#4157 Corte dei conti, sez. II, 21 gennaio 2016, n. 55

Docente universitario – Danno all’immagine – Danno da disservizio – False attestazioni di presenza in servizio – False certificazioni di malattia

Data Documento: 2016-01-21
Autori:
Autorità Emanante:
Area: Giurisprudenza
Massima

[X] Sussiste la legittimazione passiva dell’ateneo di appartenenza in relazione alle ingiustificate assenze lavorative che il suo docente ha posto in essere presso un’azienda ospedaliera. Infatti, deve ritenersi che il danno patrimoniale per tali false attestazioni e certificazioni sia stato arrecato soprattutto all’università, dalla quale il docente percepiva lo stipendio senza fornire nei giorni predetti (in tutto o in parte) la propria controprestazione presso l’amministrazione sanitaria, dove lavorava in forza di convenzione tra l’ateneo ed il Servizio sanitario nazionale.È raffigurabile un danno da disservizio arrecato all’amministrazione di appartenenza qualora le condotte del dipendente l’abbiano costretta allo svolgimento di complesse e reiterate attività istruttorie e sanzionatorie al fine di accertare e reprimere le condotte illecite del dipendente stesso, potendosi così presumersi un dispendio di risorse umane e strumentali subìto dall’ateneo a causa della condotta antigiuridica del docente. È raffigurabile un danno da disservizio arrecato all’amministrazione di appartenenza qualora le condotte del dipendente l’abbiano costretta allo svolgimento di complesse e reiterate attività istruttorie e sanzionatorie al fine di accertare e reprimere le condotte illecite del dipendente stesso, potendosi così presumersi un dispendio di risorse umane e strumentali subìto dall’ateneo a causa della condotta antigiuridica del docente.

Contenuto sentenza
GIUDIZIO DI CONTO
C. Conti Sez. II App., Sent., 21-01-2016, n. 55
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE DEI CONTI
SEZIONE SECONDA GIURISDIZIONALE CENTRALE DI APPELLO
composta dai seguenti magistrati:
Luciano Calamaro - Presidente
Angela Silveri - Consigliere
Luigi Cirillo - Consigliere relatore
Francesca Padula - Consigliere
Marco Smiroldo - Consigliere
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
sull'appello iscritto al n. 36035 del registro di segreteria, depositato il 14.10.2009, proposto avverso la sentenza della Sezione giurisdizionale per la regione Emilia-Romagna n. 429/09/R, depositata il 13.7.2009
DA
R.A.M., rappresentato e difeso dall'Avvocato Giancarlo Fanzini e con lui elettivamente domiciliato presso lo studio Gian Marco Grez in Roma, al Corso Vittorio Emanuele Secondo n. 18, giusto mandato a margine dell'appello
APPELLANTE
CONTRO
IL PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DEI CONTI, domiciliato per la carica in Roma, alla Via Baiamonti n.25
IL PROCURATORE REGIONALE PRESSO LA SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA REGIONE EMILIA-ROMAGNA DELLA CORTE DEI CONTI
APPELLATI
rappresentato in appello dalla Procura Generale, sedente in Roma, alla Via Baiamonti n.25
Visti gli atti ed i documenti di causa.
Uditi nella pubblica udienza del giorno 21 luglio 2015 il relatore consigliere Luigi Cirillo; nonché l'avvocato Fanzini, il quale si riportava ai motivi di appello, in particolare contestando la quantificazione del danno, ed eccependo la nullità ai sensi dell'art.17 co. 30 del D.L. n. 78 del 2009; nonché il Vice Procuratore Generale Luisa De Petris, che richiamava quanto dedotto nelle conclusioni depositate in atti e non si opponeva ad una riduzione della quantificazione del danno all'immagine.
Svolgimento del processo
1 - Con sentenza n. 429/09/R depositata il 13.7.2009, la Sezione giurisdizionale per l'Emilia-Romagna condannava A.M. al pagamento - in favore dell'Università di Bologna - della somma di Euro 40.000,00 per danno all' immagine ed Euro 3.281 per danno patrimoniale e da disservizio, comprensivi di interessi legali e rivalutazione monetaria, ed al pagamento delle spese di giustizia (Euro 745,44).
La condanna si fondava sulla responsabilità amministrativa dolosa del convenuto, relativa a false attestazioni di presenza in servizio presso il Policlinico Suor Orsola Malpighi o l'Università di Bologna, in momenti in cui il M. svolgeva attività presso una clinica privata (Villa Toniolo); vicenda già oggetto di condanna penale di primo grado, con provvisionale di Euro 30.000 a favore dell'Ateneo (costituito parte civile).
1.1 - In punto di fatto, la sentenza riferiva che - a seguito delle indagini penali - la Procura regionale di questa Corte aveva chiesto la condanna alla maggior somma di Euro 137.761,90, accessori e spese, di cui Euro 27.761,90 per danno patrimoniale (Euro 3.281,90 per retribuzioni indebitamente percette in relazione a periodi in cui svolgeva attività privatistica ed Euro 24.480,00 per spese di costituzione di parte civile dell'Università nel processo penale), Euro 10.000 per danno da disservizio (derivante dai costi dell'attività amministrativa svolta a causa dell'illecito commesso dal convenuto, calcolato sulla base di un prospetto dell'Ateneo) ed Euro 100.000 per danno all' immagine dell' Università di Bologna e del Policlinico Suor Orsola.
Quindi, la sentenza dava atto delle difese del M. (poi disattese e riproposte come motivi di gravame, oltre riportati) sostanzialmente riconducibili alla mancanza dei presupposti della responsabilità amministrativa (per intervenuta assoluzione penale in appello) ed alla mancanza di prova ed all'eccessiva liquidazione del danno patrimoniale e del danno all'immagine.
1.2 - In punto di diritto, la sentenza evidenziava che il Tribunale di Bologna aveva condannato il M. per alcuni falsi e truffe ai danni dell'Università e della A.O. Suor Orsola Malpighi (per avere o falsamente attestato la propria presenza in servizio o presentato certificazione di malattia, per giorni ed ore in cui egli operava presso una struttura privata) e che la Corte di appello penale (con sentenza n. 2664 del 17.9.2007, intervenuta prima della discussione), aveva assolto il convenuto per gli ulteriori falsi, ma non per le truffe, dichiarate semplicemente prescritte; quindi, la Sezione territoriale si limitava ad affermare l'esistenza di una condotta antigiuridica riconducibile al rapporto di servizio, ed esaminava partitamente le varie voci di danno, pervenendo ad una condanna solo parziale del convenuto.
a) In primo luogo, si respingeva la domanda di condanna al danno patrimoniale per spese difensive sostenute dall'Università.
b) In secondo luogo, il Collegio condannava il M. ad un danno da disservizio, inteso come l'insieme dei costi in senso economico (utilizzo di risorse per finalità non istituzionali dell'organizzazione) sostenuti dall'am-ministrazione sia per le retribuzioni indebitamente corrisposte al convenuto senza controprestazione, sia per la repressione degli illeciti commessi dal medesimo convenuto (tre procedimenti disciplinari, rapporti con la Procura penale e con il legale di parte, attività istruttoria). Tali costi venivano liquidati in via equitativa in misura pari agli stipendi delle intere giornate lavorative (anziché alle sole ore concretamente oggetto di "sovrapposizione di presenza") nelle quali il M. risultava contemporaneamente in servizio sia in strutture pubbliche sia presso la clinica privata (Euro 3.281,90 contestati dal P.M.).
c) In terzo luogo, quanto al danno all'immagine - premesso che "dalle risultanze del processo penale" risultava con certezza che il M. aveva attestato la propria presenza in servizio o la propria assenza per malattia in giorni in cui svolgeva attività libero-professionale - la sentenza riteneva che tale fatto fosse causa di lesione del prestigio e dell'immagine dell'ammi-nistrazione, liquidandone l' ammontare (in via equitativa) in Euro 40.000,00, comprensivi di interessi e rivalutazione (e detratto l' importo già corrisposto come provvisionale). Secondo la sentenza, infatti, pur tenendo conto della posizione ricoperta dal docente e della diffusione assunta dalla notizia dei fatti contestati al convenuto, tuttavia tra le poche giornate di lavoro oggetto di contestazione la maggior parte si riferivano ad assenze solo parziali (15 giornate, in 9 delle quali l'assenza era stata solo parziale) e gli importi del danno economico prodotto all'amministrazione erano pari solo ad Euro 3.281,90 (l'intero costo delle giornate lavorative).
1.3 - Infine, l'elemento soggettivo veniva configurato come dolo, inteso come previsione e volontà dei pregiudizi derivanti dalla condotta del convenuto.
2 - Avverso questa sentenza (depositata il 13.7.2009 e notificata il 2.9.2009) il M. (rappresentato e difeso come in epigrafe) proponeva appello (tempestivamente notificato il 30.9-5.10.2009 e depositato il 14.10.2009, ed iscritto al n. 36035 del registro di Segreteria), nel quale chiedeva di ridurre la condanna per danno patrimoniale ad Euro 41,74 e di respingere la domanda di danno all'immagine (anche con riferimento all'art. 17 comma 30-ter D.L. n. 78 del 2009) con i conseguenziali provvedimenti anche in ordine alle spese processuali, articolando i seguenti motivi di gravame.
2.1 - Quanto alla condanna ad Euro 3.281 per danno "patrimoniale" - che la Procura regionale aveva calcolato confrontando i cartellini marcatempo del M. e le cartelle cliniche riportanti l'ora di inizio delle operazioni da lui effettuate presso la casa di cura privata - la difesa lamentava che la sentenza avesse errato nel riconoscere tale somma a favore dell'Università di Bologna, non essendovi stato alcun danno all'Ateneo (ma al limite, e per soli 41,74 Euro, al Policlinico), tanto è vero che in relazione all'imputazione per assenze didattiche il convenuto era stato assolto in sede penale fin dal primo grado di giudizio. In specie, la sentenza impugnata non aveva considerato una serie di circostanze che provavano la mancanza dei presupposti della responsabilità amministrativa.
Inoltre - fermo restando che il danno da mancata prestazione lavorativa era al massimo di Euro 41,74 (non potendosi commisurare il danno all'intera giornata lavorativa, come affermato in citazione) - doveva ritenersi erronea ed illogica la condanna al pagamento di Euro 3.281 (somma ottenuta aggiungendo un danno "da disservizio" equitativamente computato alle retribuzioni indebitamente percette) sia per la mancanza di prova di tale danno, sia perché i criteri di liquidazione adottati erano incerti e produttivi di risultati opinabili (come ritenuto nella sentenza della medesima Sezione territoriale n. 872/07/IP depositata il 9.11.2007, relativa ad una ritenuta cautelare operata dal Rettore per la vicenda in esame).
2.2 - Quanto al danno all'immagine, l'appellante eccepiva:
a) da un lato, l'inammissibilità della domanda alla luce dell'art. 17 comma 30-ter D.L. n. 78 del 2009 (ritenuto applicabile in appello), attesa la mancanza di sentenza penale di condanna irrevocabile per uno dei reati di cui all'art.7 L. n. 97 del 2001;
b) dall'altro, l'eccessività della liquidazione in Euro 40.000, sulla base delle eccezioni già formulate in primo grado, ovvero:
- la mancanza di prova di un pregiudizio concreto;
- le prove del fatto che il clamor fori non aveva determinato discredito per la struttura, né nei confronti dell'utenza né dei colleghi del M.;
- l'evidente squilibrio tra il danno patrimoniale effettivamente accertato (nella fattispecie, all'incirca Euro 41) e l'ammontare equitativo del danno all'immagine.
3 - Quindi, in data 19.5.2010 venivano depositate le conclusioni della Procura Generale, che chiedeva di respingere l'appello con condanna alle spese del doppio grado, per infondatezza dei motivi di gravame.
3.1 - In specie, si evidenziava che la liquidazione del danno da disservizio in Euro 3.281,00 era corretta, dato che l'appello non prospettava motivi specifici circa la liquidazione del danno effettuata dal giudice a quo, e tale liquidazione non corrispondeva alla sola retribuzione indebitamente percepita per ore non lavorate (Euro 41,74), ma anche al danno da disservizio per i costi sostenuti dall'Amministrazione a causa della omessa o parziale prestazione lavorativa del M. .
3.2 - Quanto, poi, al danno all'immagine, si evidenziava che la mancanza di una sentenza penale di condanna definitiva (la Corte di appello aveva assolto il M. dal reato di falso e dichiarato prescritto il reato di truffa) non determinava la nullità ex art.17, comma 30-ter D.L. n. 78 del 2009, espressamente esclusa nei casi - come quello in esame - in cui era stata già emessa sentenza anche non definitiva alla data di entrata in vigore della legge di conversione del medesimo decreto legge. Inoltre, sotto diverso profilo, doveva ritenersi corretta la liquidazione del danno all'immagine sulla base di una adeguata ponderazione della qualifica del responsabile e della diffusione della notizia.
4 - Fissata l'udienza del giorno 21 luglio 2015 per la discussione dell'appello (giusto decreto presidenziale comunicato a messo PEC), il 26.6.2015 la difesa del M. depositava una memoria per l'udienza, nella quale ribadiva le eccezioni già formulate, precisando che non vi erano stati danni all'Università (ma al limite al Policlinico) di importo significativo, e che la liquidazione del danno all'immagine era erronea ed eccessiva, richiamando i motivi di gravame sopra riportati e precisando che:
a) l'assoluzione penale per le assenze didattiche - confermata in appello - faceva stato ex art.652 c.p.p.;
b) i pochi minuti di scarto documentati tra le presenze nella casa di cura ed nel Policlinico (per soli 36,74 Euro), comunque giustificabili per i motivi indicati nell'appello, non erano stati arrecati all'Università, e non potevano fondare né i pretesi disservizi (che in realtà erano attività proprie della struttura amministrativa), né la pluralità di procedimenti disciplinari non conclusi, né la costituzione di parte civile con nomina di un avvocato del libero Foro (per un compenso di Euro 24.000), né la ritenuta cautelare annullata dalla stessa Sezione giurisdizionale con la predetta decisione 872/2007;
c) la liquidazione equitativa dei danni andava effettuata con criteri logici e di proporzionalità tra danno patrimoniale ed all'immagine, nella fattispecie assenti.
Allegata alla memoria vi era la sentenza n. 872/2007 della Sezione Emilia-Romagna, relativa ad un ricorso del M. contro il decreto del Rettore (n.473 del 3.4.2007) con il quale si disponeva una ritenuta cautelare per la vicenda in questione; tale sentenza aveva accolto il ricorso ritenendo il credito posto a base della cautela non certo ed esigibile (essendo opinabili i criteri di liquidazione del danno da disservizio e all'immagine), e considerando l'avvenuto pagamento della provvisionale di Euro 30.000 (ridotta in appello penale ad Euro 15.000).
5 - All' udienza del giorno 21 luglio 2015, udito il relatore e sentite le parti che concludevano come in epigrafe, l'appello passava in decisione.
Motivi della decisione
1 - In rito, dato atto della tempestività dell'appello (notificato e depositato nei termini dell'art. 1, comma 1-quinquies, del D.L. n. 453 del 2015.11.1993: cfr. svolgimento del processo, par. 2), occorre esaminare l' eccezione di inammissibilità dell'azione per danno all'immagine, sollevata dalla difesa nel gravame affermando, da un lato, la rilevabilità dell'eccezione in appello, dall'altro la sua fondatezza, in quanto l'art.17 comma 30-ter D.L. n. 78 del 1 luglio 2009prevede che il P.M. può procedere per il danno all'immagine solo "nei casi e modi previsti dall'art.7 della L. 27 marzo 2001, n. 97", ovvero solo in presenza di un previa condanna penale definitiva per alcuni titoli di reato, laddove nella concreta fattispecie manca un giudicato penale di condanna per tali reati.
Premesso che l'eccezione non poteva comunque essere esaminata in primo grado (in quanto, benché la sentenza impugnata sia stata pubblicata il 23.7.2009, la causa era stata discussa il 23.4.2008), occorre anzitutto segnalare che l'art.17 comma 30-ter D.L. n. 78 del 2009 è applicabile anche ai giudizi in corso "salvo che sia stata già pronunciata sentenza anche non definitiva alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto". Come chiarito dalle Sezioni riunite di questa Corte con pronunzia dotata di efficacia nomofilattica (sentenza n. 12/QM/2011), la disposizione sulla nullità non può applicarsi nei giudizi in corso, qualora sia già stata resa una sentenza anche non definitiva (nei sensi dell'art. 279 c.p.c.), e per "pronunzia" della sentenza deve intendersi la data della sua pubblicazione, ex art.133 comma 1 c.p.c.
Poiché nella concreta fattispecie l'impugnata sentenza è stata depositata il 13.7.2009, ed il D.L. n. 78 del 2009 è stato convertito con L. n. 102 del 3 agosto 2009, la disposizione dell'art.17 comma 30-ter non può trovare applicazione: onde l'eccezione in esame è infondata e va respinta.
2 - Nel merito, i motivi di gravame risultano infondati.
3 - Anzitutto, la parte appellante lamenta un difetto legittimazione ad causam (titolarità del diritto azionato) in capo all'Università di Bologna (beneficiaria della condanna), in quanto in sede penale il professor M. è stato assolto con formula piena per le "assenze didattiche"; al limite, secondo la difesa, i danni collegati all'assenza dal servizio sarebbero stati cagionati al Policlinico (per giunta, per un ridottissimo importo, circa 40 Euro).
3.1 - E' indubbio che con sentenza n. 2489/2005 il Tribunale di Bologna ha assolto l'appellante dai reati indicati nell'imputazione ai capi C), D) (falsi materiali per firme false sui registri delle lezioni di due distinti corsi universitari, in vari giorni tra marzo e giugno 1998) ed al capo E) (truffa per presentazione di certificati di malattia in 4 giorni in cui si teneva ambulatorio nel suo studio privato, tra ottobre 1997 e aprile 1998). Tuttavia, la stessa sentenza penale ha condannato il M. per i reati di cui al capo A) (truffa per falsa attestazione di presenza sui cartellini marcatempo del Policlinico in nove giorni, tra gennaio e giugno 1995 e tra maggio e luglio 1997, e per presentazione di certificati di malattia in altri cinque giorni, tra febbraio 1996 e giugno 1998, giorni nei quali svolgeva attività privatistica) e di cui al capo B) (falso ideologico sui cartellini marcatempo) ed al capo F) (truffa per presentazione di certificato di malattia per il giorno 13.1.1998, in cui svolgeva attività privatistica), nonché al risarcimento del danno da liquidare in separata sede a favore dell'Università, con una provvisionale di Euro 30.000. La sentenza n. 2664/2007 della Corte di Appello di Bologna ha assolto il M. dal solo reato di cui al capo B), ma ha semplicemente dichiarato prescritti i reati di cui ai capi A) ed F) (riducendo la provvisionale ad Euro 15.000).
Inoltre, la sentenza del Tribunale ha precisato che il danno patrimoniale per tali false attestazioni e certificazioni è stato arrecato soprattutto all'Uni-versità (a carico del SSN vi sarebbe solo la "indennità perequativa" di minima entità), dalla quale il M. percepiva lo stipendio senza fornire nei giorni predetti (in tutto o in parte) la propria controprestazione presso il Policlinico, dove lavorava in forza di convenzione tra l'Ateneo ed il Servizio sanitario nazionale (cfr. pag. 7 e pag. 25 della sentenza penale). Tale affermazione risulta confermata dagli atti al fascicolo del P.M., da cui risulta che il pagamento dello stipendio e la gestione del rapporto di impiego (ivi compresa la gestione dei rapporti sanzionatori, risarcitori e disciplinari) facevano capo all'Università, eccezion fatta per l'importo di complessivi Euro 36,74 rimasto a carico del Servizio sanitario (indennità ex D.P.R. n. 382 del 1980 per Euro 13,83, ed indennità di risultato di Euro 22,91: cfr. la nota del Policlinico in data 19.10.2007, depositata al fasc. P.M. di primo grado).
Pertanto, a prescindere dalla fondatezza della domanda e dalla correttezza della liquidazione dell'addebito (questioni oltre esaminate), la Sezione territoriale ha individuato correttamente il soggetto che ha subito il danno patrimoniale "da disservizio" posto a base della condanna, consistente nei costi in senso economico (utilizzo di risorse per finalità non istituzionali) sostenuti dall'amministrazione tanto per le retribuzioni indebitamente corrisposte al M. senza controprestazione, quanto per la repressione degli illeciti commessi dall'appellante (tre procedimenti disciplinari, rapporti con la Procura penale e con il legale di parte, attività istruttoria per la Procura di questa Corte). Tali costi, infatti, sono stati sostanzialmente sostenuti dall'Università, tanto quelli patrimoniali in senso stretto (retribuzioni indebite) quanto quelli da utilizzo di risorse per attività non istituzionali (in quanto l'Università risulta essere stata parte attiva sia in sede disciplinare, sia in sede penale, sia nell'istruttoria della Procura Regionale di questa Corte: cfr. gli atti al Fascicolo del P.M. di primo grado).
3.2 - Analogamente, quanto al danno all'immagine, è indubbio che la condotta in contestazione lede il prestigio dell'Università - oltre che del Policlinico - perché gli articoli di stampa esibiti dal P.M. in primo grado (cfr. produzione n.2, docc. 2, 4, 14, 18/22) evidenziano la qualità di cattedratico dell'appellante nel narrare la vicenda delle sue assenze dal servizio, e gettano disdoro sull'Ateneo a prescindere dal fatto che le illegittime assenze avvenissero presso l'Università (lezioni) o presso il Policlinico (dove, peraltro, il Prof. M. svolgeva attività ospedaliera in forza di una convenzione tra S.S.N. e Ateneo, come sopra precisato).
3.3 - In conclusione, l'eccezione di difetto di legittimazione attiva dell'Università è infondata.
4 - Analogamente infondati sono i motivi di gravame con cui si afferma la mancanza di presupposti della responsabilità per il danno patrimoniale, liquidato in sentenza in Euro 3.281.
4.1 - Preliminarmente, è indubbio che la somma predetta è stata indicata in citazione con riferimento alle retribuzioni spettanti per le intere giornate lavorative in cui il M. risultava contemporaneamente presente sia presso il Policlinico, sia presso la clinica privata, oppure risultava in malattia mentre svolgeva attività privatistica (cfr. svolgimento del processo, par. 1.1), sulla base di un conteggio effettuato dall'Università (fasc.P.M., produzione n.2, doc.16); ed è altresì indubbio che la sentenza ha condannato l'odierno appellante al pagamento del medesimo importo.
4.2 - Tanto premesso, anzitutto la difesa dell'appellante lamenta che la sentenza avrebbe errato nel riconoscere tale somma a favore dell'Università di Bologna, non essendovi stato alcun danno a tale ente (ma al limite, e per soli 41,74 Euro, al Policlinico), tanto è vero che in sede penale il convenuto era stato assolto dall'imputazione per "assenze didattiche" fin dal primo grado di giudizio.
Tale eccezione è infondata. Invero, è indubbio che il M. è stato assolto dalle imputazioni di cui ai capi C), D), E), relativi alle firme false sui registri di lezione e dal delitto di truffa per alcuni giorni di assenza (cfr. sopra, par. 3.1); ma il conteggio dell'Università sopra citato (e posto a base della domanda del P.M.) si riferisce alle retribuzioni percepite non nei giorni oggetto di quei capi di imputazione, bensì nei giorni oggetto dei capi di imputazione A) ed F) (truffe perpetrate tramite certificazioni di malattie inesistenti e false timbrature sui cartellini di presenza), per i quali non vi è stata alcuna assoluzione, ma conferma della responsabilità, prima della declaratoria di prescrizione (cfr. fasc.P.M., produzione n.2, doc.16 e doc. 2).
4.3 - Quindi, la parte appellante lamenta che non vi sarebbe la prova del danno da assenze illegittime, sotto diversi profili.
4.3.1 - Anzitutto, si contesta che manca una sentenza penale di condanna definitiva (anche per i capi A, B ed F), e quindi un accertamento vincolante.
L'eccezione è infondata. Invero, come sopra precisato (par. 4.2), sebbene la sentenza della Corte di appello (ormai definitiva, a quanto consta) non sia condanna ma dichiarativa della prescrizione penale (non vincolante ex art.651 c.p.p.), tale decisione ha confermato la sentenza penale del Tribunale di Bologna, nella parte in cui affermava la responsabilità del M. per i reati di cui capi di imputazione A) ed F), limitandosi a dichiarare la prescrizione di tali reati e ad assolvere l'imputato dal reato di cui al capo B) "perché il fatto non sussiste" (nel limitato senso della non riconducibilità delle false attestazioni sui cartellini marcatempo all' "atto pubblico" ex art. 479 c.p.).
Tali decisioni penali fungono da elemento di prova, in mancanza di specifiche contestazioni sui singoli episodi in contestazione; in ogni caso, l'accertamento in esse contenuto trova riscontro nella documentazione depositata in primo grado dalla Procura regionale di questa Corte (raccolta presso il Pubblico Ministero ordinario e presso le amministrazioni coinvolte). Risultano confermate, infatti, non solo una simultanea presenza del M. presso il Policlinico e presso la clinica privata nei nove giorni di cui ai capi A1 ed F dell'imputazione, ma anche la presentazione di certificati di malattia nei sei giorni in cui svolgeva attività privatistica, di cui ai capi A2, A3, A4, ed F dell'imputazione.
4.3.2 - Quindi, l'appellante contesta che non potrebbe presumersi il danno per il fatto che - dalle cartelle cliniche della casa di cura privata - gli interventi da lui seguiti fossero iniziati in un orario, in cui egli risultava contemporaneamente in servizio presso il Policlinico (in base ai cartellini marcatempo di quest'ultimo), in quanto in realtà si sarebbe recato in clinica dopo la fase preparatoria degli interventi, e quindi in un momento successivo a quello riportato nelle cartelle, compatibile con l'orario di uscita dalla struttura pubblica. In altri termini vi sarebbe stato - al limite - uno scarto di pochi minuti sottratti all'Azienda O.P. (e non all'Università), nella misura di Euro 41,74.
Anche quest'eccezione è infondata.
In primo luogo, la sentenza penale riferisce di cinque giorni in cui il M. fece pervenire certificati di malattia (non recandosi affatto al Policlinico) mentre svolgeva attività privata (capi A2, A3, A4, F dell'imputazione penale) percependo per quelle giornate lavorative Euro 1.480 circa (cfr. fasc.P.M., produzione n.2, doc.16): sull'assenza dell'appellante dal servizio in tali giorni non vi è alcuna contestazione specifica, e la sentenza penale riferisce altresì di dichiarazioni sostanzialmente confessorie dell'imputato.
In secondo luogo, quanto ai nove giorni di "compresenza" del M. presso il servizio pubblico e la clinica privata (capo A1, A4 dell'imputazione penale) per i quali risulta corrisposto un importo di Euro 1.800 circa (cfr. fasc. P.M., produzione n.2, doc.16), effettivamente dalla sentenza penale e dagli atti si evince che nei giorni in contestazione non vi è stata una sovrapposizione totale, ma solo parziale tra l'orario di lavoro presso Policlinico e quella presso la "Villa Toniolo"; tuttavia, ciò non consente di affermare che in realtà l'appellante si recasse alla clinica privata dopo aver timbrato l'uscita dal Policlinico e che le "sovrapposizioni" siano dovute solo ad errori di registrazione degli orari. Infatti, come evidenziato dalla sentenza penale:
- tutte le assenze (anche quelle per malattia sopra indicate) risultano verificatesi sempre nella giornata di martedì (in cui il M. operava nella struttura privata);
- in due giorni la sovrapposizione oraria di presenza nelle due strutture è stata totale (17.1.1995, 15.7.1997);
- in tre giorni (27.5, 17.6 e 24.6.1997) risulta l'uscita del M. da Villa Toniolo intorno alle ore 10,00 e l'ingresso in servizio al Policlinico dalle 9,00 fino alle 14,00 circa; ipotizzati "slittamenti in avanti" nell'orario di uscita attestato nelle cartelle cliniche non giustificavano la discrasia temporale, anche perché smentiti dalla presumibile durata degli interventi presso la struttura privata, conclusi semmai dopo le 10,00 e non prima;
- infine, in altri quattro giorni (24 e 31.1.1995, 6 e 20.6.1995) l'orario di uscita dal Policlinico è successivo all'orario di ingresso nella struttura privata; anche a voler ammettere che il M. iniziasse l'intervento nella clinica privata in un orario successivo a quello indicato nelle cartelle cliniche, secondo le prove testimoniali raccolte tra l'entrata del paziente e quella del chirurgo in sala operatoria poteva maturarsi un ritardo al massimo di trenta minuti, laddove tra l'orario di uscita del M. dal Policlinico e l'arrivo in sala operatoria vi sarebbero stati ritardi di oltre un'ora e mezza.
4.4 - Sotto diverso profilo, la difesa contesta che, comunque, il danno sarebbe stato erroneamente liquidato con riferimento alla intera retribuzione giornaliera spettante nei giorni di "compresenza" del M. nelle due strutture (per complessivi Euro 3.281); laddove, al limite, potrebbe considerarsi "danno" solo l'effettiva "sovrapposizione oraria" tra le asserite presenze presso il Policlinico (dove si recava al mattino presto) e la clinica privata (dove si recava in seguito), nel limitato importo di Euro 41,74.
Anche questo motivo di gravame è infondato.
Anzitutto, la maggior parte della somma oggetto di condanna corrisponde a effettivo danno da retribuzioni indebite. Infatti, come sopra evidenziato (cfr. par. 4.3.2), sono state accertate cinque assenze dal servizio per tutta la giornata lavorativa, illegittimamente ottenute grazie alla presentazione di certificati attestanti malattie non invalidanti (a fronte di Euro 1.480 di retribuzione); e, comunque, negli altri nove casi (complessivamente corrispondenti a retribuzioni giornaliere per Euro 1800 circa) vi sono sovrapposizioni orarie che comunque non possono essere computate (in via equitativa) in meno di Euro 900 (metà delle retribuzioni giornaliere), atteso che a tal fine vanno considerate non solo le sovrapposizioni degli orari di ingresso o uscita, ma anche i tempi tecnici di trasferimento da una struttura all'altra e la accertata "approssimazione" delle cartelle cliniche della clinica privata, che spesso riportano una durata degli interventi incompatibile con il numero e la complessità degli stessi (come documentato nella sentenza penale).
Inoltre, e soprattutto, la sentenza impugnata ha condannato l'appellante al pagamento della somma di Euro 3.281 a titolo non solo di danno da retribuzioni indebite, ma anche di danno da disservizio in senso stretto, utilizzando il computo dell'Ateneo come criterio di calcolo di una liquidazione equitativa del complessivo danno "da disservizio" in senso lato (cfr. svolgimento del processo, par. 1.2).
4.4.1 - La difesa contesta quindi l'erroneità ed illogicità della liquidazione equitativa del danno "da disservizio" (in senso lato) in misura pari alle retribuzioni dei giorni di assenza (fino all'importo complessivo di Euro 3.281).
In primo luogo, si afferma che l'importo di Euro 10.000 calcolato dall'Università come danno da disservizio (distrazione di risorse lavorative dalle finalità istituzionali) sarebbe sfornito di prova, dato che le attività istruttorie asseritamente svolte dell'Università a causa della vicenda in esame (peraltro non documentate) configurerebbero attività istituzionali, o sarebbero state svolte da altri soggetti (Procura e difensore del libero foro).
In secondo luogo, si lamenta che la liquidazione del danno in Euro 3.281 effettuata in primo grado sarebbe fondata su criteri incerti e produttivi di risultati opinabili (come ritenuto in altra sentenza della medesima Sezione territoriale n. 872/07/IP depositata il 9.11.2007, relativa ad su una ritenuta cautelare operata dal Rettore per la vicenda in esame).
L'assunto è infondato.
Invero, nel fascicolo di primo grado del P.M. sono ben documentate in atti le complesse e reiterate attività istruttorie e sanzionatorie dell'Università connesse alla vicenda in esame, onde può ben presumersi un dispendio di risorse umane e strumentali subìto dall'Ateneo a causa della condotta antigiuridica del M.; e più che cauta si manifesta la liquidazione di tale danno ("da disservizio" in senso tecnico) in Euro 900, tale essendo la somma non imputabile a danno da indebite retribuzioni (cfr. par. 4.4).
Né induce a diverse conclusioni la sentenza n. 872/2007 della stessa Sezione Territoriale. Infatti, essa certamente evidenzia la opinabilità dei criteri di liquidazione adottati dall'Università ai limitati fini della ritenuta cautelare da essa effettuata, giudicata inammissibile senza un credito certo, liquido ed esigibile ed in presenza di una provvisionale penale già pagata (cfr. svolgimento del processo, par. 4 lett.c); tuttavia, essa non preclude l'utilizzo di quei criteri ai fini della liquidazione equitativa del giudice né nega l'esistenza di un danno da disservizio contenuto nei ristretti limiti suddetti.
4.6 - Infine, l'appellante lamenta che egli aveva accumulato oltre 300 ore di plusorario e di ferie non fruite negli anni precedenti ai fatti (come da documentazione esibita in primo grado) e non aveva quindi bisogno di falsificare le presenze.
Premesso che il motivo di gravame risulta tendere a negare il dolo, più che alla compensazione tra pretesi crediti del lavoratore nei confronti dell'ente danneggiato e pretese risarcitorie dell'ente a titolo di responsabilità amministrativa (compensazione, peraltro, di dubbia ammissibilità), l'eccezione è infondata alla luce di quanto sopra precisato sub par. 4.3.1 e sub par. 4.3.2 circa la presentazione di certificati medici e la falsa attestazione di presenze in servizio in giorni ed ore in cui il M. svolgeva a