#4330 TAR Lazio, Roma, Sez. III, 23 ottobre 2018, n. 10274

Ammissione corsi di specializzazione - Improcedibilità

Data Documento: 2018-10-23
Autori:
Autorità Emanante:
Area: Giurisprudenza
Massima

Inamissibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse

Contenuto sentenza
N. 10274/2018 REG.PROV.COLL.
N. 08803/2017 REG.RIC.
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
(Sezione Terza)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 8803 del 2017, proposto da: 
Nicola Giovanni Migliaccio, Massimiliano Nunziata, Romina Trasacco, Fabio Genovese, rappresentati e difesi dagli avvocati Michele Bonetti e Santi Delia, con domicilio eletto presso lo studio dello stesso avv. Santi Delia in Roma, via San Tommaso d'Aquino n.47; 
contro
Ministero dell'Istruzione dell'Universita' e della Ricerca, in persona del Minsitro p.t., rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui Uffici è domiciliato ex lege in Roma, via dei Portoghesi, 12; 
nei confronti
Universita' degli Studi Internazionali di Roma, Universita' di Bergamo, Universita' del Salento, Mario Porcelli, non costituiti in giudizio; 
per l'annullamento
previa adozione di misura cautelare
a) del provvedimento implicito con cui si omesso di dare seguito all'istanza di iscrizione di parti ricorrenti non consentendogli l'iscrizione al corso di specializzazione sul sostegno;
b) del D.M. 30.09.2011, nella parte in cui, all'art. 6, comma 10, prevede che “la graduatoria degli ammessi al corso non può essere in nessun caso integrata con altri candidati”.
c) dell'eventuale diniego all'istanza proposta dal ricorrente in via di autotutela per l'iscrizione al corso di Tirocinio Formativo Attivo;
d) Del decreto M.I.U.R. 10 settembre 2010, n. 249, in G.U.R.I. 31 gennaio 2011, n. 24, suppl. ord. n. 23, concernente Regolamento per la “definizione della disciplina dei requisiti e delle modalità della formazione iniziale degli insegnanti della scuola dell'infanzia, della scuola primaria e della scuola secondaria di primo e secondo grado, ai sensi dell'articolo 2, comma 416, della legge 24 dicembre 2007, n. 244”;
e) del bando di Ateneo e relativi decreti rettorali di approvazione anche ove interpretati nel senso di non poter assegnare i posti disponibili e nella parte in cui non consentono l'iscrizione anche soprannumeraria del ricorrente per tutti i motivi già spiegati; sempre della graduatoria nella parte in cui non ricomprende parti ricorrenti e non consente la copertura dei posti disponibili ad opera di parti ricorrenti.
f) di tutti gli atti presupposti, anche non conosciuti e successivi.
per l'accertamento
del diritto delle parti ricorrenti di essere ammesso al Tirocinio Formativo Attivo in questione e di ottenere il risarcimento di tutti i danni subiti e subendi a causa del diniego all'iscrizione opposta
per la condanna in forma specifica ex art. 30, comma 2, c.p.a.
delle Amministrazioni intimate all'adozione del relativo provvedimento di ammissione al tirocinio formativo attivo per cui è causa nonché, ove occorra e, comunque, in via subordinata, al pagamento delle relative somme, con interessi e rivalutazione, come per legge.
Visti il ricorso e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Ministero dell'Istruzione dell'Universita' e della Ricerca;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 23 maggio 2018 il dott. Claudio Vallorani e uditi per le parti i difensori: per la parte ricorrente, l'Avv. S. Delia e per le Amministrazioni resistenti l'Avvocato dello Stato Monica De Vergori;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:
FATTO e DIRITTO
I ricorrenti in epigrafe partecipavano alle prove concorsuali indette dall’Università degli studi internazionali di Roma per l’iscrizione al tirocinio formativo attivo (TFA) per il conseguimento della specializzazione nel sostegno agli alunni delle scuole secondarie di II grado.
I posti disponibili per tale classe di concorso, presso l’Università suddetta, erano 105 ma i candidati in epigrafe, pur avendo superato le prove previste (ed essendo dunque idonei), non potevano però accedere al corso TFA presso la medesima Università né ad altri analoghi corsi tenuti da altre università italiane in quanto, poiché si erano posizionati oltre l’ultima posizione utile, tale possibilità era impedita dalla previsione di cui all’art. 6, comma 10, D.M. 30.9.2011 secondo cui “la graduatoria degli ammessi al corso non può essere in nessun caso integrata con altri candidati. Nel caso in cui la graduatoria dei candidati ammessi risulti composta da un numero inferiore al numero dei posti disponibili indicati nel bando non si procede ad alcuna integrazione e il corso è attivato per un numero di studenti pari al numero degli ammessi”.
Per questa ragione tutti e quattro i ricorrenti in epigrafe si sono visti respingere le domande di iscrizione ai corsi TFA rispettivamente presentate presso l’Università di Bergamo (con nove posti rimasti vacanti) e presso l’Università del Salento (con n. 2 posti rimasti inoccupati)
Con ricorso spedito a notifica il giorno 19.9.2017 e depositato il successivo giorno 21, i ricorrenti hanno impugnato la predetta disposizione del D.M. 30.9.2011, rivendicando il proprio diritto ad accedere ai corsi di specializzazione presso altre sedi universitarie (diverse da quella ove avevano sostenuto le rispettive prove), ove vi siano posti disponibili, avendo essi dimostrato la loro idoneità con il superamento delle prove concorsuali sostenute.
Questi i motivi di gravame:
I) parte ricorrente deduce l’illegittimità della scelta ministeriale di non istituire una graduatoria nazionale o, comunque, in ipotesi, come nella specie, di vacanze, di non consentire agli idonei non vincitori di coprire, a domanda, tali posti liberi. In via analogica, sostiene parte ricorrente, “il principio ispiratore della riforma dell’accesso ai corsi universitari a numero programmato, mutatis mutandis, deve ritenersi valido anche per quanto concerne la fattispecie in esame, con particolare riguardo alla illegittimità delle graduatorie locali su cui è stata investita la Corte Costituzionale”; non sarebbe legittimo il metodo di reclutamento dei pretendenti che, seppur obbligati a cimentarsi su una prova con soglie e strutturazione analoga per tutte le Università (le soglie di 21 punti alla prova a quiz e a quella scritta e di 28 punti all’orale sono uguali per tutti) e su tutto il territorio nazionale, risultano concorrere per una sola delle sedi disponibili, giacché ogni università provvede a stilare la propria graduatoria sulla base dei risultati conseguiti dai propri candidati, senza possibilità di redistribuzione dei posti;
II) la domanda presentata dai ricorrenti non è stata accolta dagli Atenei resistenti stante le previsioni ostative del bando e dell’art. 6, comma 10, D.M. cit.; tuttavia, a dire della difesa di parte ricorrente, la norma pone sì un divieto di integrazione degli ammessi alla graduatoria con altri candidati, ma si riferisce ai soggetti appartenenti alla medesima graduatoria, cioè a quei candidati che hanno sostenuto il concorso presso una determinata università, ma non hanno ottenuto un punteggio utile per poter essere ammessi nella graduatoria di quella stessa università; la norma citata, dunque, non porrebbe divieto di integrazione della graduatoria nell’ammissione di quei candidati che, avendo superato la soglia minima imposta dall’Amministrazione, hanno partecipato al concorso presso una determinata università e ottenuto un punteggio utile per poter entrare nella graduatoria di diversa università (che abbia la disponibilità di posti);
III) la non utilizzazione di posti disponibili a fronte di soggetti idonei a poterli ricoprire violerebbe i princìpi e i criteri su cui è basata la stessa disciplina legislativa di cui alla legge n. 264 del 1999 dei corsi di specializzazione in esame (secondo cui “i corsi sono a numero programmato dal MIUR tenendo conto delle esigenze del sistema nazionale di istruzione”), vanificando tutto il complesso sistema delle istruttorie e la verifica dei parametri delle aule, del personale docente, del fabbisogno formativo etc., sovvertendo quel rapporto di congruità tra studenti e strutture già delibato dalla Corte Costituzionale nel 1998, su cui si fonda la legittimità costituzionale del numero chiuso;
IV) i provvedimenti impugnati sono inoltre illegittimi in quanto manca una fonte normativa che li sostiene e che consenta - in presenza di posti liberi e in caso di superamento della soglia presso altro Ateneo – di lasciare posti vacanti; diversamente opinando la norma (L. n. 264/99) sarebbe di dubbia costituzionalità e non risponderebbe ai criteri tracciati dalla nota sentenza della Corte Costituzionale n. 383 del 1998 che ha delimitato i casi e i motivi che determinano la legittimità del numerus clausus; secondo i ricorrenti, poi, i dinieghi espressi dagli atenei resistenti sono illegittimi anche perché era nelle loro rispettive competenze, e non in quelle ministeriali, provvedere sullo scorrimento della graduatoria; nessuna disposizione ministeriale in tema di programmazione, infatti, potrebbe impedire all’Ateneo l’esercizio di una sua potestà e l’università ha quindi motivato, in maniera illegittima, il provvedimento impugnato, non avendo peraltro fatto riferimento a nessun altro ostacolo all’accoglimento dell’istanza di trasferimento, se non alle ragioni di programmazione definite come è noto in ambito ministeriale (Cons. Stato, Sez. II, par. 20 aprile 2011, n.1555), peraltro nel caso di specie ampiamente rispettate; l’Ateneo, quindi, preso atto delle vacanze oramai definitivamente acquisite, avrebbe dovuto decidere, motu proprio, se mettere a scorrimento o meno tali vacanze senza alcun riguardo alle indicazioni fornite dal Ministero.
Si è costituito, per resistere al ricorso, il MIUR, depositando comparsa soltanto formale.
Con ordinanza n. 5468/2017 resa in esito alla camera di consiglio del 18.10.2017 la Sezione ha respinto la domanda cautelare proposta per l’assorbente ragione che “…per quanto si possa convenire, in termini generali, sull’opportunità che i posti disponibili per i corsi di “TFA sostegno” non restino inutilizzati in presenza di candidati muniti del titolo di abilitazione e risultati idonei (ma non vincitori) nelle prove preselettive di accesso indette presso determinate Università (dove i posti disponibili sono stati interamente coperti), tuttavia, il perseguimento di un tale obiettivo non può che essere rimessa a scelte organizzative di carattere discrezionale dell’Amministrazione statale, che riguardino però tutti i potenziali soggetti interessati”.
Successivamente si sono verificati i seguenti eventi:
- il Consiglio di Stato, investito dell’appello cautelare proposto dagli odierni ricorrenti, ha riformato l’ordinanza di questa Sezione dubitando della “ragionevolezza della clausola di non integrazione, con altri candidati, dei posti rimasti disponibili” (Cons. Stato, sez. VI, 18.12.2017, n. 5546);
- i ricorrenti Nicola Giovanni Migliaccio e Romina Trasacco hanno ottenuto il bene della vita cui anelavano avendo ottenuto l’immatricolazione al corso TFA presso l’Università ove avevano sostenuto le prove selettive di accesso, tramite successivo scorrimento della graduatoria concorsuale da parte di detto Ateneo (v. memoria ric. del 17.4.2018);
- i ricorrenti Massimiliano Nunziata e Fabio Genovese, invece, in forza dell’ordinanza cautelare adottata dal Consiglio di Stato, hanno ottenuto l’immatricolazione al corso, rispettivamente, presso l’Università del Salento (Genovese) e presso l’Università degli studi di Bergamo (Nunziata) (v. memoria del 17.4.2018 e documenti ivi richiamati).
Alla pubblica udienza del 23 maggio 2018, dopo la discussione, la causa è stata trattenuta in decisone dal Collegio.
Assumono decisivo rilievo ai fini della presente pronuncia i fatti sopravenuti allegati dalla difesa dei ricorrenti. E’ infatti evidente, in primo luogo, che i signori Migliaccio e Nunziata, avendo ottenuto l’iscrizione al corso TFA presso l’Università di loro elezione per effetto dello scorrimento della graduatoria avvenuto in data successiva all’introduzione del presente giudizio, non hanno più interesse a coltivare il gravame avendo pienamente realizzato il bene della vita al cui conseguimento ambivano tramite la domanda giudiziale.
Nei confronti dei precitati ricorrenti, pertanto, il Collegio non può che pervenire ad una pronuncia di improcedibilità per sopravvento difetto di interesse ai sensi dell’art. 35, comma 1, lett. c), c.p.a.
Con riferimento, invece, alle posizioni dei ricorrenti Nunziata e Genovese, si richiedono alcune considerazione preliminari.
Il Collegio rileva che la loro iscrizione ai corsi TFA – Sostegno presso atenei diversi (università del Salento e Bergamo) da quelli nei quali i medesimi avevano sostenuto le prove concorsuali – sebbene disposta dai due atenei in questione sulla base dell’ordinanza n. 5546 del 18.12.2017 del Consiglio di Stato che, in riforma del provvedimento cautelare di prime cure, ha ritenuto irragionevole la clausola di non integrazione, con altri candidati, dei posti rimasti disponibili – non esclude, in assoluto, l’esplicazione nella specie da parte delle università resistenti di un potere anche valutativo, rimesso all’autonomia universitaria, che consentiva ai predetti atenei, in presenza di posti vacanti o rimasti inoptati, di ammettere ai corsi TFA candidati che, come i ricorrenti menzionati, erano risultati idonei in altri concorsi dimostrando la loro attitudine a frequentare proficuamente e concludere i corsi stessi (come dimostrano “ex post” gli esami sostenuti con ottimo profitto dai due candidati in discorso nei corsi di rispettiva pertinenza - vedi ultima produzione doc. ric.). In altri termini, ad avviso del Collegio, la disposizione di cui all’art. 6, comma 10, D.M. 30.9.2011 secondo cui “la graduatoria degli ammessi al corso non può essere in nessun caso integrata con altri candidati….”, deve interpretarsi nel senso che essa non arriva a negare in capo agli atenei ogni autonomia di valutazione in ordine alla possibilità di ammettere candidati che siano risultati idonei presso altri atenei dove hanno sostenuto le loro prove e che non abbiano potuto accedere ai relativi corsi soltanto a causa dell’insufficienza dei posti ivi disponibili.
Rientra viceversa nel potere del singolo Ateneo la valutazione di immatricolare candidati risultati idonei nelle procedure di selezione per l’accesso al TFA, per la stessa classe di concorso, presso altri atenei italiani, con il solo vincolo della disponibilità di posti e con il solo obbligo di assicurare adeguate forme di “par condicio” concorsuale e parità di trattamento, in caso di domande “ab externo” superiori al numero di posti rimasti disponibili.
Tale interpretazione adeguatrice della disposizione ministeriale si impone per il rispetto dovuto ai principi, di rilievo costituzionale, dell’autonomia universitaria e del diritto allo studio (artt. 33 e 34 Cost.) a cui si collega il principio di (tendenziale) piena soddisfazione del fabbisogno programmato di una determinata professionalità e di piena saturazione delle risorse e dotazioni rese disponibili dalle strutture universitarie per una determinata formazione professionale (profili questi ultimi che, evidentemente, si connettono strettamente al principio di buona ed efficiente amministrazione ai sensi dell’art. 97 Cost.).
Sulla base di tale premessa interpretativa dell’art. 6, comma 10, D.M. 30.9.2011 e ritenuto, conseguentemente, che l’ammissione dei signori Genovese (presso l’univeristà del Salento) e Nunziata (presso l’università di Bergamo) non possa essere qualificata in termini di mera e stretta esecuzione del “dictum” cautelare bensì quale esercizio del potere – dovere di ogni ateneo di ammettere, a domanda, ai propri corsi TFA, candidati risultati idonei in altre procedure concorsuali ai fini della piena occupazione dei posti (ancora) disponibili, il Collegio ritiene che, anche per i due ricorrenti menzionati, l’ammissione e la successiva frequenza, in atto, dei corsi, determinano il venir meno, anche per essi, dell’interesse al presente ricorso, potendosi ritenere, anche in questo caso, pienamente realizzato l’interesse sostanziale alla cui soddisfazione gli stessi ambivano.
L’esito del giudizio insieme alla peculiarità e novità della fattispecie vagliata (oltre alla mancanza di articolata attività difensiva da parte delle Amministrazioni resistenti), giustificano pienamente la compensazione delle spese di giudizio.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo dichiara improcedibile per sopravvenuto difetto di interesse di tutti i ricorrenti in epigrafe. Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 23 maggio 2018 con l'intervento dei magistrati:
Gabriella De Michele, Presidente
Silvio Lomazzi, Consigliere
Claudio Vallorani, Referendario, Estensore

Pubblicato il 23/10/2018