#4098 Corte dei conti reg., Veneto, 27 dicembre 2016, n. 223

Personale ATA – Riliquidazione trattamento pensionistico – Congedo quale invalido assoluto – Decadenza

Data Documento: 2016-12-27
Autori:
Autorità Emanante:
Area: Giurisprudenza
Massima

È infondata l’eccezione di difetto di legittimazione passiva sollevata dal Ministero dell’economia e delle finanze, poiché le attribuzioni di “ordinatore principale e secondario di spesa” costituiscono una mera ripartizione interna di competenza tra apparati della pubblica amministrazione, non dovendosi distinguere la figura di obbligato sostanziale passivo dell’unitario procedimento di pensione che vede necessariamente coinvolti entrambi i soggetti, in modo concorrente ed indipendentemente dall’essere parti nel giudizio, in quanto titolari o portatori di interessi qualificati e che potrebbero essere direttamente incisi dall’esito del giudizio in corso.Il precetto contenuto nell’art. 205 d.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1092, pur disponendo che la rettifica del trattamento pensionistico definitivo deve avvenire entro tre anni dalla sua emanazione costituisce, tuttavia, un precetto privo di sanzione, di carattere sostanziale o processuale, di decadenza per il caso che detto termine non sia rispettato. Se ne deve concludere che per il termine triennale in questione non è applicabile alcuna decadenza, non prevista dalla norma per quanto riguarda l’amministrazione, mentre una tale sanzione, sostanziale e/o processuale, opera rispetto al ricorrente destinatario della determinazione liquidatoria che deve compulsare l’amministrazione al fine di incorrere in tale decadenza che costituisce presupposto processuale o antecedente logico che preclude, laddove omesso, la valutazione delle ragioni del ricorrente esplicitate con il ricorso introduttivo del giudizio pensionistico.

Contenuto sentenza

GIUDIZIO DI CONTO   -   PREVIDENZA SOCIALE
C. Conti Veneto Sez. giurisdiz., Sent., 27-12-2016, n. 223
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE DEI CONTI
SEZIONE GIURISDIZIONALE PER IL VENETO
In composizione monocratica nella persona del Consigliere Gennaro Di Cecilia, in funzione di Giudice unico delle pensioni, ha pronunciato la seguente
SENTENZA
emessa nel giudizio iscritto al n. 30097 del registro generale di Segreteria, proposto con ricorso, depositato il 22 gennaio 2016, dla sig. V.R., nato a P. il (...), c.f. (...), residente a S. D. in V. B. 11, ed elettivamente domiciliato presso l'Avv. Andrea Passini, c.f. (...), presso il suo studio di Padova, Piazza De Gasperi, e-mail: iangrogna@aol.it
contro
l'INPS - INPS Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (gestione ex INPDAP dipendenti pubblici), con sede legale in Roma, via Ciro il Grande, 24, c.f. (...), in persona del legale rappresentante pro tempore„ rappresentato e difeso nel presente giudizio, dall'avvocato Filippo Doni, c.f. (...), in forza di procura ad lites rilasciata con il ministero del Notaio P.C. di Roma, rep. n. (...), rogito (...), del 21.07.2015 doc. A, elettivamente domiciliato presso l'Ufficio Legale INPS di Venezia, Dorsoduro 3500/d dichiarando, per le comunicazioni di Cancelleria, il numero di FAX DELLO STUDIO DEI DIFENSORI (...), l'indirizzo di posta elettronica certificata avv.filippo.doni@postacert.inps.gov.it, nonché l'indirizzo di posta elettronica filippo.doni@inps.it;
per l'annullamento del provvedimento di riliquidazione del trattamento pensionistico emesso il 29 luglio 2014 n. PDO I 2014795595, in materia di benefici previsti per i lavoratori non vedenti, per "Errore di diritto e di fatto nella determinazione dell'importo";
VISTI gli artt. 26 R.D. 13 agosto 1933, n. 1038, 6 della L. 21 marzo 1953, n. 161, 700 del c.p.c., 21, u.c., della L. 6 dicembre 1971, n. 1034 e s.m. e i. e 5 della L. 21 luglio 2000, n. 205;
VISTI ed ESAMINATI gli atti ed i documenti di causa;
UDITO nell'udienza pubblica di discussione del 14 ottobre 2016, celebrata con l'assistenza del Segretario, Sig.ra N.N., l'Avv. Andrea Passini, per il ricorrente, l'Avv. Filippo Doni, coadiuvato dal dott. Mauro Dal Corso, in rappresentanza dell'INPS e il dott. Alessandro Rocchi, per il M.E.F. Ragioneria Territoriale dello Stato di Venezia.
Svolgimento del processo
Con il ricorso indicato in epigrafe, ritualmente notificato, è stato impugnato il provvedimento indicato in epigrafe, impugnato dal ricorrente che ne ha chiesto l'annullamento ritenendo, ex adverso, di aver diritto al riconoscimento del congedo quale invalido assoluto e, pertanto, al più favorevole computo o maggiorazione di 4 mesi di anzianità contributiva figurativa utile per ogni anno dei 13 anni e 5 mesi di effettivo lavoro prestato (e, quindi, per totali anni 4 e mesi 3, ex beneficio art. 2 L. n. 120 del 1991) anche ai fini del trattamento economico definitivo, anziché solamente in relazione al diritto ad essere congedato anticipatamente, vale a dire a 56 anni e 6 mesi, in qualità di inabile a proficuo lavoro; invalidità riconosciuta nel gennaio del 1999, o, in via subordinata, con integrazione del montante contributivo individuale fino al raggiungimento dei 60 anni, secondo il calcolo previsto dall'art. 1 della L. n. 335 del 1985, quale lavoratore cieco.
Va, preliminarmente, precisato che il ricorrente è titolare, dall'01.05.2008, di una pensione di vecchiaia ordinaria ctg. VOCTPS n. 05378802, per l'attività prestata presso l'Università di Padova nel ruolo impiegatizio dal 31.12.1994 al 30.04.2008, ammontante ad E 385,87 mensili netti.
Sempre a decorrere da pari data (1/5/2008) egli gode, quale invalido da lavoro, di una pensione definitiva d'invalidità con contribuzione I.N.P.S (sulla base dei contributi versati all'INPS dal 01.06.1968 al 28.02.1994) cat. IO n.15028148, ammontante ad E 1.104,06 netti mensili.
Infine, al ricorrente è stata concessa un'indennità mensile ctg. INVCIV n. 07057704 quale cieco parziale pari ad E 206,59 netti mensili.
L'Inps, ex Inpdap, dopo aver appurato l'esistenza in capo all'odierno ricorrente, dei requisiti necessari per il conseguimento della pensione di vecchiaia per i non vedenti (56 anni d'età a fronte dei 55 richiesti, e 17 anni e 9 mesi di contributi versati o accreditati a fronte dei 15 richiesti), con determina PD012008000788 doc. 2 del fasc. INPS attribuiva al suddetto la pensione ordinaria diretta d'inabilità pari ad E 4.607,41 annui lordi.
Successivamente, con determina n. PD012009129724 doc. 3, l'lNPS riliquidava il suddetto trattamento pensionistico, elevandolo ad E 4.831,67 annui lordi.
Con ricorso al Comitato di vigilanza proposto in data 28.08.2014 doc. 4 fasc. INPS, il Sig. V. contestava le modalità di calcolo della pensione, in quanto, a suo dire, non teneva in debito conto il beneficio per i lavoratori non vedenti previsto dalla L. n. 120 del 1991; ricorso che veniva rigettato con deliberazione n. 0749 del 20.05.2015 doc. 5.
La difesa del ricorrente ha ricostruito, con alternativa ed articolata motivazione pervenendo ad diversa conclusione esegetica, gli elementi fattuali e, soprattutto, il quadro normativo di riferimento non potendo che pervenirsi ad un trattamento pensionistico di maggior favore (circa 122,89 Euro) proprio in ragione della peculiare inabilità, distinta dalla liquidazione che deve normalmente avvenire su base meramente contributiva, che compensa, in un certo qual modo, il lavoro maggiormente usurante svolto da u lavoratore disabile rispetto ad un normodotato.
Inoltre, ha formulato istanza affinché, ai sensi dell'art. 134 e 136 della Costituzione ed art. 1 della L.Cost. n. 1 del 1948, voglia dichiarare non manifestamente infondata la questione di illegittimità costituzionale sollevata in ordine alla L. n. 335 del 1995, 'art. 1, n. 1 e 6, per contrasto con l'art. 3 comma 1 e comma 2 della Costituzione, nel rispetto del quale sono state approvate le L. n. 113 del 1985 e 120/91, laddove appunto si ritenga che abbia implicitamente abrogato il trattamento speciale previdenziale per i lavoratori ciechi nella Pubblica Amministrazione ed escluso dal calcolo del montante contributivo ai fini delle determinazione della pensione da erogare al momento del congedo, l'accredito contributivo dei 4 mesi per anno lavorato, senza che per tali previsioni abbia previsto uno specifico ma coerente calcolo del trattamento che tenga conto dell'accredito dei contributi per i 4 mesi per anno, rimettendo il presente Giudizio alla Suprema Corte Costituzionale, concludendo:
- in via principale e nel merito:
- accertare e dichiarare dovuto il riconoscimento del beneficio per il lavoratore cieco e dichiarato inabile a qualsiasi proficuo lavoro, pari ad ulteriori 4 anni e 5 mesi in più da aggiungere ed accreditare direttamente ai fini del calcolo del trattamento pensionistico,
- accertare e dichiarare illegittimo il Provv. 29 luglio 2014 PD012014795595 ed accertare e dichiarare dovuto al ricorrente un trattamento pensionistico calcolato su 7 anni e 9 mesi di servizio, pari ad un montante contributivo di 122.890 e, per l'effetto, pari ad un trattamento annuo di almeno 6.044 Euro o importo maggiore o minore che risulterà di giustizia, con condanna di parte resistente al pagamento degli arretrati maturati dal maggio 2008;
- in via subordinata e nella denegata ipotesi di mancato accoglimento della principale:
- accertato e dichiarato che l'inabile a proficuo lavoro ha diritto al calcolo del trattamento previdenziale ai sensi dell'art.1, n.15 della L. n. 335 del 1995, che andando in pensione a 56 anni e 6 mesi ha diritto all'aggiunta nel montante contributivo fino al raggiungimento dei 60 anni, accertarsi e dichiararsi dovuto il riconoscimento del beneficio per il lavoratore cieco e dichiarato inabile a qualsiasi proficuo lavoro, pari ad ulteriori 3 anni e 6 mesi in più da aggiungere ed accreditare direttamente ai fini del calcolo del trattamento pensionistico;
- accertare e dichiarare illegittimo il Provv. 29 luglio 2014 PD012014795595 ed accertare e dichiarare dovuto al ricorrente un maggior trattamento pensionistico;
- accertare e dichiarare illegittimo il Provv. 29 luglio 2014 PD012014795595 ed accertare e dichiarare dovuto al ricorrente un trattamento pensionistico calcolato su 16, anni e 3 mesi di servizio, pari ad un montante contributivo di E 117.890, considerando come base di calcolo anche e i 3 anni e 6 mesi corrispondenti al periodo contributivo mancante dai 56 anni e 6 mesi ai 60 anni, così come previsto dall'art.1, n.15 della L.335195, pari ad un trattamento annuo di almeno 5.444 Euro o importo maggiore o minore che risulterà di giustizia, ordinando altresì all'INPS ed al Ministero, il pagamento degli arretrati maturati dal maggio 2008;
- in via preliminare, laddove in diritto l'Ill.mo Giudice, ritenga di non poter accogliere il ricorso sulla base della L. n. 335 del 1995, voglia sollevare la questione di legittimità costituzionale come illustrata in narrativa.
Con memoria depositata in data 7/6/2016, l'INPS, ente succeduto all'INPDAP ex art. 21, comma 2 bis D.L. n. 201 del 2011, conv,. con modificazioni, in L. 22 dicembre 2011, n. 214, si è costituito in giudizio, resistendo alle ragioni del ricorrente.
In particolare, l'Istituto ha dedotto che nessuna ulteriore utilità, costituita dall'invocata maggiorazione, ai fini dell'anzianità "figurativa", spetta al ricorrente nella determinazione della misura della pensione.
Invero, l'Inps ha ritenuto di aver calcolato correttamente il trattamento pensionistico valorizzando, esclusivamente ai fini del diritto dei benefici riconosciuti ai lavoratori non vedenti, in termini di raggiungimento della soglia minima per la maturazione del diritto a pensione, regolarmente riconosciuta grazie alla maggiorazione prevista per i non vedenti, dovendosi escludere che sulla misura così "rivalutata" possa essere applicato un ulteriore valore "reale" di quattro mesi, che va ad aggiungersi al precedente, suscettibile di rilevanza economica funzionale all'incremento del c.d. "montante" e comportante, in definitiva, un'illegittima ed intollerabile duplicazione in quanto non correlato, in modo immediato e sotto il profilo del nesso eziologico, ad un periodo di effettiva prestazione di attività lavorativa e va corrisposto una sola volta. Infatti il periodo di lavoro svolto dal ricorrente è già interamente coperto dai contributi.
In buona sostanza, secondo l'INPS il ricorrente ha mosso da un presupposto di fatto o antecedente logico errato, vale a dire dal considerare la causa di cessazione dal servizio come "inabilità" assoluta e permanente a qualsiasi proficuo lavoro.
L'anzianità contributiva del lavoratore (in genere, essendo ormai estesa la categoria dei non vedenti), pertanto, dovrà essere maggiorata solamente di quattro mesi per ogni anno di attività prestata nella condizione di persona priva della vista e rapportata al solo periodo di attività effettiva, con esclusione, quindi, dei periodi già coperti da eventuale contribuzione volontaria o riconosciuti in modo figurativo o da riscatto non connesso ad attività lavorativa.
Infine, corretta appare la liquidazione operata e calcolata sulla base dell'art. 1, comma 14L. n. 335 del 1995, nella parte in cui è previsto che "gli importi dell'assegno d'invalidità... liquidato con il sistema contributivo... sono determinati... assumendo il coefficiente di trasformazione relativo all'età di 57 anni nel caso in cui l'età dell'assicurato all'atto dell'attribuzione dell'assegno sia ad essa inferiore", in virtù del già riconosciuto miglioramento del coefficiente di trasformazione.
Infine, ha eccepito, ancora, la prescrizione del credito dei maggiori ratei pensionistici asseritamente spettanti ultraquinquennali calcolati a decorrere, a ritroso, dalla data di presentazione dalla domanda.
Pertanto, l'INPS ha rassegnato le seguenti conclusioni:
in via principale e nel merito,
- rigettarsi la domanda del ricorrente, in quanto infondata in fatto ed in diritto;
in ogni caso, dichiararsi prescritti i ratei di pensione anteriori al quinquennio dalla data di presentazione della domanda;
- spese, diritti ed onorari di lite integralmente rifusi, compresa la maggiorazione del 15% dovuto a titolo di spese forfettarie
Anche il Ministero dell'Economia e delle Finanze si è costituito in giudizio, con comparsa depositata il 4/3/2016, asserendo la sua estraneità al giudizio per difetto di legittimazione passiva giacché, a seguito di apposita convenzione tra l'INPDAP ed il deducente Ministero, dall'1 gennaio 1999 la competenza della gestione e della liquidazione del trattamento pensionistico sono state trasferite all'INPDAP, subentrato nella legittimazione attiva e passiva già propria delle Direzione Provinciali del Tesoro, anche sotto il profilo processuale in ordine alle controversie instaurate e da instaurarsi dinanzi alla giurisdizione ordinaria, amministrativa e contabile nelle materie trasferite all'Istituto medesimo, come stabilito dalla Direzione Centrale degli Uffici Locali e dei Servizi del Tesoro (ora Direzione Centrale dei Servizi del Tesoro), con propria circolare n. 850 del 16 dicembre 1998, rassegnando conclusioni in termini di inammissibilità della domanda nei suoi confronti con declaratoria di difetto di legittimazione passiva, pronunciando la conseguente estromissione dal giudizio.
Alla prima udienza di trattazione del 17 giugno 2016 il Giudice, in considerazione delle numerose eccezioni e contro-eccezioni sollevate dalle parti processuali, prevalentemente o esclusivamente in udienza, riteneva indispensabile che sulle stesse si costituisse un capillare ed integrale contraddittorio, utile per un'avveduta decisione, a tal fine concedendo termine alle parti per la presentazione di note scritte, da depositare 20 giorni prima, ed eventuali repliche fino a 10 giorni prima dell'udienza di rinvio della discussione della causa che fissa per il giorno 14 ottobre 2016, ore 10.30.
In particolare, l'Avv. Passini, riportandosi al ricorso, ha insistito per la valorizzazione della contribuzione figurativa nel montante utile per il calcolo della liquidazione della pensione, come avviene per altre categorie di dipendenti, nella specie autoferrotramvieri e trasportatori, depositando, a supporto, giurisprudenza adesiva della Corte di Cassazione del 2003.
L'avv. Attardi, per l'INPS, si è riportata alla memoria di costituzione affermando che la contribuzione figurativa è utile sono ai fini del raggiungimento del diritto a pensione e non ai fini della "misura" del trattamento, così come stabilito dal legislatore ed in difetto di una specifica previsione legislativa, precisando che la giurisprudenza citata, nota all'Ufficio, è di carattere speciale e non di carattere generale per cui si applica solo nei casi tassativi indicati.
Ha formalmente sollevato, inoltre, eccezione di carattere processuale, in quanto, ai sensi dell'art. 205 del D.P.R. n. 1092 del 1973, sarebbe intervenuta la decadenza della domanda di revoca o modifica del provvedimento definitivo di pensione, contestata dall'Avv. Passini che, come mera controdifesa, ha sostenuto che la stessa riguarderebbe i ratei già maturati e di esclusiva efficacia "interna", mentre ha ricordato, per il caso denegato di rigetto della domanda, la questione di legittimità costituzionale sollevata in ordine alla presunta disparità di trattamento, rispetto a diverse categorie di dipendenti.
Infine, in replica all'eccezione di decadenza sollevata dall'Avv. Attardi, in considerazione del trattamento definitivo liquidato con provvedimento del 2008, l'avv. Passini ha ritenuto, contrariamente, che il trattamento definitivo è stato liquidato solamente nel 2015.
L'INPS ha depositato note autorizzate di replica, datate 3 ottobre 2016, per l'udienza di discussione, insistendo sulla dichiarazione di decadenza dal diritto di modifica o di revoca del provvedimento definitivo di pensione e sull'intervenuta prescrizione dell'autonomo diritto alla maggiorazione contributiva anche ai fini di un miglior calcolo della pensione in quanto l'intero diritto oggetto di causa (configurato come maggiorazione contributiva ai fini del calcolo della pensione) sarebbe prescritto e non solo i singoli ratei (cfr. questa Sezione della Corte, sent. del 16.03.2016, n. 42).
All'odierna udienza di rinvio, le parti, come rappresentate attraverso i propri difensori, hanno concluso in conformità alle difese già abbondantemente svolte nei rispettivi atti difensivi a cui si riportano.
Terminata la discussione, la causa è stata trattenuta per la decisione, letta in udienza dopo la sua deliberazione in camera di consiglio, fissando il termine di sessanta giorni per il deposito della sentenza (art. 5, co. 2L. n. 205 del 2000 e 429, co. 1, c.p.c. ivi richiamato, come sostituito dall'art. 53, co. 2, del D.L. 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, nella L. 6 agosto 2008, n. 133).
Motivi della decisione
1. Il giudice deve affrontare le questioni agitate dalle parti costituite procedendo al loro esame secondo un rigoroso ordine processuale logico-giuridico secondo il regime normativo dettato dagli artt. 187, co.3 e 276, co. 2, c.p.c., le cui disposizioni sono applicabili al giudizio davanti alla Corte dei conti in virtù del rinvio dinamico operato dall'art. 26 R.D. n. 1038 del 1933).
2. Assume carattere prioritario l'esame dell'eccezione di difetto di legittimazione passiva sollevata dal M.E.F., con conseguente richiesta di disporre la sua estromissione dal processo, poiché dall'1 gennaio 1999 la competenza alla gestione e liquidazione del trattamento pensionistico sono state interamente trasferimento all'INPDAP, subentrato nella legittimazione attiva e passiva già propria delle Direzione Provinciali del Tesoro, anche sotto il profilo processuale in ordine alle controversie instaurate e da instaurarsi dinanzi alla giurisdizione ordinaria, amministrativa e contabile nelle materie trasferite all'Istituto medesimo, come stabilito dalla Direzione Centrale degli Uffici Locali e dei Servizi del Tesoro (ora Direzione Centrale dei Servizi del Tesoro), con propria circolare n. 850 del 16 dicembre 1998.
L'eccezione si rivela infondata e va respinta dovendosi prestare continuità all'orientamento giurisprudenziale prevalente affermato in materia pensionistica secondo cui si ritiene che le attribuzioni di "ordinatore principale e secondario di spesa" costituiscono una mera ripartizione interna di competenza tra apparati della pubblica amministrazione comunque costituenti, nel loro complesso, non dovendosi distinguere la figura di obbligato sostanziale passivo dell'unitario procedimento di pensione che vede necessariamente coinvolti entrambi i soggetti in quanto, in modo concorrenti ed indipendentemente dall'essere parti nel giudizio, in quanto titolari o portatori di interessi qualificati e che potrebbero essere direttamente incisi dall'esito del giudizio in corso (per tutte, C. conti Sez. III Appello n. 175 del 4/7/2001; Sez. Giur. Friuli Venezia Giulia, n. 335 del 13 maggio 2005; C. conti, Sez. Giur. Campania, n. 2386 del 2010).
3. Sempre in via pregiudiziale va affrontata l'eccezione di decadenza dal diritto alla modifica o revoca del provvedimento definitivo di pensione emesso nei confronti del ricorrente dall'INPDAP e di cui si chiede l'annullamento, con successiva riliquidazione del trattamento pensionistico ritenuto spettente, per "errore di diritto e di fatto nella determinazione dell'importo".
Il G.U.P., nel precisare che l'eventuale errore di calcolo è equiparato all'errore di fatto, ritiene che, in disparte ed impregiudicato l'esame della fondatezza nel merito dei motivi proposti a sostegno del ricorso - pur improbabile alla luce dell'orientamento del Giudice delle pensioni pubbliche, sebbene con rilievo da valere obiter dictum - quest'ultimo debba essere dichiarato inammissibile rivelandosi fondata detta eccezione.
In proposito, giova ricordare che l'art. 204 del D.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1092 dispone che la revoca o la modifica di del provvedimento definitivo di pensione può aver luogo quando: "a) vi sia stato errore di fatto o sia stato omesso di tener conto di elementi risultanti; b) vi sia stato errore nel computo dei servizi o nel calcolo del contributo del riscatto, nel calcolo della pensione, assegno o indennità o nell'applicazione delle tabelle che stabiliscono le aliquote o l'ammontare della pensione, assegno o indennità; c) siano stati rinvenuti documenti nuovi dopo l'emissione del provvedimento; d) il provvedimento sia stato emesso in base a documenti riconosciuti o dichiarati falsi".
Il successivo art. 205 prevede che "1. La revoca e la modifica sono effettuate d'ufficio o a domanda dell'interessato. 2. Nei casi previsti nelle lett. a) e b) dell'art. 204 il provvedimento è revocato o modificato d'ufficio non oltre il termine di tre anni dalla data di registrazione del provvedimento stesso; nei casi di cui alle lett. c) e d) di detto articolo il termine è di sessanta giorni dal rinvenimento dei documenti nuovi dalla notizia della riconosciuta o dichiarata falsità dei documenti. 3. La domanda dell'interessato deve essere presentata, a pena di decadenza, entro i termini stabiliti dal comma precedente; nei casi previsti nelle lettere a) e b) dell'art. 204 il termine decorre dalla data in cui il provvedimento è stato comunicato all'interessato".
Tanto premesso riguardo alla disciplina applicabile, il Collegio deve rilevare che, nella fattispecie concreta, l'INPDAP (ora INPS) ha emesso il provvedimento di concessione della pensione ordinaria diretta definitiva con determina PD012008000788 doc. 2 del fasc. INPS, con cui ha liquidato la pensione ordinaria diretta d'inabilità pari ad E 4.607,41 annui lordi.
Successivamente, con determina n. PD012009129724 doc. 3, l'lNPS riliquidava il suddetto trattamento pensionistico, elevandolo ad E 4.831,67 annui lordi, apportando una chiara rettifica o modificazione all'importo precedentemente liquidato in data 20/5/2008.
Detta Determinazione, relativa alla posizione pensionistica 0200556266P iscritta al n. 017381682, risulta essere stata comunicata dall'INPDAP - Direzione Provinciale di Padova - Gestione Cassa pensioni dipendenti dello Stato - sia all'Università degli Studi di Padova - datrice di lavoro del ricorrente - sia al medesimo ricorrente, precisando modalità e termini per l'eventuale impugnazione, anche nel caso di silenzio significativo o rigetto (Mod. S.M. 5007, All. doc. 1 e 2 fasc. INPS).
Mentre, le successive determinazioni in atti, rispettivamente, del 9/2/2009 e del 2014, quest'ultima che sostituisce ed annulla la prima, devono ritenersi automatiche e mere riliquidazioni eseguite sulla base di parametri offerti per via dell'applicazione dei benefici economici del CCNL 2006/2009, biennio economico 2008/2009.
La Corte costituzionale nella sentenza n. 208 del 2014 ha, peraltro, ribadito che "mentre l'errore di fatto consiste nella falsa percezione, per equivoco o svista, di quanto emerge incontrovertibilmente dagli atti e quello di calcolo deriva dall'erronea applicazione delle regole matematiche sulla base di dati numerici certi, l'errore di diritto è concetto in ordine alla cui individuazione assumono un peso rilevante argomentazioni induttive ed indagini ermeneutiche. L'oggettività e l'immediatezza che caratterizzano la rilevazione degli errori di fatto e di calcolo differiscono in modo sostanziale dai connotati del giudizio che accompagna la valutazione della violazione, falsa applicazione o erronea interpretazione di una norma".
Orbene, indipendentemente dalla modifica del provvedimento pensionistico definitivo effettuata dall'Amministrazione per correggere la precedente liquidazione, il precetto contenuto nell'art. 205 del predetto D.P.R. n. 1092 del 1973, pur disponendo che tale rettifica deve avvenire entro tre anni dalla sua emanazione costituisce, tuttavia, un precetto privo di sanzione, di carattere sostanziale o processuale, di decadenza per il caso che detto termine non sia rispettato.
E ciò a differenza del comma 3 dello stesso articolo che, invece, stabilisce esplicitamente che, qualora la rettifica intervenga a domanda dell'interessato, questa debba essere presentata entro il termine ivi indicato "a pena di decadenza".
Se ne deve concludere - in linea col recente orientamento espresso dal Giudice di Appello (Sez. II Centr. App. del 16/11/2015) che per il termine triennale in questione non è applicabile alcuna decadenza, non prevista dalla norma per quanto riguarda l'Amministrazione, mentre una tale sanzione, sostanziale e/o processuale, opera rispetto al ricorrente destinatario della determinazione liquidatoria che deve compulsare l'Amministrazione al fine di incorrere in tale decadenza che costituisce presupposto processuale o antecedente logico che preclude, laddove omesso, la valutazione delle ragioni del ricorrente esplicitate con il ricorso introduttivo del giudizio pensionistico.
Pertanto, ferma restando l'immediata percezione e rilevabilità da parte dell'odierno ricorrente circa l'eventuale errore di calcolo commesso dalla P.A. la domanda del ricorrente deve essere dichiarata inammissibile per intervenuta decadenza del pensionato da eventuali domande di modifica o di revoca del trattamento pensionistico non presentate nel predetto termine decadenziale triennale, termine abbondantemente trascorso e che ha reso ormai immodificabile il relativo provvedimento di trattamento pensionistico definitivo adottato dall'INPDAP dal momento che, ex actis ed in difetto di prova contraria offerta dal ricorrente, risulta che solamente con ricorso presentato Comitato di vigilanza proposto in data 28.08.2014 doc. 4 fasc. INPS il Sig. V. contestava, in concreto e per la prima volta, le modalità di calcolo della sua pensione, in quanto priva del beneficio previsto per i lavoratori non vedenti dalla L. n. 120 del 1991; ricorso che veniva rigettato con successiva deliberazione n. 0749 del 20.05.2015 doc. 5.
Ne discende la tardività della presentazione del ricorso presentato con assoggettamento del medesimo alla sanzione processuale della decadenza, come previsto dalle disposizioni dianzi richiamate che regolano l'impugnabilità dei provvedimenti di riscatto dei servizi utili anche ai fini della pensione.
Né, infine, riveste pregio giuridico la controeccezione sollevata dalla difesa del ricorrente a fronte dell'eccezione di decadenza mossa dall'INPS.
Nemmeno a diversa conclusione può pervenirsi in virtù della contestata, presunta decadenza o tardivo esercizio dal potere processuale dell'INPS di sollevare l'eccezione di decadenza del diritto alle maggiorazioni contributive o riliquidazioni richieste dal ricorrente, in quanto formulata solamente nell'udienza e ribadita nella nota autorizzata per l'udienza di discussione del 14/10/2016, anziché nel primo atto difensivo costituito dalla memoria di costituzione.
Tanto poiché, giova ricordare in proposito, aderendo a quanto rilevato dell'Istituto previdenziale che ha richiamato precedente giurisprudenziale di questa Sezione, sent. del 16.03.2016, n. 42)., il diverso regime processuale vigente per il predetto istituto giuridico previsto dinanzi al giudice delle pensioni pubbliche, quanto meno nel regime vigente "ratione temporis", secondo l'insegnamento contenuto nella sentenza n. 2/2008/QM delle Sezioni Riunite di questa Corte, intervenuta per comporre i contrasti giurisprudenziali insorti in materia, è stata affermata la non applicabilità nel giudizio pensionistico il disposto normativo dell'art. 416, comma 2, c.p.c.
Ne consegue che alla scadenza del termine previsto per la costituzione in giudizio non si determina la decadenza della parte convenuta dal potere di proporre eccezioni processuali o di merito "non rilevabili d'ufficio".
E nessun ragionevole dubbio assale l'interprete sul regime giuridico di non rilevabilità di siffatta eccezione, appartenendo la materia alla disponibilità delle parti non concernendo diritti indisponibili pubblici o dello Stato o attinenti al regolare svolgimento del processo e onde evitare una sentenza inutiliter data, incidendo unicamente sul diritto dell'INPS a non vedersi negare il diritto a conseguire un vantaggio economico o patrimoniale, oltre un certo limite di tempo, sicché è riservata alla sua valutazione e scelta di avvalersi o meno e, quindi, rientra nella natura di eccezione in senso proprio o no rilevabile d'ufficio (Cass., ord. 9 gennaio 2015, n. 171; conforme, fra le tante, ord. 1154/2012).
Occorre, infatti, premettere che la normativa "mutuata" dal processo del lavoro è applicabile limitatamente alle norme contenute negli artt. 420, 421, 429, 430 e 431 del codice di procedura civile, articoli espressamente richiamati dall'art. 5 della L. n. 205 del 2000, secondo la granitica giurisprudenza formatasi a seguito delle pronunce nomofilattiche delle SS.RR. n. 6/QM/2001 e n. 2/QM/2008 al cui orientamento, questo giudice, ritiene debba darsi continuità, anche per gli effetti propri dell'art. 42, co. 2L. n. 69 del 2009.
In particolare, secondo la rivisitazione elaborata da quest'ultima pronuncia del Supremo Consesso - richiamata dalla difesa dell'INPS- non può sostenersi che l'art. 26 del R.D. n. 1038 del 1933 valga, di per sé, ad introdurre nel processo pensionistico l'art. 416 c.p.c. non solo perché il rinvio contenuto nell'art. 26 è stato da sempre inteso come riferito alle norme e ai termini del rito ordinario, ma soprattutto perché - così opinando - si perviene ad un risultato in palese contrasto con la chiara dizione dell'art. 5, 2 comma, della L. n. 205 del 2000, che - si ripete - contiene un richiamo puntuale ad alcune disposizioni, e non ad altre, del rito del lavoro; richiamo che sarebbe stato superfluo ove il legislatore avesse inteso introdurre dinanzi al giudice unico delle pensioni un'applicazione generalizzata del rito del lavoro con specifico riferimento proprio alla norma che maggiormente lo caratterizza.
Per cui il regime processuale che disciplina anche le eccezioni di decadenza -eccezione in senso stretto in quanto rilevabile solo dalla parte che vi ha quindi interesse- si colloca al di fuori dell'assetto normativo espressamente ed esclusivamente previsto per il processo del lavoro, di talché nel processo pensionistico pubblico non ricorrono le rigide decadenze (e preclusioni) previste da quella norma avendo il legislatore allestito strumenti processuali che assicurino un pieno e costante dispiegamento del contraddittorio tra le parti consentendo loro l'esercizio più ampio del diritto di difesa (ad esempio, attraverso la fissazione di una nuova udienza ove ritenuta non matura la causa per la decisone ovvero concedere alle parti un termine, ove necessario e su loro richiesta -come avvenuto nella specie- un termine per il deposito di note difensive, ex artt. 420, co. 4,5 e 6, e 429, co. 2, c.p.c.), dovendosi escludere qualsiasi termine di decadenza per la formulazione di eccezioni processuali o di merito non rilevabili d'ufficio dedotte per la prima volta in udienza o, comunque, nelle memorie o atti depositati oltre la scadenza del termine di costituzione del convenuto o stabilito nel decreto di fissazione d'udienza.
Per completezza espositiva e per inciso - e nonostante l'inespressa e specifica eccezione formulata sul punto dalla controparte - pare opportuno comunque precisare che i termini processuali (anche se sospesi o interrot