#4127 Corte dei conti, sez. III, 21 luglio 2016, n. 345

Professore associato – Tempo definito e tempo pieno – Incompatibilità – Prescrizione – Occultamento doloso

Data Documento: 2016-07-21
Autori:
Autorità Emanante:
Area: Giurisprudenza
Massima

L’art. 1, comma 2, legge 14 gennaio 1994, n. 20, ha previsto che “Il diritto al risarcimento del danno si prescrive in ogni caso in cinque anni, decorrenti dalla data in cui si è verificato il fatto dannoso, ovvero in caso di occultamento doloso del danno, dalla data della sua scoperta”. La regola generale ritiene che il fatto dannoso non si perfeziona con il comportamento tenuto dal pubblico dipendente in difformità da quello previsto dalle norme, ma con il momento in cui, verificandosi le conseguenze di quella condotta, si realizza l’eventus damni – quale effettivo depauperamento del patrimonio pubblico, ovvero quale concreta lesione della reputazione della Pubblica Amministrazione, intesa come proiezione esterna di valori ed interessi pubblici aventi dignità costituzionale, a causa di condotte del pubblico operatore incidenti negativamente sulle regole di funzionamento dell’agire amministrativo – e si abilita il requirente all’esercizio dell’actio damni.Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno da fatto illecito sorge non dal momento in cui l’agente compie l’illecito – o dal momento in cui il fatto del terzo determina ontologicamente il danno all’altrui diritto – bensì dal momento in cui la produzione del danno si manifesta all’esterno, divenendo oggettivamente percepibile e riconoscibile. Per ciò, la scoperta del “doloso occultamento del danno” non consiste nella conoscenza o conoscibilità ipotetica di un illecito penale (da parte dell’amministrazione danneggiata e anche del procuratore regionale), ma presuppone che l’attività dolosa, e sopra tutto il danno, siano delineati nelle loro linee essenziali, a seguito di specifiche attività investigative.L’occultamento doloso, da non confondere con il dolo quale elemento strutturale dell’illecito contabile, costituisce la ragione dello spostamento in avanti, rispetto al momento del verificarsi dell’evento dannoso, del tempo della sua conoscibilità che diviene in fieri effettiva conoscenza, anche in vicende non raffiguranti una specifica ipotesi delittuosa, come quella di causa, in cui l’esercizio di un’attività, dal legislatore ritenuta a monte incompatibile con lo status di docente a tempo definito, disimpegnata nella contestualità di attività a rilievo pubblicistico, veniva ad integrare una violazione di norme ordinamentali con risvolti anche di natura “verosimilmente” erariale.L’occultamento doloso non può coincidere puramente e semplicemente con la commissione (dolosa) del fatto pregiudizievole, richiedendo una ulteriore condotta indirizzata ad impedire la conoscenza del fatto: occorre, in altri termini, un comportamento che, pur se può comprendere la causazione stessa del fatto dannoso, deve tuttavia includere atti specificamente volti a prevenire la scoperta di una lesione patrimoniale ancora in fieri oppure a nascondere un danno ormai prodotto. Una tale condotta, tesa a porre nell’ombra dell’impercettibile il fatto dannoso in assenza di un obbligo giuridico di attivarsi richiede un quid pluris commissivo in perfetta armonia con i principi generali. Laddove, invece, ricorre un siffatto obbligo giuridico di informare e, quindi, di attivarsi, l’ulteriore condotta dolosa del debitore/dipendente pubblico, tesa ad occultare il fatto pregiudizievole, può estrinsecarsi anche in una condotta omissiva, quando chiaramente riguardi atti dovuti, ai quali, cioè, il debitore è tenuto per legge.La ratio del regime autorizzatorio di talune attività, ritenute compatibili con lo status di professore associato a tempo definito, è da ricercare sia nella necessità di consentire ai dipendenti pubblici l’assunzione e lo svolgimento di incarichi occasionali retribuiti, sia nell’esigenza di verificare ex ante la sussistenza di eventuali situazioni di conflitto tra l’interesse del privato richiedente e quello della pubblica amministrazione autorizzante. Ora, l’avere previsto delle attività compatibili ed autorizzabili e delle attività assolutamente incompatibili implica inevitabilmente che per lo svolgimento delle stesse, ove non liberalizzate, deve sempre formularsi una domanda, anche all’evidenza per le attività incompatibili, il cui svolgimento in tale caso sarebbe stato negato dall’ateneo. Di talché la circostanza che determinate attività extra universitarie possano essere autorizzate rende evidente che le stesse debbano essere tutte portate a conoscenza dell’amministrazione universitaria.La mancata richiesta di autorizzazione (vale a dire l’omessa informativa) per attività extra officio, sia pure per le attività incompatibili destinata a un epilogo di rigetto da parte della pubblica amministrazione, viene ad integrare una condotta tesa all’occultamento dell’asserito danno, mentre elemento costitutivo del fatto dannoso deve ritenersi il mero svolgimento dell’attività, vietata a monte dal legislatore, in contrasto con lo status di professore associato a tempo definito. Del tutto irrilevante è poi la circostanza che lo svolgimento di una tale attività sia conoscibile all’esito di accertamenti ad personam da parte dell’amministrazione, poiché il datore di lavoro deve essere comunque e sempre informato dal proprio dipendente delle circostanze che potrebbero incidere sul rapporto di impiego.

Contenuto sentenza
GIUDIZIO DI CONTO
C. Conti Sez. III App., Sent., 21-07-2016, n. 345
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
La Corte dei Conti
Sezione Terza Giurisdizionale Centrale d'Appello
Composta dai Sigg.ri magistrati:
Dott.ssa Fausta Di Grazia - Presidente
Dott. Antonio Galeota - Consigliere
Dott.ssa Giuseppa Maneggio - Consigliere
Dott.ssa Giuseppina Maio - Consigliere
Dott. Giovanni Comite - Consigliere relatore
ha pronunciato la seguente
Sentenza
sulla citazione in appello, iscritta al n. 46.348 del registro di Segreteria, proposta dal Procuratore presso la Sezione giurisdizionale regionale per la Liguria: appellante,
Contro
il Sig. D.I. (C.F. (...)), rappresentato e difeso, giusta procura speciale in calce a comparsa di costituzione e risposta, in atti al 30 ottobre 2013, dagli Avv.ti Cuomo Ulloa Alberto (C.F. (...)) e Sestini Gianluca (C.F. (...)), ed elettivamente domiciliato presso lo studio del secondo, a Roma (RM), in via Cerveteri, n. 12: appellato,
Avverso e per la riforma
della sentenza n. 146/2013 - della Corte dei conti - Sezione giurisdizionale regionale per la Liguria - depositata il 03 settembre 2013, non notificata.
Visti: la citazione in appello, gli scritti a difesa dell'appellato, gli atti tutti di causa;
uditi alla pubblica udienza dell'8 giugno 2016, con l'assistenza del segretario sig.ra Bianco Lucia, il Cons. relatore, dott. Comite Giovanni, il Pubblico Ministero appellante, nella persona del V.P.G. dott.ssa De Petris Luisa, e l'Avv. Cuomo Ulloa Alberto, per l'appellato.
Svolgimento del processo - Motivi della decisione
1. Con atto di citazione, prodotto il 06 marzo 2013, la Procura presso la Sezione giurisdizionale regionale per la Liguria conveniva in giudizio l'epigrafato prevenuto per ottenerne la condanna al risarcimento, in favore del Pubblico erario, per un presunto danno erariale quantificato in Euro 84.115,47, oltre accessori e spese del grado.
2. I fatti di causa. In data 12 febbraio 2007, il Garante dell'Università degli Studi di Genova faceva pervenire alla Procura contabile una copia delle relazioni sull'attività svolta dall'Ufficio, per gli anni accademici 2005 - 2006 e 2006 - 2007, nelle quali erano segnalate, tra l'altro, le doglianze di un docente circa l'assenza ingiustificata di colleghi di lavoro alle lezioni e alle sedute di esami. All'esito di tali apprensioni la Procura territoriale, in data 19 febbraio 2007, apriva la vertenza n. 351/2007/V, avente ad oggetto il segnalato fenomeno assenteistico, nel cui fascicolo, negli anni 2008 - 2012, erano acquisiti anche articoli di stampa dedicati al precitato malcostume, al quale non sarebbe stato estraneo il Corpo docente dell'Ateneo genovese. A seguire, segnatamente il 15 ottobre 2008, il M.E.F. - Servizio Ispettivo Finanza Pubblica - indirizzava al Magnifico Rettore dell'Università degli Studi di Genova e alla Procura regionale contabile copia della relazione di verifica amministrativo - contabile, eseguita dal 18 marzo 2008 al 23 maggio 2008 presso il predetto Ateneo, in cui erano segnalate delle disfunzioni organizzative, meritevoli di valutazione e di intervento, con riguardo ai docenti in servizio "a tempo pieno", cui sarebbe precluso l'esercizio di qualsiasi attività professionale e di consulenza esterna. Alla luce di tali segnalazioni, ritenute sintomatiche di possibili abusi, la Procura regionale esperiva specifici accertamenti, anche presso l'Agenzia delle Entrate. Per quanto di interesse, emergeva che il Prof. D.I., professore associato presso la Facoltà di Architettura dell'Università di Genova - in regime a tempo definito, per il periodo 12 giugno 1985/31 ottobre 1998, e di impegno a tempo pieno, dal 1 novembre 1998 al 31 ottobre 2007, data di cessazione dal servizio - in data 17 luglio 1989 costituiva, con il coniuge e con la figlia, la Società semplice "C.I.G.", al fine di mantenere e gestire le proprietà comuni dei componenti della famiglia, quindi, come emergente dall'Atto costitutivo, con "assoluta esclusione di qualsiasi scopo speculativo e di qualsiasi attività commerciale". In seguito, in data 26 dicembre 1995, il docente acquistava dalla figlia una quota della Società "E. S.r.l.", avente ad oggetto l'intermediazione, l'importazione, l'esportazione, il commercio, nonché la lavorazione di prodotti metallici e di semilavorati, prefabbricati e componenti per l'edilizia. Il 15 gennaio 1996 veniva nominato Presidente del Consiglio di Amministrazione della predetta Società, carica rivestita sino alle dimissioni in data 26 ottobre 1998, alcuni giorni prima di passare ad esercitare l'impiego di associato in regime a tempo pieno. Secondo la Procura territoriale l'incarico di Presidente del C.D.A. della Società "E. S.r.l.", comportando l'esercizio di attività commerciale e industriale, era da considerarsi incompatibile con lo status di docente universitario, anche a tempo definito, per espressa previsione degli artt. 60, del D.P.R. n. 3 del 1957, e 53, del D.Lgs. n. 165 del 2001, ma anche della specifica disciplina contenuta negli artt. 11 e 15 del D.P.R. n. 382 del 1980. E lo svolgimento di tale attività, nonostante il divieto di legge, avrebbe determinato un danno all'Erario pari alle retribuzioni lorde percepite dal Prof. D., nel periodo controverso, quantificato in Euro 84.115,47 e contestato con l'odierno libello, all'esito dell'apertura della specifica vertenza n. 688/2012. Onde, non vi erano dubbi, da parte del Procuratore procedente, in ordine alla sussistenza del dolo, stante la consapevolezza del prevenuto di porre in essere comportamenti vietati dalla legge, applicabile ai professori universitari, sia a tempo pieno sia a tempo definito, così come sancito dal D.P.R. n. 382 del 1980, art. 11, comma 5 lett. a), per i primi, e comma 4, lett. b), per i secondi. E l'illecito, consistente nell'avere svolto attività commerciali e imprenditoriali incompatibili con lo status di professore universitario, non poteva ritenersi prescritto in quanto ricorrente l'occultamento doloso, per il quale era sufficiente che il "...responsabile...volontariamente lo tenga celato. Nel caso di specie l'assenza da parte del D. di qualsivoglia comunicazione all'Universitàcirca lo svolgimento di attività extra (che sarebbe stata giuridicamente obbligatoria) esprime evidentemente la volontà di tenere all'oscuro il datore di lavoro di circostanze rilevanti, in quanto potenzialmente in grado di innescare il procedimento amministrativo culminante con la decadenza del docente (nel caso di mancata cessazione delle attività incompatibili)". Per ciò, il termine quinquennale dell'azione decorreva dalla data della scoperta dell'illecito, ossia dal 02 agosto 2012 in cui la Procura ha ricevuto la relazione del dott. F.A., accertativa dei fatti.
3.- Con sent. 146/2013, del 03 settembre 2013, la Corte territoriale proscioglieva il Prof. D.I. da ogni addebito, per essere la pretesa erariale estinta per prescrizione; a tale formula seguiva il non luogo a provvedere in ordine alle spese. Nell'ordito motivazionale i primi Giudici rilevavano che l'azione, esercitata dal P.M. a distanza di quattordici anni dall'ultimo episodio asseritamente produttivo di danno, avrebbe potuto ritenersi tempestiva solo in ipotesi di doloso occultamento del pregiudizio ad opera dell'autore dell'illecito, circostanza che in specie era da escludere. Infatti, la regola dell'art.1, comma 2, della L. n. 20 del 1994, secondo la quale in caso di occultamento doloso del danno il termine di prescrizione era a decorrere dalla sua scoperta, costituiva una trasposizione, nella materia della responsabilità amministrativa, della identica regola generale posta dall'art. 2941, 1 comma, n. 8 del c.c., prevedente la sospensione della prescrizione tra il debitore, che ha dolosamente occultato l'esistenza del debito, e il creditore, finché il dolo non sia stato scoperto. Di tal ché, e secondo l'interpretazione che ne aveva dato la Corte di legittimità, l'occultamento doloso preteso dalla norma doveva concretizzarsi in una condotta ingannatrice e fraudolenta diretta intenzionalmente ad occultare l'esistenza del credito. Onde, per ricorrere l'effetto sospensivo occorreva un comportamento attivo del debitore, con esclusione della applicabilità della disposizione in parola in caso di semplice comportamento omissivo. In breve, occorreva, come da consolidato orientamento contabile, non solo la realizzazione della condotta dolosa, ma un ulteriore comportamento indirizzato ad impedire la conoscenza del fatto. E nel caso all'esame non si verificava un occultamento doloso del danno da parte del Prof. D., in quanto non erano a rinvenirsi "...specifici artifizi volti a tenere celata l'attività di Presidente del CDA della S.r.l. E., regolarmente risultante dagli atti della Camera di Commercio e dalle dichiarazioni prodotte ai fini fiscali". Da ultimo, in ipotesi, l'Amministrazione di appartenenza del docente, cui competeva l'accertamento delle violazioni del rapporto di lavoro dei dipendenti e la verifica dell'esistenza di eventuali situazioni di incompatibilità, non ha svolto, a tal fine, alcun controllo, neppure nella forma minima della richiesta di autodichiarazione da parte dello stesso dipendente.
4.- Si gravava della sentenza de qua la Procura regionale ligure che, a tal riguardo, era a formulare le seguenti doglianze: la lettura data dalla Corte territoriale dell'art.1 comma 2, della L. n. 20 del 1994, non poteva seguirsi dappoiché sin da tempi risalenti è esplicitamente riconosciuta rilevanza al comportamento omissivo, in presenza, ovviamente, di un obbligo giuridico di comunicazione; solo in assenza di un tale obbligo di informativa è, invece, preteso un "quid pluris" commissivo. Per ciò, "l'occultamento doloso...ben può essere integrato non solo da un comportamento attivo (falsificazione di documenti e artifizi vari) ma anche, secondo i principi generali, da una condotta omissiva, qualora volontariamente non si comunichino fatti che si aveva invece l'obbligo giuridico di comunicare". E un tale obbligo, di comunicare al proprio datore di lavoro, ovvero all'Università di Genova, lo svolgimento di attività professionale potenzialmente incompatibile, discendeva direttamente dagli artt. 1175 e 1375 c.c. e dalle numerose altre disposizioni che ne costituivano specificazione, come ad es. gli artt. 1337 e 1338 c.c., ovvero dalla clausola generale della correttezza o buona fede oggettiva, applicabile a tutti i rapporti contrattuali, compresi quelli di lavoro, pubblici e privati. Il fatto stesso che determinate attività extra lavorative possano essere autorizzate, rendeva evidente che esse dovessero essere comunicate. Cosicché, era del tutto irrilevante la circostanza che lo svolgimento di attività professionale fosse o non notorio, giacché la Pubblica amministrazione deve essere informata dal suo dipendente, sulla base delle regole di correttezza, senza che possa assumere importanza la possibile, casuale conoscenza per altre vie, mentre la superficialità dei controlli è un fatto che ha semmai agevolato il soggetto agente, che come tale non incide né sull'elemento soggettivo né sulle caratteristiche oggettive e soggettive della condotta del volontario occultamento. Infine, soggiungeva la Procura appellante, persino la giurisprudenza formatasi in materia di truffa contrattuale era a ritenere rilevante la semplice omissione, qualora sussistente un obbligo giuridico di comunicazione alla controparte. Di tal ché, risultava chiara l'erroneità della sentenza in punto di prescrizione, il cui dies a quo era, nella specie, da far decorrere dalla data della scoperta dell'illecito, ovvero dal 02 agosto 2012. All'esito del rigetto della eccepita prescrizione, nel merito era a riportarsi a quanto dedotto in citazione e a chiedere, per ciò, la condanna del docente alla restituzione, in favore dell'Università degli Studi di Genova, dell'importo di Euro 84.115,47, quale sommatoria delle retribuzioni effettivamente erogate dall'Ateneo nel periodo controverso.
5.- Resiste all'appello il Prof. D.I., con scritto difensivo in atti al 30 ottobre 2013, nel quale era a chiedere la conferma della sentenza di prime cure in punto di prescrizione. Rilevava che tanto la norma contabile quanto quella di diritto comune partono dal presupposto del doloso occultamento che, per costante giurisprudenza, consiste "...in un quid pluris che si aggiunge al dolo inteso come elemento strutturale dell'illecito". Il che non voleva significare che la norma dovesse trovare applicazione nelle sole ipotesi di condotte commissive, ben potendo realizzarsi, il doloso occultamento, anche al cospetto di comportamenti omissivi comunque dolosi, aventi ad oggetto atti legislativamente obbligatori. In specie, nel comportamento del docente non era rinvenibile alcuna volontà di nascondere lo svolgimento della carica sociale ricoperta nella E. S.r.l. o di renderne difficile la scoperta, tanto più che lo svolgimento di tale attività risultava regolarmente dagli atti della Camera di Commercio e dalle dichiarazioni prodotte ai fini fiscali. Detta carica veniva poi esercitata per un periodo di poco più di due anni, allorché il predetto svolgeva l'incarico di associato in regime di tempo definito, cessando dalla stessa prima di optare per il regime del tempo pieno. E ciò comproverebbe la propria buona fede, come supportata dalla convinzione che non sussistesse alcuna incompatibilità, con il proprio ruolo di docente a tempo definito, dell'esercizio di un'attività che pure avesse potuto parificarsi a quella del commercio e dell'industria. In secondo luogo, rilevava che nell'ordinamento non era rinvenibile alcuna norma che statuiva uno specifico obbligo informativo a carico dei docenti. Di fatti, l'art. 15 del D.P.R. n. 382 del 1980, non imponeva un siffatto dovere, limitandosi a prevedere, quale unica conseguenza per il caso di inosservanza del regime delle incompatibilità, la diffida a cessare dalla predetta situazione e, solo decorsi quindici giorni dalla diffida senza che l'incompatibilità sia cessata, la decadenza dall'Ufficio (senza altre sanzioni). Una tale diffida non è mai stata contestata al prof. D., né lo stesso ha mai ricevuto richiesta di indicare se e quali attività egli esercitasse o intendesse esercitare al di fuori dell'incarico di professore associato a tempo definito. In mancanza di un obbligo giuridico di comunicare, riveniente fonte nelle norme ordinamentali dell'Università, lo stesso non poteva conseguire puramente e semplicemente all'applicazione degli artt. 1175 e 1375 c.c. ovvero dagli artt. 1337 e 1338 c.c., giacché era pur sempre necessaria una norma specifica imponente al soggetto il compimento di atti dovuti, di atti ai quali, cioè, il debitore era tenuto per legge. Onde, l'azione erariale era da dichiararsi, come fatto dal Giudice di prime cure, estinta per prescrizione. Nel merito, poi, rilevava l'insussistenza del danno in quanto il deducente non ha esplicato alcuna attività commerciale o industriale, che non poteva certamente desumersi dal mero rivestimento della carica comportante la rappresentanza legale della società. Concludeva, quindi, per la reiezione dell'appello, con conferma della epigrafata sentenza e comunque per il rigetto di ogni domanda siccome formulata, con il favore delle spese.
6.- Nella memoria aggiuntiva, prodotta in atti il 17 maggio 2016, l'appellato era ad insistere nelle conclusioni dianzi rassegnate, non senza aggiungere che nell'ipotesi in contestazione non si è verificato alcun nocumento erariale e, quindi, la domanda attrice era da ritenere inammissibile in quanto priva di uno degli elementi costitutivi della fattispecie. Alla pubblica udienza odierna, le parti processuali concludevano come da verbale, ribadendo, per ciò, il contenuto dell'atto di appello e degli scritti difensivi, ai quali erano ad operare ogni ritenuto rinvio. Al termine della discussione la causa è stata trattenuta in decisione.
Ragioni del decidere
1.- In limine, ritiene il Collegio di dover precisare che l'oggetto dell'odierno giudizio rinviene espresso vincolo, oltre che nei motivi di gravame, nel decisum di primo grado che ha statuito in ordine alla sola preliminare di merito, dichiarando prescritta l'azione erariale intentata dall'Attore pubblico. Di tal ché, un epilogo eventualmente non confermativo della predetta decisione implicherà, quanto ad effetti, non una trattazione della domanda nel merito, come preteso nelle conclusioni e nella parte motivazionale dell'atto di appello del Procuratore regionale (pagg. 19-20) e negli scritti difensivi dell'appellato (si vedano pagg. 15-22 della comparsa di costituzione e risposta prodotta il 30 ottobre 2013), bensì, siccome previsto dall'art. 105, 1 comma, del R.D. n. 1038 del 1933, nell'interpretazione nomofilattica rassegnatane di recente dalle Sezioni Riunite, con la sent. n. 8/2016/QM, del 21 aprile 2016, un ritorno degli atti al primo Giudice per la prosecuzione del giudizio inteso a una tale disamina. Cosicché, ogni delibazione dello stesso, fatta in questa sede, è da correlare in esclusiva al vaglio della fondatezza dell'eccezione preliminare, senza vincolo alcuno per il thema decidendum. Un tanto premesso, la sentenza impugnata ha prosciolto il prevenuto, dagli addebiti contestati, per prescrizione, per essere stata spiegata la relativa azione oltre il termine quinquennale previsto dall'art.1, comma 2, della L. n. 20 del 1994. Di fatti, l'Ing. D.I., al tempo professore associato presso la Facoltà di Architettura dell'Ateneo genovese - in regime a tempo definito, per il periodo 12 giugno 1985/31 ottobre 1998, e di impegno a tempo pieno, dal 1 novembre 1998 al 31 ottobre 2007, data di cessazione dal servizio - in data 26 dicembre 1995 acquistava dalla figlia una quota della Società "E. S.r.l.", di cui diveniva il successivo 15 gennaio 1996 Presidente del Consiglio di Amministrazione, carica rivestita sino alle dimissioni in data 26 ottobre 1998, alcuni giorni prima di passare ad esercitare l'impiego di associato in regime a tempo pieno. Ora, poiché la suddetta Società aveva ad oggetto l'intermediazione, l'importazione, l'esportazione, il commercio, nonché la lavorazione di prodotti metallici e di semilavorati, prefabbricati e componenti per l'edilizia, la Procura attrice era a considerare una tale carica, comportante la rappresentanza legale della società, dalla quale desumeva l'esercizio, in concreto, di attività commerciale e industriale, incompatibile con lo status di docente universitario, anche a tempo definito, per espressa previsione degli artt. 60, del D.P.R. n. 3 del 1957, e 53, del D.Lgs. n. 165 del 2001, e sopra tutto di quanto specificamente previsto dagli artt. 11 e 15 del D.P.R. n. 382 del 1980, e causa di un (presunto) danno all'Erario corrispondente alle retribuzioni lorde percepite dal Prof. D., nel periodo controverso, siccome quantificato in Euro 84.115,47. I Giudici di primo grado, poiché i fatti asseritamente causa di danno erano a svolgersi dalla data di spiegamento dell'attività ritenuta incompatibile, vale a dire dal 15 gennaio 1996 - di assunzione da parte del Prof. D. della carica di Presidente e Legale rappresentante della società "E. s.r.l." - al 26 ottobre 1998 - di cessazione dalla stessa - erano a ritenere prescritta l'azione erariale in quanto l'invito a dedurre, avente efficacia interruttiva, era intervenuto il 23 ottobre 2012, ossia a distanza di quattordici anni dall'inizio della vicenda. Per giungere a tale epilogo la Corte territoriale ha escluso la configurabilità nella specie dell'ipotesi, sanzionata disciplinarmente dall'art. 1, comma 2, della L. n. 20 del 1994, del "doloso occultamento del danno", che solo avrebbe consentito di differire il decorso prescrizionale dal momento della verificazione del fatto pregiudizievole a quello della sua scoperta. Non ricorrendo, in specie, una condotta ingannatrice e fraudolenta, diretta intenzionalmente ad occultare l'esistenza del danno, vale a dire "...un quid pluris consistente in un'attività fraudolenta soggettivamente e diretta oggettivamente ad occultare il pregiudizio..." era a mancare il presupposto essenziale per differire il dies a quo della prescrizione a un momento successivo. In conclusione, la Corte regionale era ad escludere che il semplice silenzio serbato dal docente, in ordine all'esercizio dell'attività ritenuta incompatibile con il proprio status, senza che venga in evidenza una particolare attività illecita, funzionale, con adeguati accorgimenti, a nascondere lo svolgimento della stessa o a renderne difficile la scoperta, possa integrare un occultamento doloso. Di diverso avviso, all'evidenza, il Procuratore regionale, atteso che per l'occultamento doloso è riconosciuta rilevanza non solo al c.d. comportamento commissivo ma anche a quello omissivo al cospetto, ovviamente, di un obbligo giuridico di informare e di comunicare, in specie ricorrente dappoiché discendente dalle norme generali in materia di correttezza e di buona fede nei negozi giuridici e dalla specifica disciplina di settore che, nel prevedere che determinate attività extra possano essere autorizzate, ne rendeva evidente che esse debbano essere comunicate. L'appellato, da parte sua, era ad avversare una tale ricostruzione giacché non rinvenibile, in ipotesi, alcuna norma giuridica statuente a carico del docente a tempo definito uno specifico obbligo di informare, né tampoco poteva dirsi essere stato approntato uno specifico strumento cartolare di verifica delle attività incompatibili, sottoposto al medesimo.
1.1.- L'appello del Procuratore regionale è meritevole di seguito.
In termini di stretta disciplina giuridica, l'art. 1, comma 2, della L. n. 20 del 1994, ha previsto che: "Il diritto al risarcimento del danno si prescrive in ogni caso in cinque anni, decorrenti dalla data in cui si è verificato il fatto dannoso, ovvero in caso di occultamento doloso del danno, dalla data della sua scoperta". La regola generale ritiene che il fatto dannoso non si perfeziona con il comportamento tenuto dal pubblico dipendente in difformità da quello previsto dalle norme, circostanza questa attinente alla condotta, ma con il momento in cui, verificandosi le conseguenze di quella condotta, si realizza l'eventus damni - quale effettivo depauperamento del patrimonio pubblico - e si abilita il Requirente all'esercizio dell'actio damni. Ora, una tale regola generale va inevitabilmente incontro a deroghe nelle non infrequenti ipotesi di "occultamento doloso", richiedenti lo spiegamento di accorte attività finalizzate al disvelamento, non mero, dei fatti. In tali evenienze, integranti di norma condotte penalmente rilevanti, il legislatore ha voluto affermare la regola della decorrenza della prescrizione dal momento della conoscenza effettiva del danno a ragione del dolo, in luogo del principio della "conoscibilità obiettiva" dello stesso. E la giurisprudenza contabile si è poi spinta oltre, ampliando il concetto di occultamento doloso del pregiudizio e facendo coincidere il comportamento causativo della lesione con l'occultamento stesso (ex multis Corte dei conti, Sez. terza centrale di app., 15 marzo 2002, n. 98/A). In breve, volendo così valorizzare la regola espressa dalla Corte di legittimità (ex multis Corte di Cass., Sez. Lav., n. 12666, del 29 agosto 2003, id. n. 311/03, del 13 gennaio 2003, ripresa in Corte dei conti, Sezione prima centrale di app., 12 maggio 2003, n. 427), il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno da fatto illecito sorge non dal momento in cui l'agente compie l'illecito - o dal momento in cui il fatto del terzo determina ontologicamente il danno all'altrui diritto - bensì dal momento in cui la produzione del danno si manifesta all'esterno, divenendo oggettivamente percepibile e riconoscibile. Per ciò, la scoperta del "doloso occultamento del danno" non consiste nella conoscenza o conoscibilità ipotetica di un illecito anche a rilievo penale (da parte dell'Amministrazione danneggiata e anche del Procuratore regionale), ma presuppone che l'attività dolosa, e sopra tutto il danno, siano delineati nelle loro linee essenziali, a seguito di specifiche attività investigative. "...Invero, nei casi di indebita percezione di denaro, collegata con la consumazione di fatti delittuosi, si deve ritenere in re ipsa la sussistenza di un doloso occultamento del danno e tale situazione, a sua volta, comporta un obiettivo impedimento ad agire, di carattere giuridico e non di mero fatto: ciò implica che l'azione contabile può essere iniziata solo allorché il fatto comportante responsabilità amministrativa viene non meramente scoperto, ma quando esso assume una sua concreta qualificazione giuridica, atta ad identificarlo come presupposto di una fattispecie dannosa" (cfr. Corte dei conti, Sez. 2^ centr. di app., n. 416, 14 giugno 2013, id. n. 60, del 17 febbraio 2014, Sez. Lombardia, 29 gennaio 2014, n. 23). E anche in tale ipotesi l'interpretazione giurisprudenziale è andata al di là, sostenendo che "...a prescindere dal principio dell'occultamento doloso del danno, è sempre applicabile, in tema di prescrizione, il principio della conoscibilità del pregiudizio e, nel caso, è ben chiaro che, a fronte di comportamenti sulla cui dolosità non si è ancora pronunciato il giudice penale, sia pure investito della questione, risulta che, per l'accertamento della dannosità dell'operato dell'appellante, sono state necessarie ben tre verifiche e relazioni da parte della Guardia di Finanza. La giurisprudenza di questa Sezione ha al riguardo affermato che la prescrizione dell'azione contabile decorre da quando il fatto dannoso non viene meramente scoperto, ma da quando esso assume una sua concreta qualificazione giuridica, atta ad identificarlo come presupposto di una fattispecie dannosa pure qualificata, tanto da dare inizio ad una inchiesta amministrativa o penale, e da quando si è verificato il danno quale componente del "fatto", il che coincide con la data del provvedimento di rinvio a giudizio in sede penale, a nulla rilevando la mera "notizia" del fatto, e le precedenti indagini conoscitive non comportanti una conoscenza affidabile dei fatti" (così Corte dei conti, Sez. 1^ Centr. di App., 21 gennaio 2014, n. 107). Ora, l'"occultamento doloso", da non confondere con il dolo quale elemento strutturale dell'illecito contabile, costituisce la ragione dello spostamento in avanti, rispetto al momento del verificarsi dell'evento dannoso, del tempo della sua conoscibilità che diviene in fieri effettiva conoscenza, anche in vicende non raffiguranti una specifica ipotesi delittuosa, come quella di causa, in cui l'esercizio di un'attività, dal legislatore ritenuta a monte incompatibile con lo "status" di docente a tempo definito, disimpegnata nella contestualità di attività a rilievo pubblicistico, veniva ad integrare una violazione di norme ordinamentali con risvolti anche di natura "verosimilmente" erariale. Ora, ricorrendo una tale evenienza, in cui il perfezionamento del presunto illecito erariale si ha con la percezione della retribuzione statale nella contemporaneità dello svolgimento dell'attività incompatibile, fatto impeditivo della decorrenza della prescrizione, a mente dell'art. 2935 c.c., è solo quello che deriva da cause giuridiche che siano di ostacolo all'esercizio del diritto di credito e, quindi, del diritto/dovere ad agire in giudizio - non comprendendo, quindi, anche gli impedimenti soggettivi o gli ostacoli di mero fatto - per il quale sia l'art. 2941, 1 comma, n. 8 c.c., sia l'art.1, comma 2, della L. n. 20 del 1994, prevedono in modo espresso, nel primo caso, la sospensione del suo decorso, nel secondo, la sua non decorrenza, al cospetto di fattispecie dolosa accompagnata da occultamento di tipo attivo ovvero omissivo. Di tal ché, non era a rientrare in tale ipotesi l'ignoranza da parte del titolare, del fatto generatore del suo diritto ed il ritardo indotto dalla necessità del suo accertamento, salvo quanto di seguito. Ora, fermi i diversi effetti che ne erano a conseguire - id est, vale la pena ribadire, nella fattispecie tratteggiata dall'art. 2941, n. 8 c.c. l'occultamento doloso dei fatti asseritamente dannosi produce la sospensione di una prescrizione in corso, mentre nell'ipotesi di cui all'art. 1, comma 2, della L. n. 20 del 1994 la prescrizione non decorre affatto, rimanendo integro il potere di azione del PM, differito a un momento successivo a quello di verificazione dei fatti suppostamente pregiudizievoli - si trattava, di tutta evidenza, di una identica fattispecie disciplinare, ove la figura del debitore può indifferentemente sovrapporsi a quella del dipendente pubblico, autore del danno, e quella del creditore coincide con quella della P.A.-Di fatti, la giurisprudenza di questa Sezione (cfr. Corte dei conti Sez. 3^ di app., n. 32, del 18 febbraio 2002) era a chiarire, con opinamento giuridico che merita conferma, che "...tanto la norma contabile quanto quella di diritto comune partono dal presupposto del doloso occultamento...". Conseguentemente, in specie quel che rileva è la esegesi, ai fini applicativi, della locuzione "occultamento doloso". Ora, la Corte territoriale ha ritenuto bastevole ad integrare un "occultamento doloso", atto a posticipare il dies a quo del termine di prescrizione al momento della scoperta del danno, "...un comportamento attivo del debitore, con esclusione della disposizione in parola in caso di semplice comportamento omissivo". Soggiungeva, infatti, che "occultare vuol dire fare qualcosa, porre in essere un'attività intenzionalmente e specificamente diretta ad impedire la scoperta". Deponeva, poi, per la natura commissiva della stessa anche il contenuto modale dei mezzi fraudolenti che devono accompagnare la condotta di occultamento. Di tal ché, soggiungevano i primi Giudici, un eventuale comportamento reticente del debitore/dipendente pubblico, costituendo un mero impedimento di fatto, non varrebbe ad impedire il decorso della prescrizione. Ora, l'ordito motivazionale della Corte territoriale, in sé corretto, richiede di essere completato attribuendosi giusta rilevanza anche al comportamento omissivo, quale modalità ulteriore dell'occultamento doloso, siccome correlato ad un obbligo giuridico di comunicare, di informare. Per ciò, in principalità, può convenirsi sulla circostanza che l'occultamento doloso "...non può coincidere puramente e semplicemente con la commissione (dolosa) del fatto pregiudizievole, richiedendo una ulteriore condotta indirizzata ad impedire la conoscenza del fatto: occorre, in altri termini, un comportamento che, pur se può comprendere la causazione stessa del fatto dannoso deve tuttavia includere atti specificamente volti a prevenire la scoperta di una lesione patrimoniale ancora in fieri oppure a nascondere un danno ormai prodotto" (così Corte dei conti, Sez. 3^ di app., n. 32, del 18 febbraio 2002, n. 120, del 09 aprile 2002, n. 474/2006, idem Sez. 1^, 28 ottobre 2002, n. 368, n. 40/2009/A, del 02 febbraio 2009, Sez. 3 di app., 406, del 05 agosto 2015, n. 485, del 12 ottobre 2015, n. 67, del 26 febbraio 2016, n. 127, del 06 aprile 2016, nonché Sez. Veneto, n. 992, del 07 luglio 1995, e Sez. Lombardia, n. 728/2005). Una tale condotta, tesa a porre nell'ombra dell'impercettibile il fatto dannoso - in fieri o di già causato - in assenza di un obbligo giuridico di attivarsi era a richiedere un "quid pluris" commissivo in perfetta armonia con i principi generali. Là dove, invece, era a ricorrere un siffatto obbligo giuridico di informare e, quindi, di attivarsi, l'ulteriore condotta dolosa del debitore/dipendente pubblico, tesa ad occultare il fatto pregiudizievole, poteva estrinsecarsi anche in una condotta omissiva, "...quando chiaramente riguardi atti dovuti, ai quali, cioè, il debitore è tenuto per legge" (così Corte di Cass. n. 392 del 16 febbraio 1967, id. 09 gennaio 1979, n. 125, 11 novembre 1998, n. 11348, con principi che riecheggiano nei successivi arresti). Di tanto, e a validare le tesi della Procura territoriale appellante, è convinta, invero, la Corte