge nel citato articolo 18, comma 4 – ma anche a quanti, nello stesso torno di tempo, non fossero stati destinatari di contratti di insegnamento ai sensi dell’art. 23 della legge 240 del 2010“.

Tuttavia, l’art. 1, comma 338, lett. a), della legge 11 dicembre 2016, n. 232 ha introdotto una modifica all’art. 23, comma 4 succitato, esprimendo il legislatore la volontà di estendere la platea dei legittimati a partecipare alle selezioni bandite dagli atenei ai sensi dell’art. 18, comma 4, della legge n. 240/2010, includendo, tra coloro che non hanno prestato servizio, proprio i docenti a contratto. Infatti, il nuovo testo dell’art. 23, comma 4 afferma, oggi, che “la stipulazione di contratti per attività di insegnamento ai sensi del presente articolo non dà luogo a diritti in ordine all’accesso ai ruoli universitari, ma consente di computare le eventuali chiamate di coloro che sono stati titolari dei contratti nell’ambito delle risorse vincolate di cui all’articolo 18, comma 4″. Dunque, come afferma il Consiglio di Stato, “l’intervento normativo del 2016 ha avuto […] un duplice scopo: da un lato, quello di ampliare la disponibilità finanziaria per le università in merito alle chiamate dei professori “esterni”, riducendo eventualmente i “contratti di insegnamento”; dall’altro, quello di ampliare la platea dei partecipanti alle selezioni ai sensi dell’art. 18, comma 4, della legge n. 240 del 2010 aprendo la strada ad una più restrittiva interpretazione del sintagma ostativo “rapporto di servizio” contenuto nella norma“.

Leggi il testo completo: Consiglio di Stato, Sez. VI, 18 giugno 2021, n. 4746