#3762 TAR Lazio, Roma, Sez. III, 30 maggio 2018, n. 6054 [Duplicato]

Accesso ai corsi di laurea a numero chiuso-Mancata sottoscrizione scheda anagrafica

Data Documento: 2018-05-30
Autori:
Autorità Emanante:
Area: Giurisprudenza
Massima

La mancata sottoscrizione della scheda anagrafica da parte dei candidati alle facoltà “a numero chiuso” non integra una illegittimità procedimentale capace di travolgere l’esito positivo della prova di ammissione al corso di laurea, trattandosi di un’irregolarità formal

Contenuto sentenza
N. 06054/2018 REG.PROV.COLL.
N. 15299/2016 REG.RIC.
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
(Sezione Terza)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 15299 del 2016, integrato da motivi aggiunti, proposto da: 
Maria Caterina Acca, Amariti Thomas, Arghittu Antonella, Arminu Giulia Santina, Barresi Renata, Benelli Maria, Buccarella Luca, Campione Giulia, Capuozzo Vincenzo, Carannante Anna, Castiglia Elena, Cattina Alice, Centi Sara, Chillè Ilaria, Ciampelli Noemi, Danza Maria Laura, De Nicola Gaia, Di Giovanni Alessandro, Ferioli Elisa, Ferrara Serena, Greco Anna Maria, Iapichino Andrea, Labianca Valentina, Lo Re Giovanni, Lucchi Iolanda, Lumia Jessica, Malaj Sara, Marziani Emauela (Emanuela), Mazza Alessandra, Mazzarella Letizia, Mei Edoardo, Mercuri Benedetta, Muscolino Carmelo, Musmeci Martina, Nonne Annamaria, Nonne Antonella, Norcia Giuseppe, Pandico Maria Teresa Anna, Patrone Annunziata, Pavone Martina, Petullà Alessia, Pilo Gian Gavino, Preziuso Antonia, Romano Giusy, Ruffino San Cataldo Carla, Sambito Nicole Sofia, Santoro Alessia, Sechi Marco Salvatore, Serra Elisabetta, Sperlì Giuseppe, Tessieri Francesca, Venusti Roberta, rappresentati e difesi dall'avvocato Gabriele La Malfa Ribolla, con domicilio eletto presso lo studio dell’avv. Carlo Malinconico in Roma, corso Vittorio Emanuele II; 
contro
Ministero dell'Istruzione dell'Universita' e della Ricerca, Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro, Università degli Studi di Siena, Università degli Studi di Sassari, Università degli Studi di Palermo, Università degli Studi di Roma La Sapienza, Università degli Studi di Ferrara, Università degli Studi di Napoli Federico II, Università degli Studi dell'Aquila, Seconda Università degli Studi di Napoli, Università degli Studi di Bologna, Università degli Studi di Milano Bicocca, Università degli Studi del Molise, Università degli Studi di Messina, Universtità degli Studi di Firenze, Università degli Studi di Bari Aldo Moro, Università degli Studi di Perugia, Università degli Studi di Milano, Università degli Studi di Salerno, Università degli Studi di Genova, Universtità degli Studi di Catania, in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, rappresentati e difesi dall'Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui Uffici sono domiciliati ex lege in Roma, via dei Portoghesi, 12; 
Università degli Studi di Padova, in persona del Rettore p.t., rappresentata e difesa dall’Avv. Sabrina Visentin, Roberto Toniolo e Marika Sala, domiciliata presso la sede del Tar Lazio - Segreteria in Roma, via Flaminia 189; 
Consorzio Universitario Cineca non costituito in giudizio; 
nei confronti
Alice Mancino, Maddalena Frapporti non costituiti in giudizio; 
per l'annullamento
del diniego di ammissione ai corsi di laurea in medicina e chirurgia e odontoiatria e protesi dentaria a.a. 2016/2017, con contestuale domanda di risarcimento danni;
Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero dell'Istruzione dell'Universita' e della Ricerca e dell’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro e dell’Università degli Studi di Siena e di Università degli Studi di Sassari e di Università degli Studi di Palermo e di Università degli Studi di Roma La Sapienza e di Università degli Studi di Ferrara e di Università degli Studi di Napoli Federico Ii e di Università degli Studi dell'Aquila e di Seconda Università degli Studi di Napoli e di Università degli Studi di Bologna e di Università degli Studi di Milano Bicocca e di Università degli Studi del Molise e di Università degli Studi di Messina e di Universtità degli Studi di Firenze e di Università degli Studi di Padova e di Università degli Studi di Bari Aldo Moro e di Università degli Studi di Perugia e di Università degli Studi di Milano e di Università degli Studi di Salerno e di Università degli Studi di Genova e di Universtità degli Studi di Catania;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 24 gennaio 2018 il dott. Claudio Vallorani e uditi per le parti i difensori: per parte ricorrente, l'Avv. E. Sartini in sostituzione dell'Avv. G. La Malfa Ribolla; per le Amministrazioni resistenti l'Avvocato dello Stato C. Pluchino; per l'Università degli Studi di Padova l'Avv. M. Sala, che chiede l'estromissione dell'Ateneo dal giudizio;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:
FATTO e DIRITTO
1. - I ricorrenti in epigrafe hanno sostenuto, presso le università di rispettiva scelta, le prove di ammissione ai corsi di laurea in Medicina ed Odontoiatria per l’anno accademico 2016-2017, conseguendo punteggi non sufficienti per rientrare nel limite dei posti messi a concorso per effetto del c.d. “numero chiuso”. I punteggi riportati dai ricorrenti, infatti, vanno da un minimo di 22,0 punti (candidato Lo Re) ad un massimo di 44,80 punti (candidata Mercuri) e, in tutti i casi, non sono risultati utili ad ottenere una collocazione degli interessati in graduatoria, tale da consentirne l’accesso ai corsi di laurea in Medicina e Chirurgia.
Avverso tale esito negativo e tutti gli atti a carattere generale ad esso connessi e meglio in epigrafe specificati, i medesimi hanno proposto impugnativa chiedendone l’annullamento, previa sospensione dell’esecuzione, nonché condanna in forma specifica ex art. 30, comma 2, c.p.a. mediante l’ammissione ai corsi di laurea presso le Università di rispettivo interesse, per i seguenti motivi:
- primo motivo: eccesso di potere per difetto di istruttoria ed arbitrarietà dell’azione amministrativa; violazione e falsa applicazione dell’art. 3, comma 1, lett. a, della l. 264/1999; violazione e falsa applicazione dell’art. 6-ter del d.lgs. 502/1992; violazione e falsa applicazione dell’art. 3, comma 2, della l. 264/1999; mancata e/o erronea determinazione dell’offerta potenziale del sistema universitario e del fabbisogno di professionalità del sistema: sociale e produttivo; difetto di istruttoria; violazione art. 34 Cost. e art. 2, Protocollo 1, della CEDU: deduce la parte che la legge 264/1999, all’art. 3, comma 1, lett. a) prevede, quali criteri per determinare il numero chiuso, l’offerta potenziale del sistema universitario ed il fabbisogno di professionalità del sistema sociale e produttivo; i Decreti Ministeriali nn. 592 e 598 del 2016 di cui in premessa (che hanno definito i posti per medicina ed odontoiatria) avrebbero provveduto alla rilevazione del fabbisogno professionale in violazione dell’art. 6-ter del d.lgs. n. 502/1992, che imponeva il rispetto di alcuni “passaggi” legalmente vincolanti, che prevedono: -la necessità di determinare con decreto da parte del Ministero della Salute il fabbisogno per il Servizio sanitario nazionale, ai fini della programmazione degli accessi ai corsi di diploma di laurea; -la necessità di acquisire da parte del Ministero della Salute il parere obbligatorio non vincolante della Conferenza Stato-Regioni, prima dell’adozione del decreto; -la necessità di acquisire il parere obbligatorio non vincolante della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri e degli altri Ordini e Collegi professionali, interessati, prima dell’adozione del decreto; -la predeterminazione del potere legale del Ministero di sostituzione degli enti inadempienti nell’attività di acquisizione dei dati.
Nessuno di questi quattro passaggi legalmente vincolanti sarebbe stato rispettato, neanche l’acquisizione dei dati in via sostitutiva mediante commissari ad acta.
Nel contempo vi sarebbe stata illegittima determinazione dell’offerta potenziale del sistema universitario, in quanto sono state acquisite le diverse deliberazioni dei singoli Atenei sui posti disponibili, senza che nei decreti ministeriali impugnati sia indicato il contenuto delle rilevazioni e si dia atto dell’attività istruttoria compiuta;
- secondo motivo: “violazione articoli 3 e 97 Cost. violazione dell’art. 11, comma 2, cpv, del d.p.r. 487/1994; eccesso di potere per disparità di trattamento e violazione della par condicio concorsuale; falsa applicazione dell’art. 4 della l. 264/1999; falsa applicazione dell’art.2, comma 1, del d.m. 546/2016; eccesso di potere per sviamento dalla causa tipica; falsa applicazione dell’allegato A del d.m. 546/2016”: parte ricorrente denuncia il carattere non inedito di molti dei quiz somministrati nella prova, i quali erano reperibili, in parte, in un manuale in comune commercio e, in parte, mediante un simulatore “on line” (entrambi gli strumenti erano stati resi accessibili e utilizzabili prima della prova concorsuale); ciò avrebbe avvantaggiato dei candidati (quelli che hanno potuto “fortunatamente” avvalersi di queste banche date private) a discapito di altri (che non hanno avuto tale possibilità); in ogni caso la presenza di domande del test di ammissione in due pubblicazioni private contrasterebbe con i principi di trasparenza, riservatezza e segreto professionale (e dell’art. 11 d.P.R. n. 487/94 sul divieto di divulgazione delle tracce) ; per tali ragioni i ricorrenti chiedono in via alternativa:
-o che la selezione venga annullata per palese discriminazione di quanti, come parte
ricorrente, non hanno immaginato prima della prova che i quesiti potessero essere tratti da quelle due specifiche pubblicazioni;
-o, preso atto dell’impossibilità della prima alternativa, che si neutralizzi la relativa differenza di punteggio concernente dette domande già edite, nell’ambito di un auspicabile effetto conformativo del pronunciamento giudiziale;
- terzo motivo: violazione e falsa applicazione del principio di anonimato delle prove di cui all’art. 14, comma 6 del d. p. r. 9 maggio 1994, n. 487; violazione dell’art. 12, comma 2, del d.m. 463/2015; violazione e falsa applicazione dell’art. 97 cost. e dell’art. 3 cost. per violazione del principio di uguaglianza nonché dell’art. 97 Cost. per violazione dei principi di buon andamento, trasparenza ed imparzialità della p.a.. eccesso di potere per arbitrarietà ed irrazionalità dell’azione amministrativa: la violazione del principio dell’anonimato dovrebbe desumersi, secondo la tesi ricorsuale, dalla circostanza che sulla prova dei candidati era apposto un codice plico (alfanumerico); inoltre ciascun concorrente ha applicato al termine della prova la c.d. “Etichetta MIUR” sul modulo risposte e sulla scheda anagrafica, dichiarandone la corrispondenza e attribuendo così a ciascun elaborato uno specifico e inequivoco segno di riconoscibilità già prima della correzione (un codice numerico comunicabile); la presenza di un medesimo codice a barre alfanumerico, facilmente divulgabile dall’autore dell’elaborato, avrebbe reso in astratto possibile l’identificabilità dell’autore della prova, anche dopo la conclusione della prova medesima e persino nel momento successivo delle operazioni di esame e valutazione dei questionari; nonostante l’automatismo della valutazione dei test l’anonimato dell’elaborato (cioè la non identificabilità dell’autore prima dell’attribuzione del punteggio) resta un valore da tutelare allo scopo di prevenire ed evitare ipotetiche manipolazioni dell’esito della prova;
- quarto motivo: “violazione e falsa applicazione del principio di paternità e genuinità della prova – violazione e falsa applicazione dell’art. 12 del d.m. n. 546/2016 per mancata identificazione del candidato– violazione e falsa applicazione degli art. 38, 46, 47 del d.p.r. n. 445/2000 per invalidità della dichiarazione sostitutiva di veridicità dei dati anagrafici e conformità dei codici alfanumerici”: parte ricorrente lamenta che non è stato previsto dalle disposizioni ministeriali che la scheda anagrafica, che doveva essere compilata e sottoscritta da ciascun candidato a fine prova, venisse anche “autocertificata” da ciascuno secondo le norme sopracitate del T.U. sulla documentazione amministrativa (d.p.r. n. 445/2000); sarebbero pertanto invalidi e inefficaci le dichiarazioni, presenti nella medesima scheda anagrafica, di veridicità dei dati anagrafici e di corrispondenza dei codici delle etichette scelte dal candidato; in tal modo le prove non sarebbero riconducibili al loro autore;
-quinto motivo: “Violazione dell’art. 46 d.p.r. n. 394/99; eccesso di potere illogicità e incongruità dell’azione amministrativa”: i ricorrenti lamentano il mancato scorrimento delle graduatorie riservate ai cittadini extracomunitari residenti all’estero a vantaggio dei candidati comunitari, in caso di posti rimasti non assegnati.
Si è costituito in giudizio il Ministero intimato per resistere al ricorso.
Si è costituta l’Università degli studi di Padova deducendo il proprio difetto di legittimazione passiva, in ordine a tutte le censure articolate dai ricorrenti e chiedendo, per questa ragione, la propria estromissione dalla presente causa.
Successivamente i ricorrenti, sulla base della documentazione ulteriore, fornita dal MIUR su invito della Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi a cui i ricorrenti si erano rivolti, hanno notificato in data 11.5.2017 apposito atto per motivi aggiunti, nel quale si propongono nuove censure (fondate sulla nuova documentazione ostesa dal Ministero), avverso i medesimi atti impugnati con il ricorso originario. In particolare: con il primo motivo aggiunto parte ricorrente ribadisce la fondatezza degli assunti contenuti nel primo motivo di gravame (relativo alla determinazione del numero complessivo dei posti da bandire per i corsi di laurea in Medicina e Chirurgia per l’a.a. 2016/2017), sostenendo che la nota del MIUR prot. n. 8891 del 22.3.2017 e l’Accordo in seno alla Conferenza Stato-Regioni del 9 giugno 2016 e i relativi allegati (docc. 1 e 2 mot. agg.) confermerebbero che il MIUR non avrebbe rispettato la rilevazione procedimentalizzata del fabbisogno professionale, limitandosi all’acquisizione dei dati raccolti dal Ministero della Salute, senza rispettare gli ulteriori passaggi previsti dall’art. 6-ter d.lgs. n. 502 del 1992 (determinazione con decreto del Ministero della salute del fabbisogno professionale; acquisizione del parere della Conferenza Stato-Regioni da parte dello stesso Ministero della salute; pareri delle federazioni degli ordini professionali interessati); sarebbe inoltre confermata l’assenza di una istruttoria adeguata da parte delle diverse Università italiane nella determinazione delle rispettive offerte formative; con il secondo motivo aggiunto non si propongono in realtà censure realmente nuove in quanto con esso parte ricorrente si limita a rinforzare, con ulteriori argomenti (in particolare basandosi sugli obblighi di segretezza alla cui osservanza erano tenuti sia il CINECA che la Selexi, rispettivamente soggetto affidatario e società privata sub-affidataria dell’attività di selezione dei quesiti), le censure relative al carattere non inedito dei quesiti di cui al secondo motivo di ricorso; con il terzo motivo aggiunto, infine, parte ricorrente si limita ad eccepire che, al momento della proposizione del mezzo, il Ministero non aveva ancora proceduto allo scorrimento della graduatoria ai fini della copertura dei posti riservati ai cittadini extra comunitari, rimasti non assegnati.
Con ordinanza n. 7991 del 6.7.2017 la Sezione ha fissato la pubblica udienza, ordinando nel contempo l’integrazione del contraddittorio nei confronti di tutti gli inclusi in graduatoria, con autorizzazione alla notifica per pubblici proclami, mediante pubblicazione delle informazioni relative alla causa, sul sito istituzionale del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, da eseguire nel termine di 30 (trenta) giorni dalla notifica o comunicazione della presente ordinanza.
In vista della trattazione del merito, parte ricorrente ha depositato i documenti attestanti l’avvenuta integrazione del contraddittorio secondo le modalità autorizzate dalla Sezione, nonché memoria conclusionale.
Alla pubblica udienza del 24 gennaio 2018, la causa, dopo la discussione, è stata trattenuta dal Collegio per la decisione.
2. - Prima di entrare nell’esame del merito delle censure svolte dai ricorrenti (e delle controdeduzioni di parte pubblica), il Collegio intende chiarire di essere consapevole del consolidato indirizzo giurisprudenziale secondo cui, affinché i ricorsi collettivi (come quello in esame) siano ammissibili nel processo amministrativo, occorre che vi sia identità di situazioni sostanziali e processuali, e cioè che le domande giudiziali siano identiche nell'oggetto e che gli atti impugnati abbiano lo stesso contenuto e vengano censurati per gli stessi motivi; di conseguenza anche dopo la codificazione del 2010 (artt. 40 e ss. c.p.a.), la proposizione del ricorso collettivo rappresenta una deroga al principio generale secondo il quale ogni domanda, fondata su un interesse meritevole di tutela, deve essere proposta dal singolo titolare con separata azione; pertanto, la proposizione contestuale di un'impugnativa da parte di più soggetti, sia essa rivolta contro uno stesso atto o contro più atti tra loro connessi, è soggetta al rispetto di stringenti requisiti, sia di segno negativo che di segno positivo: i primi sono rappresentati dall'assenza di una situazione di conflittualità di interessi, anche solo potenziale, per effetto della quale l'accoglimento della domanda di alcuni dei ricorrenti sarebbe logicamente incompatibile con l’accoglimento delle istanze degli altri; i secondi consistono, invece, nell'identità delle posizioni sostanziali e processuali dei ricorrenti, essendo necessario che le domande giurisdizionali siano identiche nell'oggetto, che gli atti impugnati abbiano lo stesso contenuto e che vengano censurati per gli stessi motivi (Consiglio di Stato sez. IV , 27/01/2015 n.363).
Con riguardo al caso di specie si deve ritenere che ricorrano le condizioni sopra evidenziate. Infatti, con riguardo a tutti i motivi di ricorso sopra esposti, deve ritenersi che vi sia identità: dell’oggetto (essendo impugnati i medesimi atti da tutti i ricorrenti); degli interessi facenti capo ai diversi ricorrenti in epigrafe (tutti non ammessi al corso di laurea in oggetto e aventi di mira la caducazione della procedura nella sua interezza per le ragioni sopra esposte); dei vizi dedotti, che coincidono per tutti i ricorrenti, le cui rispettive posizioni in graduatoria non comportano differenziazioni nella dinamica processuale, trattandosi di vizi attinenti a profili generali ed ugualmente incidenti sulle posizioni dei concorrenti, con riferimento alla determinazione del fabbisogno professionale, alla presenza di quiz non inediti, alle modalità di svolgimento della prova in generale (in relazione al principio dell’anonimato e alla certificazione della sottoscrizione della scheda anagrafica), al mancato scorrimento in loro favore della graduatoria ai fini dell’assegnazione di posti ancora vacanti, in origine riservati agli extracomunitari; motivi idonei, se fondati, a determinare il travolgimento dell’intera procedura selettiva.
Può quindi concludersi che vi è identità delle domande introdotte ed è da escludere ogni conflitto di interessi (anche solo potenziale) tra i diversi ricorrenti, il che induce il Collegio a ritenere il ricorso senz’altro ammissibile.
3. - Quanto all’eccezione di difetto di legittimazione passiva opposta dall’Università degli studi di Padova, il Collegio, aderendo a recenti decisioni della Sezione (cfr. TAR Lazio, sez. III, 15 gennaio 2018, nn. 448 e 451; id. 23 marzo 2018, n. 3343), ritiene di non poter accogliere l’istanza di estromissione avanzata dall’Ateneo, essendo una delle sedi in cui si sono svolte le prove di esame contestate, nell’ambito delle quali si svolgono funzioni non irrilevanti per la regolarità della procedura di cui trattasi, seppure in via di mera attuazione di disposizioni ministeriali in tema di sorveglianza e controllo nello svolgimento delle prove stesse, predisposizione dei plichi sigillati contenenti i moduli delle risposte e conservazione del materiale non trasmesso al CINECA (schede anagrafiche, fogli contenenti i quesiti e foglio di controllo del plico, con successiva ricomposizione e conservazione dello stesso per cinque anni); ulteriore elemento che non consente di accogliere l’istanza di estromissione è poi ricavabile dal fatto che, tra gli atti impugnati, figura anche il bando di concorso adottato dalla medesima Università.
Ciò precisato, si può ora vagliare la fondatezza del gravame.
4. - Passando dunque all’esame del merito della controversia, si rileva che la gran parte dei motivi oggi proposti (e, in particolare, il primo, il secondo, terzo e quarto motivo) sono già stati sostanzialmente esaminati e respinti da recenti pronunce dalla Sezione – cfr. sentenze nn. 10129/2017; 10130/2017; 10925/2017; 10950/2017; 10962/2017 (quest’ultima non definitiva); n. 11314/2017 - le cui argomentazioni, non avendo il Collegio motivo per discostarsene, possono qui richiamarsi integralmente.
5. - Con riguardo al primo motivo e al primo motivo aggiunto (che è una mera integrazione argomentativa dell’altro), relativi alla carente istruttoria nella procedura di programmazione del numero “chiuso”, il Collegio ritiene infondata la doglianza, per quanto di seguito esposto (al riguardo si vedano, in particolare, gli argomenti già sviluppati nella sentenza della Sezione n. 10962 del 2017):
- nel decreto interministeriale del 25 luglio 2016 con cui veniva individuato il numero (“chiuso”) di posti disponibili nei corsi di laurea di che trattasi (9.224), oltre ad essere richiamato l’Accordo della Conferenza Stato-Regioni del 9 giugno 2016, veniva riportato anche il riferimento al parere espresso dall’ANVUR (nella seduta del 13 luglio 2016);
- in quella sede, il Consiglio Direttivo dell’ANVUR ha rilevato che, nell’ambito delle professioni sanitarie, sussiste un disallineamento (definito “preoccupante”) tra le diverse professioni in quanto, in alcune di esse (nella laurea in infermieristica ed anche nelle lauree per tecnico audioprotesista, assistente sanitario, tecnico audiometrista, podologo e terapista occupazionale), l’offerta formativa è risultata essere “decisamente inferiore” ai fabbisogni;
- sempre l’ANVUR evidenzia, poi, che, negli Atenei, rispetto ai reali fabbisogni, sussiste un esubero dell’offerta formativa con riferimento ai corsi di laurea in medicina, odontoiatria (e veterinaria);
- in questo quadro, l’Agenzia Nazionale ha auspicato una revisione delle politiche di investimento da parte degli Atenei nonché una riflessione da parte del Ministero resistente per ricercare prassi virtuose che riescano a far incrementare il numero di iscritti nelle professioni sanitarie “meno note” di quelle in cui è stato previsto il c.d. “numero chiuso”;
- ora, anche alla luce di tali indicazioni, richiamate nelle premesse del decreto interministeriale del 25 luglio 2016, assume ancora maggiore valenza l’affermazione contenuta nella sentenza della Sezione n. 10129/2017 laddove si sostiene che la valutazione discrezionale effettuata nel caso di specie dalle Amministrazioni resistenti non risulta sindacabile, essendo stata ampiamente esercitata nei limiti previsti dal potere ad esse attribuito nonché dalla legge che, come noto, prevede che la programmazione dei posti disponibili si deve basare, non solo sulla valutazione dell'offerta potenziale del sistema universitario, ma anche sul “fabbisogno di professionalità del sistema sociale e produttivo” (cfr art. 3 della legge n. 264 del 1999).
Peraltro, come già osservato dalla sentenza 10129/2017 con riguardo all’istruttoria ministeriale svolta al fine, “tale istruttoria – complessa e articolata, con costituzione di un apposito tavolo tecnico e in accordo con la Conferenza per i rapporti fra Stato, Regioni e Province autonome – rientra (…) in un’attività di programmazione, in rapporto alla quale sono attribuiti all’Amministrazione ampi poteri discrezionali, non sindacabili per mera e indimostrata affermazione di presunta maggiore capacità formativa degli Atenei, che emergerebbe anche a seguito delle migliaia di immatricolazioni con riserva, ottenute in via giudiziale in anni precedenti. Quanto sopra, in assenza di qualsiasi reale riscontro, in merito alle difficoltà organizzative affrontate, in tale contesto, dagli Atenei e ai livelli di formazione conseguenti. E’ già stato in precedenza illustrato, inoltre, il carattere secondario e comunque non illegittimo del criterio, rapportato alla capacità di assorbimento nel mercato del lavoro, a livello nazionale, delle professionalità in questione (cfr. anche, al riguardo, la citata sentenza CEDU del 2 aprile 2013)”.
Deve infine osservarsi che, in realtà, i diversi protagonisti istituzionali pubblici chiamati “ex lege” a concorrere, con i rispettivi “pareri” e le rispettive posizioni, nella determinazione annuale del numero chiuso, hanno in effetti partecipato attivamente alla relativa procedura, atteso che il Ministero della Salute ha effettuato, le rilevazioni e le statistiche di sua competenza per la definizione dei fabbisogni del SSN (vedi i numerosi allegati al doc. 2 ric.); è stato aperto un apposito Tavolo tecnico; si è pervenuti ad accordo all’interno della Conferenza tra Stato e Regioni e province autonome; tutte le università coinvolte hanno dichiarato la rispettiva offerta normativa ed il numero di studenti ai quali avrebbero potuto assicurare servizi adeguati. Non va infine dimenticato che quelli impugnati dal ricorrente con il primo motivo sono atti a carattere programmatorio e di natura generale (qualificazione che vale anche per le delibere di determinazione del numero di posti resi disponibili, assunte dai singoli Atenei) ai quali, pertanto, si applica la deroga di al dovere generale di motivazione, ai sensi dell’art. 3, comma 2, della Legge n. 241 del 1990 secondo cui “2. La motivazione non è richiesta per gli atti normativi e per quelli a contenuto generale”.
Per le suesposte ragioni, il primo motivo si rivela infondato e va respinto.
6. - Con riguardo al secondo motivo (ed al connesso secondo motivo aggiunto) - in cui si contesta il carattere non inedito di molti dei quesiti proposti, di cui si attesta l’identità con quelli, contenuti in pubblicazioni comunemente in commercio - il Collegio osserva quanto segue (cfr. oltre alle precitate sentenze di questa Sezione nn. 10129 e 10130 del 2017, TAR Lazio, sez. III, 2 novembre 2017, n. 10925). La Sezione ritiene che l’argomentazione, benché in effetti, almeno in parte, documentata, non appare sufficiente ad invalidare l’intera procedura, anche se potrebbe essere considerata dall’Amministrazione come inadempienza del CINECA, in rapporto agli obblighi assunti: obblighi che si riferivano, appunto, alla elaborazione di quesiti di volta in volta nuovi, non recepiti dai manuali di cui trattasi (questi ultimi forse redatti, a loro volta, con riferimento a prove somministrate negli anni precedenti). Contrariamente però a quanto affermato dai ricorrenti, non è comunque possibile determinare quali candidati siano stati avvantaggiati dalla circostanza sopra indicata, né quanto l’avere avuto accesso ai manuali e agli eserciziari in questione (ove peraltro erano presenti migliaia di quesiti, impossibili da memorizzare “in toto” anche per il più mnemonico degli studenti) abbia facilitato la prova, fermo restando che non possono considerarsi vizianti la ricerca di canali di preparazione, a disposizione di qualunque soggetto interessato, né lo studio approfondito dei testi disponibili, tutti più o meno noti agli aspiranti studenti di medicina. La scelta dell’interessato di accedere all’una o all’altra fonte di studio rientra, a ben vedere, nell’ambito della normale “alea” di un qualsiasi concorso pubblico.
Da ciò consegue l’inaccoglibilità della domanda diretta ad ottenere una rettifica dei punteggi, mediante attribuzione di punti in aumento, in corrispondenza delle domande edite a cui ciascuno dei ricorrenti che non ha risposto o ha risposto invece in modo errato, essendo inammissibile la richiesta rivolta a questo Giudice di ricostruzione dei risultati della prova di ognuno dei ricorrenti, sulla base di dati meramente ipotetici e non dimostrati (la non utilizzazione delle pubblicazioni da parte dei ricorrenti, la circostanza che ove mai essi avessero consultato una delle pubblicazioni denunciate avrebbero certamente risposto in modo esatto).
Quanto sopra non esclude che, in una prospettiva di maggiore trasparenza, la stessa Amministrazione possa in futuro suggerire testi di preparazione o un archivio pubblico dei quesiti al quale l’Amministrazione potrà attingere in modo esclusivo con salvaguardia della parità (almeno potenziale) delle condizioni di partenza, ma, allo stato degli atti, la censura prospettata appare priva di fondatezza.
7. - Sulla violazione del principio dell’anonimato di cui al motivo sub 3 il Collegio richiama quanto già ampiamente argomentato in modo del tutto pertinente al caso in esame dalla Sezione, nelle recenti pronunce nn. 10129, 10130 e 10925 del 2017.
Le regole sullo svolgimento delle operazioni, prescritte dal Ministero alle diverse Università sede delle prove ed al CINECA (quest’ultimo incaricato di attribuire i punteggi ai moduli di risposta, mentre schede anagrafiche, moduli di domanda e fogli di controllo dei plichi restavano in possesso dell’Ateneo) prevedevano che le operazioni di chiusura e riapertura dei plichi sigillati, si svolgessero con adeguata pubblicità nelle singole fasi. Sui moduli di risposta, tuttavia, compaiono due codici alfanumerici: uno sottostante al codice a barre, era contenuto nell’etichetta, applicata dagli stessi candidati al foglio risposte e alla scheda anagrafica dopo l’espletamento della prova, al momento della consegna; l’altro – già presente sulla scheda – risultava destinato a consentire la riformazione del plico, da attribuire ai singoli concorrenti dopo l’abbinamento con la scheda anagrafica. Entrambi detti codici – o in particolare il primo, connesso alla scheda anagrafica identificativa del concorrente – potendo essere trascritti o memorizzati avrebbero sostanzialmente vanificato, secondo i ricorrenti, il carattere apparentemente anonimo dei moduli di risposta. Quanto sopra, in corrispondenza dell’astratta possibilità di comunicazione del codice stesso, da parte del concorrente interessato, ad uno o più addetti alle fasi di raccolta e controllo dei moduli in questione, e/o di verifica di esattezza delle risposte fornite. Tale non preclusa possibilità, secondo i medesimi ricorrenti, vizierebbe di per sé l’intera procedura. Il Collegio ha valutato attentamente le argomentazioni, al riguardo spese, tenuto conto di alcune carenze documentali che permangono, nonostante l’accoglimento di svariate istanze di accesso, con ulteriore emanazione di ordinanze istruttorie di questo Tribunale, cui sono state fornite risposte non del tutto esaustive. Pur risultando auspicabile, nell’interesse pubblico, una maggiore collaborazione della parte resistente, tuttavia, il Collegio non ravvisa adeguati presupposti per l’annullamento dell’intera procedura sotto il profilo in esame. Non solo, infatti, manca qualsiasi principio di prova su intervenute manipolazioni, che avrebbero rilevanza anche penale, ma le garanzie procedurali previste sembrano escluderne la concreta possibilità, nei limiti delle verifiche affidate a questo giudice, in tema di legittimità delle procedure amministrative. Non può essere trascurata infatti, in primo luogo, la differente configurazione del principio di anonimato nelle prove scritte di un concorso, richiedenti la stesura di elaborati originali e nella verifica di prove a quiz con risposte predeterminate, potendo il favoritismo, nei confronti di un candidato noto, esprimersi nel primo caso con un giudizio discrezionale insindacabile nel merito (con accresciuta necessità di escludere “a priori” ogni possibile riconoscimento), mentre nel secondo l’esito – oggettivamente verificabile anche “ex post” – potrebbe essere alterato solo attraverso vere e proprie falsificazioni, di cui non si ha alcun riscontro nel caso di specie. Per la tipologia di prove concorsuali di cui si discute, pertanto, la mera, “astratta configurabilità” di violazione del principio di anonimato potrebbe ritenersi invalidante (cfr. in tal senso Cons. Stato, Ad. Plen., 20 novembre 2013, nn. 26, 27 e 28),