#4087 Corte dei conti, sez. I, 20 gennaio 2017, n. 47

Professore universitario – Dirigente medico – Incompatibilità – Regime di esclusiva c.d. allargata

Data Documento: 2017-01-20
Autori:
Autorità Emanante:
Area: Giurisprudenza
Massima

La sospensione necessaria del giudizio, di cui all’art. 295 c.p.c., deve essere limitata ai soli casi di pregiudizialità in senso tecnico-giuridico, per prevenire cioè il rischio di un conflitto tra giudicati. Detto altrimenti, la norma in questione è applicata correttamente solo quando la previa definizione di altra controversia civile, penale o amministrativa, pendente davanti allo stesso o ad altro giudice costituisca, per il suo carattere pregiudiziale, l’indiscutibile antecedente logico-giuridico dal quale dipenda la decisione della causa pendente innanzi al giudice contabile e il cui accertamento sia necessariamente richiesto con efficacia di giudicato; non è sufficiente, insomma, un rapporto di mera pregiudizialità logica.Il rapporto tra i contenuti dell’invito a dedurre e quelli della citazione non può configurarsi in termini di immutabilità della domanda o di divieto di mutatio libelli, poiché l’invito costituisce atto pre-processuale che non determina l’instaurazione di un contraddittorio tra le parti, mentre l’oggetto del processo si determina solo con l’atto introduttivo costituito dalla citazione; pertanto, la circostanza che alcuni elementi contestati nell’invito a dedurre siano di tenore diverso da quelli oggetto dell’atto di citazione, non potrebbe valere a determinare la nullità di quest’ultimo.Nei casi di indebita percezione di denaro, collegata con la consumazione di fatti di rilevanza penale, si deve ritenere in re ipsa la sussistenza di un doloso occultamento del danno. Tale situazione, a sua volta, comporta un obiettivo impedimento ad agire, di carattere giuridico e non di mero fatto: ciò implica che l’azione contabile può essere iniziata solo allorché il fatto comportante responsabilità amministrativa viene non meramente scoperto, ma quando esso assume una sua concreta qualificazione giuridica, atta ad identificarlo come presupposto di una fattispecie dannosa. Dunque, non vi è allora dubbio che l’inizio del termine di prescrizione debba essere individuato, in tali evenienze, nel momento in cui il danno stesso è stato delineato in tutte le sue componenti, a seguito del provvedimento di rinvio a giudizio in sede penale.Ai fini della determinazione delle somme percepite da un medico e docente universitario all’esito di visite private, in violazione delle norme sull’incompatibilità ed esclusiva, sussistono in pieno i presupposti per una corretta applicazione della valutazione equitativa del danno qualora: sia certa l’esistenza di un danno ingiusto per la p.a., causato da illeciti comportamenti del convenuto; sia viceversa estremamente difficile l’esatta quantificazione dello stesso, non essendo possibile individuare con certezza il numero (comunque presumibilmente contenuto) di prenotazioni non seguite da visite, come pure di visite non retribuite, o infine l’importo unitario di ciascuna visita. D’altra parte, nessuna ulteriore istruttoria (per rispondere ad altra doglianza dell’appellante principale) potrebbe validamente colmare tali incertezze e giungere ad una quantificazione esatta e definitiva.

Contenuto sentenza
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE DEI CONTI
SEZIONE PRIMA GIURISDIZIONALE CENTRALE
composta dai seguenti magistrati:
Dott. Martino COLELLA - Presidente
Dott. Nicola LEONE - Consigliere
Dott.ssa Rita LORETO - Consigliere
Dott.ssa Emma ROSATI - Consigliere
Dott. Piergiorgio DELLA VENTURA - Consigliere relatore
ha pronunziato la seguente
SENTENZA
Nei giudizi riuniti, iscritti ai nn. 46688 e 47038 del registro di segreteria della Sezione, sugli appelli proposti, rispettivamente, da:
- Prof. A.R.G., elettivamente domiciliato in Roma, corso Vittorio Emanuele II n. 18, presso lo studio dell'avv. prof. Fabio Merusi, che lo rappresenta e difende (appello principale, n. 46688);
- Procuratore regionale presso la Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la regione Toscana (appello incidentale, n. 47038),
entrambi avverso
la sentenza 13 agosto 2013, n. 280 della Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la regione Toscana.
VISTI gli atti e documenti di causa;
UDITI, nella pubblica udienza del giorno 20 novembre 2014, il consigliere relatore dr. Piergiorgio Della Ventura, il Pubblico Ministero, nella persona del vice Procuratore generale dr. Antonio Buccarelli, nonché l'avv. Fabio Merusi per il prof. G.;
Ritenuto in
Svolgimento del processo
Con atto di citazione depositato il 20 luglio 2012, la Procura regionale della Corte dei conti presso la Sezione giurisdizionale per la Toscana conveniva in giudizio il prof. A.R.G., medico dipendente dell'azienda Ospedaliera universitaria di Pisa, per sentirlo condannare al pagamento della somma complessiva di Euro 408.609,30 oltre accessori di legge e spese di giudizio, in relazione ai fatti di seguito descritti.
La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Pisa aveva segnalato, ai sensi dell'art. 129 disp. att. c.p.p., l'esercizio dell'azione penale nei confronti del nominato in epigrafe per i seguenti capi di imputazione:
A) per i reati di cui agli artt. 81 cpv. c.p. 640 c.2 n. 1 c.p., perché in qualità di direttore del Dipartimento medicina procreazione ed età evolutiva dell'Università di Pisa, avendo optato nell'ambito dell'azienda Ospedaliera Universitaria Pisana per lo svolgimento di attività professionale di ginecologo intramuraria c.d. allargata, ed essendo stato autorizzato a svolgerla presso la Clinica di San Rossore in Pisa e presso strutture mediche convenzionate ubicate in Modena (Exacta s.r.l. in Viale Medaglie D'Oro), in Roma (Casa di cura Quisisana Eurosanità s.p.a. in Piazza dei Caprettari 70), ed in Siena sino al luglio 2007, con artifici e raggiri consistiti nell'aver omesso di segnalare le sedi dell'attività medico privata effettivamente svolta e per quanto riguarda le visite effettuate a Cagliari, nel far risultare dai cartellini giustificativi segnatempo in uso presso l'azienda ospedaliera Universitaria Pisana la sua presenza in servizio o in congressi o convegni, con automatico riconoscimento di orario lavorativo pari a sei ore e venti minuti:
- in particolare dal 2006, una o due volte al mese visitava pazienti privatamente, in assenza di autorizzazione, presso il Centro di Cura San Michele srl con sede a Cagliari, via dei Passeri 4/8/16;
- dal gennaio 2009, in assenza di autorizzazione, una o due volte al mese visitava privatamente presso lo studio medico del Prof. G.M. di Siena, sito in via Campania 7, incassando i relativi proventi, in violazione dell'art. 8 del regolamento emanato dall'Azienda ospedaliero-universitaria Pisana per la disciplina dell'attività libero-professionale intramuraria;
- in una serie di giorni (di cui al prospetto riportato a pagg. 2-3 dell'atto di citazione), pur avendo riportato sul cartellino presenze il giustificativo "congresso", trascorreva le mattine dei venerdì in Roma a svolgere attività intramoenia autorizzata in violazione dell'art. 11 c. 1 del regolamento per la disciplina dell'attività libero-professionale intramuraria, recandosi nel pomeriggio in Cagliari per svolgere attività professionale privata o comunque non si trovava impegnato in attività di congressi o convegni;
- in un altro gruppo di giorni gli orari di uscita risultanti dal sistema informatico erano contraddetti dalla riscontrata presenza del convenuto in altre strutture sanitarie inducendo in tal modo in errore l'Azienda ospedaliera Universitaria Pisana, circa lo svolgimento dell'attività lavorativa istituzionale effettivamente svolta, e circa l'ottemperanza all'obbligo di esclusività conseguente all'esercitata opzione per lo svolgimento di attività professionale intramuraria, con proprio illecito profitto consistito nell'aver incassato, oltre ai proventi dell'attività privata svolta, mensilmente la somma di Euro 1.539,44 a titolo di indennità di esclusività e il riconoscimento economico, pari a Euro 1.305,42 al mese, percepito in forza della carica ricoperta quale dirigente medico con incarichi di capostruttura, incarico spettante per legge esclusivamente ai medici svolgenti attività intramoenia, con pari ingiusto danno patrimoniale per l'amministrazione di appartenenza per il periodo ottobre 2005-ottobre 2011.
B) Per i reati p. e p. dagli artt. 81 cpv, e 314 c.p. perché in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, in numerose occasioni, svolgendo attività di intramoenia "allargata" presso la Clinica di San Rossore in Pisa e presso la Casa di cura Quisisana Eurosanità s.p.a. in Roma, strutture convenzionate con l'Azienda ospedaliera Pisana, si faceva corrispondere personalmente in contanti o con assegni i proventi delle visite svolte, pari a Euro 200, 250 o 350, anziché indirizzare i pazienti presso le receptions addette ai pagamenti, e ometteva di rilasciare ricevuta e di versare la percentuale spettante all'Azienda ospedaliera Pisana sull'onorario di 250 stabilito per singola visita (30% dell'onorario per le visite di San Rossore e 18% per le visite in Roma).
In relazione alle condotte di cui al capo di imputazione penale sub A), veniva contestato il danno erariale derivante dall'indebita percezione di somme a titolo di indennità di esclusività, nonché di indennità d'incarico denominato "trattamento aggiuntivo d'incarico variabile aziendale" sulla base delle risultanze dell'indagine penale. In particolare, nel corso degli accertamenti delegati dalla Procura della Repubblica di Pisa, la Guardia di finanza aveva acquisito atti e documenti, informazioni da persone informate dei fatti, eseguito perquisizioni e sequestri di documenti e di materiale informatico, riscontri tutti analiticamente descritti alle pagg. 7-28 della citazione.
Con riferimento invece alle condotte di cui al capo di imputazione sub B), veniva contestato il danno derivante dai compensi non fatturati né versati nelle percentuali di legge all'Azienda ospedaliera per l'attività di intramoenia allargata svolta presso la Casa di Cura Quisisana di Roma e presso la Clinica San Rossore di Pisa. Gli elementi probatori assunti in sede penale e di cui all'atto di citazione si basavano sulle riscontrate differenze tra il numero di fatture emesse ed il numero (ben più alto, fino al 70%) di visite prenotate e verosimilmente effettuate presso le suddette strutture convenzionate.
Si costituiva ritualmente in giudizio il convenuto, preliminarmente chiedendo la sospensione del giudizio contabile in attesa dell'esito di quello penale. Nel merito, in relazione ai danni contestati in relazione alle condotte di cui al capo d'imputazione sub A), eccepiva la prescrizione parziale della pretesa, non rilevando "(...) le visite che la procura ritiene essere state svolte dal prof. G. presso il Centro di Cura San Michele di Cagliari dall'ottobre 2005 al 19 marzo 2007" in quanto tali fatti non sarebbero mai stati occultati all'Azienda avendo egli, sin dal 2004, informato l'allora Direttore generale della sua attività presso il Centro di cura cagliaritano; le attività svolte a Cagliari erano "non solo ben note all'AOP ma anche da essa autorizzate" e "il rilascio dei bollettari per le visite in Sardegna costituisce, di per sé, una prova evidente di tale autorizzazione, che esclude il presupposto stesso della contestazione"; inoltre, "anche a voler considerare, per assurdo, che l'autorizzazione sia intervenuta solo implicitamente ...", l'elemento psicologico addebitale non poteva essere né il dolo né la colpa grave. In ogni caso, perlomeno dall'aprile del 2010, l'attività svolta presso il centro cagliaritano non poteva configurarsi come una vera e propria attività professionale e, con riferimento alle visite svolte presso lo studio medico M. di Siena, l'AOP ne era informata fin dall'ottobre 2007; infine le "pretese incongruenze sul cartellino presenze" integravano solo "discrepanze meramente formali". Eccepiva, altresì, la discordanza tra gli importi oggetto di invito a dedurre e quelli indicati nell'atto di citazione; l'assenza di contradditorio nell'esame delle prove e la data di cessazione delle prestazioni presso le struttura di Cagliari e di Siena, nonché le incongruenze nella valutazione delle timbrature.
Con riferimento ai danni contestati in relazione alle condotte di cui al capo d'imputazione sub B), l'interessato eccepiva che la tabella degli importi asseritamente non fatturati e non versati era imprecisa ed errata e, comunque, fondata su un volume di visite che sfuggirebbe ad ogni certezza probatoria.
La Sezione giurisdizionale adita ha, in via preliminare, analizzato e respinto la richiesta di sospensione del giudizio contabile; respinto l'eccezione di prescrizione parziale ricorrendo, in fattispecie, un occultamento doloso del danno. Nel merito, il primo Giudice ha reputato fondato l'impianto accusatorio solo con riferimento ai danni erariali contestati in relazione alla condotta (ritenuta truffaldina) di cui al capo d'imputazione sub A), assolvendo il convenuto, per carenza probatoria, in relazione alla posta di danno relativa all'ipotesi delittuosa (peculato) di cui al capo d'imputazione sub B).
Conclusivamente, il convenuto è stato condannato, a titolo di colpa grave, a rifondere all'Azienda pisana, il danno di Euro 245.810,30 oltre accessori di legge.
Avverso la sentenza di condanna ha interposto rituale appello (principale, n. 46688) il prof. G., deducendo quanto segue:
1) Erroneità della sentenza sul punto della mancata sospensione del giudizio contabile. Assume l'appellante l'erroneità della sentenza impugnata per aver respinto la richiesta di sospensione del giudizio contabile sulla base della dichiarata autonomia dei giudizi penale e contabile perché, nella specie, il giudizio contabile sarebbe stato tutt'altro che autonomo avendo, al contrario, il PM erariale fondato la propria azione unicamente sulle risultanze delle indagini penali, senza svolgere un'istruttoria autonoma.
2) Erroneità della sentenza sul punto della reiezione dell'eccezione di prescrizione parziale del danno. Secondo l'appellante non vi sarebbe stato, nella specie, alcun occultamento doloso del danno che, invece, il Collegio ha ritenuto in re ipsa ai fini della decorrenza del termine di prescrizione. In particolare, sostiene il sanitario di aver informato sin dal giugno del 2003 il Direttore generale dell'Azienda ospedaliera pisana della sua attività svolta a Cagliari, tant'è che per le attività ivi svolte nel 2004, avrebbe utilizzato tre distinti bollettari con la dicitura "visite domiciliari". Inoltre, per tutto il periodo gennaio 2003-giugno 2009 aveva fatto pubblicare sui quotidiani i giorni delle visite e il numero di telefono da contattare per fissare gli appuntamenti. Queste circostanze smentirebbero qualsiasi attività di occultamento doloso, con conseguente prescrizione dei danni erariali intervenuti sino al 19.3.2007.
3) Erroneità della sentenza per aver ricompreso nella posta di danno di Euro 245.810,30 sia emolumenti relativi a periodi prescritti sia a periodi non contestati nell'invito a dedurre. In particolare, l'importo di condanna di Euro 245.810,30 (per la prima posta di danno) sarebbe errato perché comprensivo sia di importi prescritti (emolumenti percepiti dal 2005 al 2007) che di importi relativi al periodo antecedente (gennaio 2003-ottobre 2005, per Euro 84.683,40) non contestato nell'invito a dedurre (dove la prima voce di danno ammontava ad Euro 161.126,90, a fronte di Euro 245.810,30 di cui all'atto di citazione).
4) Erroneità della sentenza per omessa considerazione delle circostanze volte ad escludere la colpa grave.
Ha concluso chiedendo l'annullamento dell'impugnata sentenza "nei limiti indicati in narrativa"; in subordine, esercitarsi il potere di riduzione in misura congrua. Il tutto con vittoria di spese.
Contro la sentenza medesima è stato proposto anche l'appello incidentale del Procuratore regionale (iscritto al n. 47038), avente ad oggetto il capo della sentenza che ha assolto il G. dalla seconda posta di danno di cui all'atto di citazione (quella relativa alle condotte di cui al capo di imputazione penale sub B).
Lamenta il PM appellante che, a differenza di quanto affermato in sentenza, erano chiari tanto la causa petendi quanto il petitum ed inoltre è stata offerta piena prova, in citazione, della sussistenza del danno dedotto: numerosi pazienti avevano dichiarato a verbale di essere stati visitati dal prof. G. e di averlo pagato in contanti e direttamente, senza aver ricevuto alcuna fattura; è stato inoltre allegato un prospetto riassuntivo che dava contezza della differenza accertata tra numero di prenotazioni (4.867 presso la casa di cura S. Rossore di Pisa e 1.103 presso la casa di cura Quisisana di Roma) e le fatture emesse, rispettivamente 1.997 e 284. La stessa quantificazione del danno da parte del PM, Euro 162.799,00 è stato effettuata in via prudenziale, ex art. 1226 c.c., tenendo quindi conto che non tutte le prenotazioni si sono tradotte in visite
Nonostante ciò, il Collegio di prime cure ha ritenuto non provata l'esistenza stessa del danno, in tal modo - ad avviso del PM appellante - confondendo tra esistenza del danno e sua quantificazione. Secondo il Procuratore, se vi fossero stati dubbi sulla correttezza della determinazioni in concreto, il primo Giudice avrebbe dovuto semmai esperire apposita istruttoria, ma giammai respingere la richiesta di cui in citazione.
Con le proprie conclusioni, recentemente depositate, il Procuratore generale ha chiesto il rigetto dell'appello principale e l'accoglimento di quello incidentale.
Preliminarmente, in rito, chiede disporre la riunione degli appelli, perché proposti avverso la stessa sentenza (art. 335 c.p.c.).
Nel merito, quanto alla confutazione dei motivi dell'appello principale, rappresenta quanto segue.
Sul primo motivo d'appello - l'erroneità della sentenza impugnata per aver respinto la richiesta di sospensione del giudizio - il Procuratore ritiene la censura infondata. L'appellante, a suo avviso, confonde l'autonomia dei giudizi con i poteri istruttori demandati al PM contabile. Il giudizio contabile e quello penale sono diversi, perché diverso è il bene/interesse giuridico protetto dall'ordinamento, come puntualmente delineato in sentenza (pag. 11).
Le risultanze delle indagini preliminari possono essere utilizzate dal PM erariale ai fini della responsabilità amministrativa; sarà poi il Giudice contabile a valutare se le su dette risultanze, poste a base dell'atto di citazione, siano o meno sufficienti a ritenere provati gli assunti accusatori. Il rigetto dell'invocata sospensione del giudizio contabile è stato quindi rettamente motivato in sentenza, non avendo i primi giudici ravvisato alcuna pregiudizialità logico-giuridica del processo penale rispetto a quello odierno.
Sulla dedotta insussistenza dell'occultamento doloso del danno che, invece, il Collegio ha ritenuto esistente ai fini della decorrenza del termine di prescrizione, secondo il Requirente gli assunti sono privi di riscontri: non v'è alcuna prova in atti che l'azienda ospedaliera pisana fosse a conoscenza dell'attività svolta a Cagliari (anzi, la G.d.F. ha accertato che l'attività libero professionale era svolta a Cagliari per lo più il sabato pomeriggio, allorquando il G. dichiarava sui cartellini-presenza di partecipare a congressi per i quali era regolarmente retribuito, e ciò evidentemente al fine di coprire l'attività non autorizzata svolta fuori sede. Lo stesso utilizzo di bollettari con una dicitura (visite domiciliari) non corrispondente alla reale tipologia delle visite svolte - che erano tutt'altro che "domiciliari" in quanto effettuate presso un Centro di cura in Cagliari - dimostrerebbe, all'opposto, l'intento di occultare la realtà; anche la pubblicazione sui quotidiani dei giorni di visita era evidentemente destinata, per il PM, al solo procacciamento di clienti/pazienti e non certo equipollente alle comunicazioni di legge che il sanitario avrebbe dovuto fare all'Azienda datrice di lavoro. Il dato assolutamente incontrovertibile rimarrebbe, comunque, l'assenza di qualsiasi autorizzazione espressa da parte della AOUP allo svolgimento dell'attività libero-professionale in Sardegna. La pronuncia in punto di prescrizione appare pertanto, alla Procura, priva della lamentata censura.
Il Requirente si sofferma poi sulla terza doglianza dell'appello principale, l'erroneità dell'importo di condanna di Euro 245.810,30, perché comprensivo sia di importi prescritti che di importi relativi al periodo antecedente (gennaio 2003-ottobre 2005) non contestato nell'invito a dedurre.
Quanto alla quota parte di importi asseritamente prescritti, il PM ribadisce che alcuna prescrizione è maturata in fattispecie, stante il comprovato occultamento doloso del danno, sicché il computo nel danno di quanto indebitamente percepito dal 2005 al 2007 risulterebbe corretto e dovuto. In relazione invece, al differenziale di Euro 84.683,40 per il periodo gennaio 2003-ottobre 2005, contestato ex novo in citazione, ricorda che il PM ebbe a specificare in udienza che "la diversa entità della richiesta risarcitoria tra l'invito a dedurre e la citazione" si fondava "proprio sull'arco temporale di riferimento dei comportamenti censurati, estesi in citazione nei limiti della non riscontrata prescrizione" (sentenza, pagg. 9-10). Comunque, prosegue il PM, non sussisterebbe alcuna mutatio libelli non consentita: per consolidata giurisprudenza, ricorda, la mutatio libelli è configurabile solo tra la domanda introduttiva del giudizio (citazione) e le eventuali richieste successive del PM contabile che determino nel corso del giudizio una modifica radicale del petitum; tale rapporto, invece, non potrebbe configurarsi tra l'invito a dedurre (che ha natura di atto pre-processuale) e l'atto di citazione, che fissa petitum e causa petendi, senza necessità di piena e totale corrispondenza tra il primo ed il secondo, a condizione che sia rispettato il nucleo essenziale del petitum e della causa petendi, sì da non configurare una differente ipotesi di danno in relazione alla quale il convenuto non abbia avuto modo di controdedurre in fase pre-processuale.
Da ultimo, circa la lamentata, supposta erronea, configurazione di una colpa grave lascia "allibita" (sic) la Procura, che richiama le modalità truffaldine di perpetrazione del fatto quali descritte nell'atto di citazione e, non da ultimo, l'intervenuta condanna penale del G. per entrambi i reati di cui ai capi di imputazione (truffa aggravata e peculato). A tale ultimo proposito, il Requirente deposita copia del dispositivo della sentenza del Tribunale penale di Pisa del 3 settembre 2014, con cui l'odierno appellante principale è stato condannato alla pena di anni 5 di reclusione per i reati a lui ascritti, avvinti dal vincolo della continuazione sotto il più grave titolo di cui all'art. 314 c.p., con applicazione dell'interdizione legale e perpetua dai pubblici uffici, confisca di beni mobili ed immobili, etc..
Conclusivamente, il Procuratore chiede il rigetto dell'appello principale, perché infondato, e l'accoglimento dell'appello incidentale del Procuratore regionale, per tutte le ragioni ivi esposte, con condanna dell'appellante anche al risarcimento della seconda posta di danno di Euro 162.799,00 oltre accessori di legge e spese del doppio grado di giudizio.
Con recente memoria, la difesa del prof. G. ha controdedotto all'appello incidentale.
Ricorda in particolare la difesa dell'interessato che 12 gg. prima dell'udienza di primo grado, quindi tardivamente - e in quanto tale giudicata inammissibile dal Collegio - la Procura regionale aveva depositato un supplemento d'indagine: dunque, osserva, se le prove già raccolte in citazione fossero state sufficienti, non vi sarebbe stato alcun bisogno dell'integrazione depositata. Evidenzia, ancora, che lo stesso appello incidentale riconosce la natura meramente presuntiva dei criteri di quantificazione offerti dal PM stesso.
In ogni caso, prosegue, la quantificazione della Procura regionale è errata: in primo luogo, non vi è prova che il prof. G. abbia applicato alle visite un onorario di Euro 250 a visita; in secondo luogo, moltissime prenotazioni non si traducono in visite, oppure comprendono visite gratuite, o meri controlli di analisi senza compenso, etc..
Secondo l'appellato incidentale, dunque, il difetto probatorio sotto tale aspetto è tanto grave ed evidente da non poter essere risolto neppure con lo strumento di cui all'art. 14 R.D. n. 1038 del 1933.
In ogni caso, ove questo Collegio ritenesse ammissibile il prospettato supplemento d'indagine, l'interessato rappresenta la necessità di un rinvio al primo Giudice, al fine di garantire ogni più ampio contraddittorio.
All'udienza dibattimentale odierna, l'avv. Merusi, sul problema processuale, ribadisce che sarebbe necessario il rinvio al primo grado in caso di accoglimento dell'appello incidentale.
Sulla prescrizione, contesta l'occultamento doloso: le visite erano pubblicizzate sui quotidiani e le ricevute erano redatte sui bollettini dell'Azienda ospedaliera pisana, dunque tutto era svolto alla luce del sole.
Circa la gravità della colpa, lo svolgimento stesso delle attività esclude ogni intento truffaldino o negligenze da parte del medico. In ogni caso, o si attende l'esito del processo penale, o il relativo materiale istruttorio non è allo stato utilizzabile.
Evidenzia, da ultimo, un errore di calcolo nella sentenza, con una differenza di 84.000 Euro nell'addebito a carico dell'interessato.
Il PM evidenzia che vi è già la sentenza penale di primo grado, ancorché appellata, che condanna l'imputato in relazione ad entrambe le ipotesi accusatorie. Evidenzia poi come le autorizzazioni non vi siano state per tutte le attività svolte.
Non ritiene vi siano errori nell'addebito: da un lato non vi sono poste prescritte, dall'altro non vi è alcuna mutatio libelli rispetto all'invito a dedurre, ma si tratta di semplice ridefinizione dell'entità della domanda, pacificamente ammessa.
Sull'elemento soggettivo, non vi è dubbio per il PM che esso sussista pienamente.
Circa il punto B in sede penale (peculato), il Requirente evidenzia il danno subito dall'azienda, che non ha incamerato le percentuali di propria spettanza; in proposito, potrebbe essere dubbio il quantum, ma non certo l'an. Riconosce la difficoltà di una esatta determinazione di tale danno, per cui è giocoforza ricorrere a valutazione ex art. 1226 c.c.; evidenzia che la stessa sentenza penale ha riconosciuto una provvisionale, a carico dell'interessato, di ben 250.000 Euro, dunque ben oltre quanto ipotizzato dalla richiesta del PM. Richiama l'applicazione dell'art. 1218 c.c. in fattispecie, trattandosi di inadempimento di una prestazione contrattuale: è l'interessato a dover provare di avere, invece, adempiuto.
Motivi della decisione
1. In rito, si dispone la riunione degli odierni appelli, ai sensi dell'art. 335 c.p.c., in quanto proposti avverso la medesima sentenza.
2. Sempre in via preliminare, va delibata la censura, mossa dall'appellante principale alla sentenza di prime cure, in punto di mancata sospensione del giudizio contabile in attesa dell'esito di quello penale, pendente per gli stessi fatti; ritiene infatti l'interessato che, nella specie, il giudizio contabile sia stato attivato unicamente sulle risultanze delle indagini svolte in sede penale.
La pretesa è priva di fondamento.
2.1. Sotto il profilo generale, si ricorda che la consolidata, recente giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione ha chiarito che la sospensione necessaria del giudizio, di cui all'art. 295 c.p.c. - invocato dall'appellante - deve essere limitata ai soli casi di pregiudizialità in senso tecnico-giuridico, per prevenire cioè il rischio di un conflitto tra giudicati (ex plurimis, v. Cassazione, SS.UU., n. 14060/2004). Detto altrimenti, la norma in questione è applicata correttamente solo quando la previa definizione di altra controversia civile, penale o amministrativa, pendente davanti allo stesso o ad altro giudice costituisca, per il suo carattere pregiudiziale, l'indiscutibile antecedente logico-giuridico dal quale dipenda la decisione della causa pregiudicata ed il cui accertamento sia necessariamente richiesto con efficacia di giudicato; non è sufficiente, insomma, un rapporto di mera pregiudizialità logica (ex multis, cfr. Cassazione, Sezione II, 11.8.2011, n. 17212).
Tale severa posizione si è affermata con sempre maggiore vigore negli ultimi anni, in cui è emerso il disfavore dell'ordinamento nei confronti dei provvedimenti dichiarativi di una sospensione processuale, in quanto contraria ad una sollecita definizione delle vertenze, che costituisce a sua volta valore primario, sancito a livello costituzionale dal novellato art. 111 Cost. e, prima ancora, dall'art. 6 della CEDU, Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali ("Ogni persona ha diritto ad un'equa e pubblica udienza entro un termine ragionevole"). Tale disfavore verso un'irragionevole dilatazione dei tempi del processo ha come noto trovato espressione ed è stato sancito anche a livello normativo, con le disposizioni della L. 24 marzo 2001, n. 89 (v., in particolare, l'art. 2), la quale prevede infatti concrete ipotesi di "equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo".
Questa stessa giurisprudenza contabile, senza esitazioni, ha condiviso e fatto propria l'interpretazione sopra esposta: v., ex multis, Sezioni riunite, 26.4.2012, n. 1/ord. e 21.6.2012, n. 3/ord.; Sezione I app., 15.3.2013, n. 217.
2.2. Ciò posto, nell'odierna fattispecie appare evidente la carenza di un necessario rapporto di pregiudizialità tra i due giudizi.
Invero, nel caso in esame non rileva la qualificazione illecita del comportamento della persona interessata: ciò che è decisivo, ai fini dell'affermazione, o meno, della responsabilità di cui questo Giudice conosce, è l'accertamento della violazione delle regole che disciplinano la corretta gestione dell'attività e il rispetto delle regole dell'agire amministrativo, a prescindere dal carattere penale della condotta. E, a tale proposito - è questo il punto - la documentazione raccolta in atti si appalesa più che sufficiente per un adeguato scrutinio in tal senso, come correttamente affermato dal primo Giudice. Se ne dirà nel prosieguo.
Appare evidente, dunque, come non possa rinvenirsi alcun rapporto di presupposizione tra l'accertamento dei fatti penali e la delibazione che compete, invece, al Giudice contabile; tra i due giudizi (penale e contabile) potrebbe ravvisarsi, al più, un mero rapporto di connessione, per effetto della quale la conoscenza dell'esito della vicenda penale potrebbe rivelarsi utile per la definizione della presente vertenza, ma di certo non nel senso che la decisione non possa prescindere dalla definizione del procedimento penale pendente.
Insomma, l'esito del giudizio penale non costituisce indispensabile antecedente logico-giuridico di quello di responsabilità amministrativa, il cui accertamento non necessita della definizione primo con efficacia di giudicato.
Né potrebbe porsi un problema di (eventuale) duplicità di recuperi, in caso di condanna pronunziata da due diversi Giudici per le medesime somme, poiché in sede esecutiva si terrebbe ovviamente conto dei recuperi già effettuati per la stessa causale.
3. Neppure potrebbe accogliersi, sempre in via pregiudiziale, l'altra doglianza dell'appellante principale, relativa alla pretesa inammissibilità, per mutatio libelli, riferita al differenziale di Euro 84.683,40 per il periodo gennaio 2003-ottobre 2005, contestato ex novo in citazione.
Va chiarito al riguardo, in linea generale, che il rapporto tra i contenuti dell'invito a dedurre e quelli della citazione non può configurarsi in termini di immutabilità della domanda o di divieto di mutatio libelli, poichè l'invito costituisce atto pre-processuale che non determina l'instaurazione di un contraddittorio tra le parti, mentre l'oggetto del processo si determina solo con l'atto introduttivo costituito dalla citazione; pertanto, la circostanza che alcuni elementi contestati nell'invito a dedurre siano di tenore diverso da quelli oggetto dell'atto di citazione, non potrebbe valere a determinare la nullità di quest'ultimo.
In altri termini, l'invito a dedurre non attiene all'esistenza o alla validità intrinseca della citazione - le cui cause di nullità sono tassative - ponendosi invece come presupposto processuale, i cui vizi possono inficiare la procedibilità del giudizio solo in ipotesi di omissioni tali da privare il convenuto dei necessari elementi per predisporre la propria difesa (ex plurimis, cfr. Corte dei conti, Sezione I app., 14.7.2009, n. 477, 20.11.2009, n. 646 e 12.7.2010, n. 440; Sezione III app., 2.11.2010, n. 746; Sezione giurisdizionale Abruzzo, 13.7.2010, n. 378 e 13.5.2010, n. 298; Sezione giurisdizionale Lazio, 4.5.2010, n. 989): circostanza che, a tutta evidenza, non ricorre nel caso all'esame, nel quale sono del tutto chiari petitum e causa petendi, tanto da avere consentito alla difesa in prime cure controdeduzioni complete, puntuali e articolate. In particolare, ha ancora chiarito la pacifica giurisprudenza di questa Corte dei conti, l'(eventuale) mancata corrispondenza delle singole voci di danno non può assurgere a vizio di nullità: v., ex multis, Sezione giurisdizionale Campania, 1.6.2011, n. 976; Sezione giurisdizionale Abruzzo, 13.5.2010, n. 298; Sezione giurisdizionale Toscana, 23.5.2005, n. 288.
4. In via preliminare, il medesimo appellante principale ritiene erronea la sentenza impugnata, laddove ha respinto l'eccezione di prescrizione parziale del danno. Secondo l'interessato, non si sarebbe verificato, nella specie, alcun occultamento doloso del danno, al contrario di quanto opinato invece dal Collegio primo grado.
Anche tale deduzione va decisamente respinta, siccome infondata.
4.1. Va premesso al riguardo che, ai sensi dell'art. 1, comma 2 della L. 14 gennaio 1994, n. 20 (come successivamente modificata dalla L. 20 dicembre 1996, n. 639), il diritto al risarcimento del danno si prescrive in ogni caso in cinque anni, decorrenti dalla data in cui si è verificato il fatto dannoso, ovvero, in caso di occultamento doloso del danno, dalla data della sua scoperta. La prescrizione, dunque, decorre dalla data in cui si è verificato il fatto dannoso e tale data è stata identificata dalla giurisprudenza in quella in cui si è verificato il danno quale componente del "fatto" (ex plurimis, v. Corte dei conti, SS.RR., 29 gennaio 1997, n. 12 e Cassazione civile, Sez. III, 12 agosto 1995, n. 8845); in particolare, per quel che qui interessa, si ricorda che il Legislatore, con le norme appena citate, ha sancito espressamente il principio secondo il quale, nel caso di occultamento doloso, il termine di decorrenza della prescrizione non può che decorrere dalla data della sua scoperta.
Orbene, ritiene questo Giudice che nei casi - come quello all'esame - di indebita percezione di de