#4074 Corte dei conti reg., Sardegna, 18 marzo 2015, n. 41

Riscatto dei periodi di studio – Termine decadenziale impugnazione provvedimenti di diniego – Corso di studi infermiere professionale

Data Documento: 2015-03-18
Autori:
Autorità Emanante:
Area: Giurisprudenza
Massima

Se è pur vero che l’art. 62 comma 3, r.d. 12 luglio 1934, n. 1214 ha previsto che in materia di riscatto di servizi il ricorso è ammesso soltanto contro il decreto concernente la liquidazione del trattamento di quiescenza nel termine stabilito dal primo comma dell’articolo seguente, è del pari innegabile che il Legislatore sia di poi intervenuto nella materia, stabilendo espressamente (art. 6, comma 7, l. 15 dicembre 1958, n. 46, e art. 71, comma 2, r.d.l. 3 marzo 1938, n. 680), la possibilità di presentare ricorso direttamente avverso il provvedimento con il quale sia stato negato il riscatto di periodi di servizio non di ruolo, individuando nella Corte dei conti il giudice competente a conoscere delle relative controversie.La proposizione di ricorsi avverso provvedimenti di riscatto, è soggetta al termine decadenziale di 90 giorni, termine ritenuto conforme a Costituzione dal Giudice delle Leggi in ragione della acclarata diversità, di natura e struttura, tra il diritto di riscatto e quello a pensione, e tenuto conto della fondamentale circostanza che ogni diritto, pur se costituzionalmente garantito, può essere sottoposto a limite dalla legge, sempre che ciò non si traduca nell’esclusione di una possibilità effettiva del suo esercizio, anche in sede giurisdizionale. Tale termine, sia in ipotesi di dipendente statale che per gli iscritti alla CPDEL, inizia a decorrere dalla data di comunicazione degli stessi provvedimenti.La comunicazione o la pubblicazione, in genere, di un atto amministrativo, se è estranea al momento di perfezionamento e formazione di esso, ne costituisce, tuttavia, elemento d’efficacia ed obbligatorietà: di conseguenza al destinatario non può essere opposta la vincolatività dell’atto circa l’osservanza di un termine – con decadenza da un diritto subordinato – qualora l’autorità da cui il provvedimento promana non dimostri che il destinatario medesimo ne abbia avuto di fatto cognizione oppure, al contrario, se non siano state adempiute le formalità previste per un’idonea pubblicità dell’atto.Non prova che la ricorrente fosse a conoscenza da lunga data del provvedimento in materia di riscatto il fatto che essa abbia prodotto in allegato al ricorso il provvedimento stesso.L’istituto del riscatto, applicato ai corsi di studio richiesti per il conseguimento di diplomi abilitanti all’esercizio di attività professionali specifiche, consente di computare ai fini pensionistici – previo pagamento del previsto contributo – periodi che, pur non avendo dato luogo a prestazioni lavorative a favore dell’ente datore di lavoro, hanno tuttavia rappresentato una indispensabile fase propedeutica all’espletamento del servizio, nelle ipotesi in cui il diploma costituisca requisito richiesto per il posto ricoperto.Nell’attuale assetto normativo, che consente il riscatto dei corsi di studi superiori, l’omessa previsione della riscattabilità di un periodo di studi integra una violazione della Costituzione, per irragionevolezza, quando ricorrono le seguenti due condizioni: a) il corso di studi abbia natura universitaria o post-secondaria (accompagnato in questo caso dal precedente possesso di titolo di studio di scuola secondaria superiore); b) il relativo diploma ovvero la frequenza con profitto e con superamento di prova finale di corso di specializzazione (di livello post-secondario) siano richiesti per l’ammissione a determinati ruoli o per lo svolgimento di determinate funzioni o per la progressione in carriera.

Contenuto sentenza
PENSIONI
C. Conti Sardegna Sez. giurisdiz., Sent., 18-03-2015, n. 41
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE DEI CONTI
SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA REGIONE SARDEGNA
in composizione monocratica, nella persona del Consigliere Maria Elisabetta LOCCI, quale giudice unico, ha pronunciato la seguente
SENTENZA
sul ricorso iscritto al n. 23.248 del registro di Segreteria, proposto dalla signora R.D. (C.F. (...)), nata a Oristano il (...), rappresentata e difesa dagli Avvocati Andrea PETTINAU e Elena PETTINAU (CF: (...)), presso il cui studio, sito in Cagliari, Piazza Gramsci n. 18, ha eletto domicilio, contro l'INPS (CF: (...)) e l'Università degli Studi di Cagliari.
Uditi, nella pubblica udienza del 25 febbraio 2015, l'Avvocato Elena PETTINAU nell'interesse della ricorrente, l'Avvocato Achille Filiberto PUTZU, in rappresentanza dell'Università degli Studi, e l'Avvocato Mariantonietta PIRAS per l'INPS.
Esaminati gli atti e i documenti tutti della causa.
Ritenuto in
Svolgimento del processo
Con ricorso depositato in data 1 agosto 2014, la signora D. ha impugnato la nota in data 27 novembre 2012 dell'Università degli Studi di Cagliari, con la quale era stata respinta la domanda, presentata in data 17 aprile 1991, al fine di ottenere il riscatto, ai fini pensionistici, del periodo di tre anni relativo alla frequenza della Scuola per Infermieri professionali "Maria di Piemonte", conclusosi col conseguimento del relativo diploma nel 1985.
Il rigetto della suddetta istanza è stato motivato in considerazione del fatto che "il corso non è ammissibile a riscatto in base alla vigente normativa".
La ricorrente ha premesso di aver conseguito nel 1979 il diploma di maturità per l'abilitazione all'insegnamento nelle scuole del grado preparatorio presso la Scuola Magistrale "N. Tommaseo" di Cagliari e di essere poi stata assunta, in seguito a concorso, e a tempo indeterminato, dall'Università degli Studi di Cagliari, come infermiera professionale.
Nel 1992 ha, poi, conseguito il certificato di abilitazione a funzioni direttive nell'assistenza infermieristica, sempre presso la Scuola per Infermieri professionali "Maria di Piemonte".
A sostegno della pretesa la ricorrente ha richiamato alcune pronunce della Corte costituzionale (sent. n. 133/1991; n. 280/1991; n. 426/1990 e n. 178/1993) che avrebbero inciso sull'art. 24 della L. n. 1646 del 1962 e sull'art. 69 del R.D. n. 680 del 1938, riconoscendo pieno valore, ai fini del riscatto, alla preparazione professionale acquisita in corsi di studio, dopo il conseguimento del diploma di scuola media superiore, quando la stessa sia indispensabile per accedere al posto ricoperto.
Detto orientamento sarebbe stato da ultimo ribadito dalla Consulta con la sentenza n. 52/2000, in riferimento all'art. 13, comma 1, del D.P.R. n. 1092 del 1973.
E' stato, conclusivamente richiesto l'accoglimento del ricorso, con condanna alle spese del giudizio da liquidarsi in favore dei procuratori dichiaratisi antistatari.
L'Università degli Studi di Cagliari si è costituita in giudizio a ministero dell'Avvocato Achille Filiberto PUTZU, depositando memoria difensiva in data 14 gennaio 2015, con la quale sono state formulate le seguenti conclusioni: a) in via pregiudiziale, che venga dichiarato il difetto di giurisdizione; b) nel merito, che venga pronunciato il rigetto del ricorso, per infondatezza, con vittoria di spese e compenso all'Avvocato.
Nell'articolato atto defensionale, è stato pregiudizialmente osservato che la materia del riscatto, per il personale in servizio, dovrebbe essere riservata al giudice amministrativo (sentenze del Consiglio di Stato n. 6705/2005, IV Sezione; n. 5981/2004 e n. 6680/2007, VI Sezione).
Nel merito, è stato sostenuto che erroneamente la ricorrente riterrebbe applicabili gli articoli 24 della L. n. 1646 del 1962 e 69 del R.D. n. 680 del 1938, specificamente diretti a disciplinare la materia per il personale iscritto alla ex CPDEL e, in quanto tali, non estensibili ai dipendenti universitari, iscritti alla Cassa Dipendenti dello Stato.
Per questi ultimi troverebbe applicazione l'art. 13, comma 1, del D.P.R. n. 1092 del 1973, che limiterebbe, anche nell'interpretazione da ultimo data dal Giudice delle Leggi (sentenza n. 52/2000), la possibilità del riscatto a corsi di studi svolti presso istituti o scuole riconosciuti di livello superiore (post-secondario), quando il relativo diploma o titolo di studio di specializzazione o di perfezionamento sia richiesto, in aggiunta ad altro titolo di studio, per l'ammissione in servizio di ruolo o per lo svolgimento di determinate funzioni.
Nel caso di specie, peraltro, il titolo di studio richiesto ai fini della partecipazione al corso per infermiere professionale sarebbe la semplice licenza media di primo grado, di talché non si realizzerebbero i presupposti considerati dalla normativa di riferimento e dalla Consulta, essendo applicabili le norme e le pronunce richiamate in ricorso solo ed esclusivamente per i dipendenti degli enti locali.
In data 16 gennaio 2015, l'INPS ha trasmesso copia della Disposizione Dirigenziale n. 1779 del 12 dicembre 2008, con la quale è stato ricongiunto il periodo lavorativo prestato presso la ex USL n. 21 (non coincidente con la frequentazione del corso).
Il medesimo Istituto si è poi costituito in giudizio con il patrocinio degli avvocati Alessandro DOA e Mariantonietta PIRAS (memoria depositata il 21 gennaio 2015), i quali hanno eccepito in via preliminare l'inammissibilità del ricorso, ai sensi del disposto di cui all'art. 71, comma II, del R.D. n. 680 del 1938 e all'art. 6, comma VII della L. n. 46 del 1958 (sul punto sono state richiamate le sentenze n. 356/2012 e n. 469/2012, emesse da questa Sezione).
Nel merito è stata sostenuta l'infondatezza della pretesa attrice in quanto, dal combinato disposto degli artt. 13 del D.P.R. n. 1092 del 1973, 8 comma 1 lett. B della L. n. 274 del 1991, e 2 del D.Lgs. n. 184 del 1997, si evincerebbe che il beneficio de quo spetti solo per la frequenza di un corso di livello universitario; per contro, tale non sarebbe quello seguito dalla ricorrente. Inoltre, secondo l'Istituto previdenziale, le ipotesi ammesse a riscatto dovrebbero essere considerate tipiche e tassative, con esclusione dell'interpretazione e/o applicazione analogica delle disposizioni che le prevedono.
In via subordinata è stato chiesto che, nella denegata ipotesi di accoglimento del ricorso, sia ordinato alla ricorrente il pagamento del relativo onere da riscatto.
In data 28 gennaio 2015, il difensore della ricorrente ha depositato memoria con la quale, avuto riguardo all'eccepita decadenza, ha sostenuto che nella specie non sarebbe stata adottata la deliberazione del Consiglio di Amministrazione dell'Ente di Previdenza, come previsto dall'art. 71 del R.D.L. n. 680 del 1938, di talché nessuna decadenza potrebbe essere maturata. Ha, inoltre, insistito per l'accoglimento del ricorso, richiamando sul punto la sentenza n. 146/2014 emessa da questa Sezione in fattispecie analoga.
Al fine di poter replicare alle descritte deduzioni, le Amministrazioni convenute, all'udienza del 28 gennaio 2015, hanno chiesto il differimento della discussione del giudizio.
Con note autorizzate depositate il 18 febbraio 2015, l'Università degli Studi di Cagliari ha in primo luogo insistito per l'accoglimento dell'eccezione preliminare di difetto di giurisdizione. Con riferimento alle deduzioni di parte ricorrente, ha specificato che la normativa richiamata non sarebbe applicabile nel caso di specie, giacché diretta a regolare il trattamento pensionistico degli iscritti alla ex CPDEL. Infine, avuto riguardo alla pronuncia invocata da parte ricorrente, ha sottolineato, richiamando sul punto le argomentazioni contenute nella memoria di costituzione in giudizio, che la disciplina prevista per il riscatto di corso di studi per i dipendenti statali, anche nell'interpretazione del Giudice delle Leggi, richiederebbe comunque il conseguimento di un diploma di livello superiore (post secondario), come riconosciuto anche dal Consiglio di Stato, Sezione VI, con la sentenza n. 1994/2006.
L'INPS ha depositato note autorizzate in data 20 febbraio 2015, con le quali, nel richiamare le difese ed eccezioni in atti, in relazione alla memoria depositata dalla difesa di parte ricorrente, ha precisato che la signora D. avrebbe avuto notizia del provvedimento impugnato, allegato al ricorso introduttivo, con conseguente presunzione dell'arrivo dell'atto al destinatario e di legale conoscenza ex art. 1335 cod. civ. (sul punto, ha richiamato Cass. Civile, Sez. I, sentenza n. 21896/2013).
Pertanto, la ricorrente avrebbe impugnato il provvedimento quando il termine decadenziale era abbondantemente trascorso, posto che detto termine, per le impugnative davanti alla Corte dei conti, è fissato in 90 giorni decorrenti dalla comunicazione del provvedimento di riscatto.
Con memoria depositata in data 23 febbraio 2015 il difensore della ricorrente ha replicato alle note autorizzate depositate dalle convenute amministrazioni, sostenendo in sintesi quanto segue: a) con riferimento all'eccepita carenza di giurisdizione ha invocato diverse pronunce della Corte (tra cui Sez. III Centrale, n. 234/2010, e Sez. Giurisd. Sardegna, n. 146/2014) affermative della competenza esclusiva del giudice unico delle pensioni a conoscere della materia; b) in ordine alla decadenza ha confermato le argomentazioni contenute nella memoria depositata il 28 gennaio 2015; c) nel merito del ricorso, premesso che il caso deciso da questa Sezione con sentenza n. 146/2014 sarebbe del tutto analogo alla vicenda in esame, fatta eccezione per il dato temporale della presentazione della domanda, ha richiamato l'informativa dell'INPDAP, n. 2 del 1998, laddove ha previsto che per le domande di riscatto presentate prima dell'entrata in vigore della L. n. 274 del 1991 avrebbe continuato a trovare applicazione l'art. 24 della L. n. 1646 del 1962 (riscatto ammissibile per un biennio), ed ha infine precisato che detta disposizione sarebbe da ritenersi superata per effetto del D.P.R. n. 867 del 1975 che, dall'anno scolastico 1975-1976, ha stabilito la durata triennale del corso per infermiere professionale.
All'udienza del 25 febbraio 2015, l'Avvocato PETTINAU, nell'interesse della ricorrente e l'Avvocato PUTZU, per l'Università hanno richiamato integralmente e confermato le memorie in atti. L'Avvocato PIRAS, per l'INPS ha insistito affinché sia dichiarata la decadenza, ai sensi delle norme richiamate nella memoria di costituzione, tuttora vigenti, in ragione del superamento del termine stabilito per la proposizione del ricorso.
Considerato in
Motivi della decisione
1. In via preliminare, va precisato che, poiché il ricorso in esame è stato depositato dopo il 25 giugno 2008, trova applicazione l'art. 429 c.p.c., come modificato dall'art.53 del D.L. 25 giugno 2008, n. 112convertito nella L. 6 agosto 2008, n. 13 (cfr. art.56 D.L. citato).
L'art.429 c.p.c. novellato prevede che, nell'udienza, all'esito della discussione "il giudice pronunzia sentenza con cui definisce il giudizio dando lettura del dispositivo e della esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione. In caso di particolare complessità della controversia, il giudice fissa nel dispositivo un termine, non superiore a sessanta giorni, per il deposito della sentenza".
La previsione che la lettura della esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione debba avvenire al termine della udienza, fermo restando, ovviamente, che la sentenza non può che essere redatta dopo che le parti abbiano discusso la causa (artt. 429, 275, 276 comma 5 c.p.c. in relazione agli artt.26 e 20 R.D. n. 1038 del 1933), induce a ritenere che l'applicazione dell'art. 429 c.p.c. novellato, possa, per ragioni immediatamente intuibili, avere luogo soltanto in presenza di questioni di estrema semplicità e laddove non sia necessario, all'esito della discussione, dare pronuncia su eccezioni e deduzioni formulate dalle parti.
Tali circostanze non ricorrono, all'evidenza, nel caso in esame (come emerge dalla motivazione che segue), cosicché si rende necessaria la fissazione di un termine di trenta giorni per il deposito della sentenza comprensiva della motivazione.
2. Sempre in via preliminare, va esaminata l'eccezione di difetto di giurisdizione della Corte dei conti, formulata dall'Università degli Studi di Cagliari nella memoria di costituzione in giudizio, a sostegno della quale sono state richiamate diverse sentenze emesse dal Consiglio di Stato (n. 6705/2005, IV Sezione; n. 5981/2004 e n. 6680/2007, VI Sezione).
Al riguardo deve essere ricordato che, per costante giurisprudenza, rientrano nella competenza di questa Corte tutte le controversie sulla sussistenza e sulla misura del diritto a pensione a carico totale o parziale dello Stato (v. art. 62, primo comma, del R.D. 12 luglio 1934, n. 1214), ovvero tutti gli altri ricorsi in materia di pensione, attribuiti da leggi speciali alla Corte dei conti (art. 62 secondo comma r.d. cit.).
Se è pur vero che l'art. 62 comma 3, citato dall'Università, ha previsto che in materia di riscatto di servizi il ricorso è ammesso soltanto contro il decreto concernente la liquidazione del trattamento di quiescenza nel termine stabilito dal primo comma dell'articolo seguente, è del pari innegabile che il Legislatore sia di poi intervenuto nella materia, stabilendo espressamente (art. 6, comma 7, della L. 15 dicembre 1958, n. 46, e art. 71, comma 2, del R.D.L. 3 marzo 1938, n. 680), la possibilità di presentare ricorso direttamente avverso il provvedimento con il quale sia stato negato il riscatto di periodi di servizio non di ruolo, individuando nella Corte dei conti il giudice competente a conoscere delle relative controversie.
Per altro verso, rileva la circostanza che il discrimine tra le differenti giurisdizioni, quale emerge dall'esame delle pronunce emesse dalla Corte di Cassazione (giudice regolatore dei possibili conflitti), si rinviene, per ciò che attiene all'ambito riservato alla Corte dei conti, nell'essere i ricorsi presentati diretti ad incidere sulla misura del diritto a pensione.
Vi rientrano, dunque, le domande proposte avverso i provvedimenti negativi o concessivi non solo del trattamento di quiescenza, ma anche del riscatto, o del computo, o della ricongiunzione dei servizi.
Fanno eccezione a tale principio di concentrazione della giurisdizione le sole questioni che si riferiscono ai trattamenti di fine rapporto (o indennità di buonuscita, cfr. Cassazione Sez. U, Ordinanza n. 25039, del 07/11/2013), o all'equo indennizzo, poiché materie estranee al trattamento di quiescenza (Cassazione, SS.UU., 28 maggio 1986, n. 3601; Cassazione, SS.UU., 14 giugno 2005, n. 12722 e 18 marzo 1999, n.152).
Più esattamente, il giudice della nomofilachia ha precisato, anche recentemente, che la giurisdizione della Corte dei conti in tema di pensioni ha carattere esclusivo, essendo affidata al criterio di collegamento costituito dalla materia, sicché in essa ricadono tutte le controversie in cui il rapporto pensionistico costituisca elemento identificativo del petitum sostanziale (Cassazione, SS.UU., sentenze 19 novembre 2007, n. 23828; 14 giugno 2005, n. 12722 e 18 marzo 1999, n.152).
In linea con il costante indirizzo della Suprema Corte, il giudice contabile ha in plurime occasioni affermato la sussistenza della propria giurisdizione (cfr. da ultimo, Sezione I Centrale, sentenza n. 603 del 23/04/2014), anche in ipotesi di ricorrenti ancora in servizio, in quanto, come già precisato, il discrimine necessario per l'individuazione del giudice competente non è dato dalla condizione soggettiva del richiedente (se in attività o già pensionato), bensì dalla natura del diritto richiesto.
D'altro canto, lo stesso Consiglio di Stato, con differente orientamento rispetto a quello enucleabile dalle pronunce richiamate dalla difesa dell'Università, in cui il giudice amministrativo pare non aver tenuto conto delle disposizioni di legge espressamente indicanti il giudice competente, ha avuto modo di riconoscere la sussistenza della giurisdizione della Corte dei conti.
Difatti, con sentenza n. 4860/2009, del 31/07/2009 (Sezione Quarta), ha denegato la propria giurisdizione sulla scorta delle motivazioni che si riportano in sintesi: a) l'art. 13 del R.D. 12 luglio 1934, n. 1214(testo unico delle leggi sulla Corte dei conti) prevede la competenza della Corte a giudicare "sui ricorsi in materia di pensione in tutto o in parte a carico dello Stato o di altri enti designati dalla legge"; b) il testo unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato, di cui al D.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1092, dispone all'articolo 13 che i periodi di studi superiori e di esercizio professionale possono essere conteggiati ai fini del diritto a pensione; c) detto articolo si colloca nell'ambito delle disposizioni destinate al computo dei periodi utili ai fini pensionistici, secondo il principio generale stabilito dall'articolo 10, secondo i quale "A favore dei dipendenti statali per i quali è previsto il trattamento di quiescenza a carico del bilancio dello Stato è ammesso il computo dei servizi e dei periodi, anteriori alla nomina, indicati dagli articoli seguenti del presente capo"; d) la questione relativa al riscatto dei periodi di studio universitari rientra nella "materia pensionistica" rilevando essa, per collocazione sistematica, finalità ed effetti, ai soli fini del trattamento pensionistico e risultando invece essa irrilevante sul rapporti di lavoro (cfr., negli stessi sensi, Sez. VI, sentenza num. 00624 del 28/04/1994, per cui la controversia concernente la tempestività della dichiarazione dei servizi pre-ruolo di cui all'art. 145 in T.U. n. 1092 del 1973, appartenendo alla materia delle pensioni e del riscatto dei servizi agli effetti dei trattamenti di quiescenza, ricade nella giurisdizione esclusiva della Corte dei Conti ai sensi degli artt. 62 e 63 del T.U. 12 luglio 1934 n. 1214).
Negli stessi sensi, in conformità all'orientamento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (Cass., Sez. Un., sentenza n. 467 del 1987 e Cass., Sez. Un., 14 maggio 1993, n. 5508; Cass., Sez. Un., 23 aprile 2008, n. 10455; id., 21 marzo 1997, n. 2519; id., 6 maggio 1993, n. 5243; id., 26 aprile 1993, n. 4906; id., 22 aprile 1988, n. 3134), si è orientata, come già precisato, la giurisprudenza contabile nettamente maggioritaria, la quale ha statuito che tutte le questioni inerenti i periodi contributivi da riscattare (o da ricongiungere ai fini dell'erogazione di un unico trattamento pensionistico), sono riservate alla cognizione della Corte dei Conti (Corte dei Conti, Sez. giurisdiz. Toscana, 29-05-1997, n. 371; id. Marche, 27 gennaio 1997, n. 1043; id. Veneto, 28 ottobre 1997, n. 774; id. Umbria 24 novembre 1997, n. 742; id. Lazio, 07 agosto 1996, n. 457).
In ragione di tali considerazioni l'eccezione formulata dall'Università degli Studi di Cagliari deve essere respinta.
3. Ancora in via preliminare, con riferimento all'eccepita decadenza, va osservato quanto segue.
In accordo con le deduzioni dell'INPS va rilevato che la proposizione di ricorsi avverso provvedimenti di riscatto, è soggetta al termine decadenziale di 90 giorni, termine ritenuto conforme a Costituzione dal Giudice delle Leggi in ragione della acclarata diversità, di natura e struttura, tra il diritto di riscatto e quello a pensione, e tenuto conto della fondamentale circostanza che ogni diritto, pur se costituzionalmente garantito, può essere sottoposto a limite dalla legge, sempre che ciò non si traduca nell'esclusione di una possibilità effettiva del suo esercizio, anche in sede giurisdizionale (C. cost.,ord.n. 120/1991; ord. n. 126/1992; sent. n. 544/2000).
Peraltro, nell'esaminare la vicenda sottoposta al vaglio di questo Giudice, va compiuto un duplice ordine di considerazioni.
In primo luogo va osservato che sulla domanda avanzata a suo tempo dalla ricorrente, si è pronunciata l'Università degli Studi di Cagliari, nonostante che, a seguito dell'emanazione del D.Lgs. 30 giugno 1994, n. 479, che ha istituito l'INPDAP, e della L. 8 agosto 1995, n. 479, che ha attribuito all'istituto (ora INPS) la gestione separata dei trattamenti pensionistici del personale delle amministrazioni statali, competente a provvedere sulle e domande di riscatto, di ricongiunzione e sistemazione contributiva, anche presentate all'amministrazione attiva e non definite (come nel caso di specie) fosse l'ente previdenziale.
Nel caso di specie, pertanto, la valutazione della istanza di riscatto della ricorrente, dipendente statale, avrebbe dovuto avere luogo per il tramite di un provvedimento formale dell'INPDAP/INPS e non, come ritenuto dalla difesa della D., attraverso la deliberazione del consiglio di amministrazione degli istituti di previdenza, ex art. 71 del R.D.L. n. 680 del 1938, in quanto disposizione normativa applicabile nel solo caso di iscritti alla ex CPDEL.
Ma, sia in ipotesi di dipendente statale che per gli iscritti alla CPDEL, il termine per proporre ricorso avverso i provvedimenti di diniego inizia a decorrere dalla data di comunicazione degli stessi provvedimenti (cfr. art. 6 della L. n. 46 del 1958 e, ancora, art. 14 della L. n. 1646 del 22 novembre 2006, il quale ha espressamente previsto la comunicazione del provvedimento agli interessati mediante lettera raccomandata con ricevuta di ritorno).
Il fatto che il decorso del termine decadenziale sia ancorato ad un ben preciso adempimento o, rectius, ad un fatto cui ricollegare la possibile conoscibilità dell'atto promanante dalla P.A., non appare privo di conseguenze sul piano processuale.
Occorre, difatti, tenere presente la distinzione tra il momento del perfezionamento del provvedimento amministrativo e quella in cui esso è in grado di dispiegare la propria efficacia nei confronti dei destinatari, poiché "una cosa è la perfezione del provvedimento, id est la sua adozione, rilevante ai fini del rispetto del termine finale del procedimento, altra cosa è l'efficacia, ovvero l'idoneità a produrre effetti dello stesso con tutte le conseguenze connesse alla sua eventuale omissione" (T.A.R. Roma, Lazio sez. III, 8 aprile 2010, n. 5873; 6 dicembre 2006, n. 13910; v. anche T.A.R. Milano Lombardia, Sez. III, 13 marzo 2009, n. 1910, e conformi).
Secondo la giurisprudenza amministrativa anche più risalente, infatti, "la comunicazione o la pubblicazione, in genere, di un atto amministrativo, se è estranea al momento di perfezionamento e formazione di esso, ne costituisce, tuttavia, elemento d'efficacia ed obbligatorietà: di conseguenza - al destinatario non può essere opposta la vincolatività dell'atto circa l'osservanza di un termine - con decadenza da un diritto subordinato - qualora l'autorità da cui il provvedimento promana non dimostri che il destinatario medesimo ne abbia avuto di fatto cognizione oppure, al contrario, se non siano state adempiute le formalità previste per un'idonea pubblicità dell'atto" (T.A.R. Catanzaro, Calabria, n. 482 del 30 dicembre 1986).
Rapportando detti principi alla vicenda in esame va osservato che, a fronte della eccezione di decadenza formulata dall'Istituto previdenziale (in riferimento all'art. 71, comma 2, del r.D.L. n. 680 del 1938convertito in L. n. 41 del 1939, ed all'art. 6, comma 7, della L. n. 46 del 1958), non vi è alcuna certezza documentale sulla data di comunicazione all'interessata della nota di reiezione della domanda di riscatto, alla cui spedizione, stando a quanto emerso nel corso della discussione all'udienza del 28 gennaio 2015, l'Università avrebbe provveduto a mezzo posta ordinaria.
Non solo, nonostante il rinvio dell'udienza di discussione, nessun elemento probatorio a sostegno della proposta eccezione è stato fornito dalle Amministrazioni convenute, che detto rinvio avevano chiesto.
In particolare, non appare circostanza dirimente il fatto che la ricorrente abbia prodotto la nota dell'Università in allegato al ricorso (ciò non prova il fatto che ne fosse in possesso da lunga data), né appare attagliarsi al caso in esame la sentenza n. 21896 del 25/09/2013, emessa dalla Cassazione, Sez. I, richiamata dall'INPS nelle note autorizzate depositate in data 20 febbraio 2015.
Difatti, la Suprema Corte è giunta ad affermare la presunzione di arrivo dell'atto al destinatario e di conoscenza ex art. 1335 cod. civ., basandosi sulle univoche e concludenti circostanze della spedizione della raccomandata e dell'ordinaria regolarità del servizio postale e telegrafico (nella fattispecie l'invio tramite raccomandata riguardava la comunicazione di avvenuto deposito, presso l'ufficio postale, del piego che la contiene, a sua volta evincibile dalle risultanze del "registro delle raccomandate", atteso che la lettera raccomandata ha prova certa della sua spedizione, attestata dall'ufficio postale attraverso la corrispondente ricevuta).
E' appena il caso di sottolineare che detta pronuncia è espressione del costante orientamento della Cassazione in materia di notificazione, in cui il pervenire dell'atto nella sfera di conoscibilità del destinatario è elemento indispensabile e accuratamente valutato al fine di ritenere efficace il procedimento notificatorio stesso (si pensi agli art. 140 e 149 c.p.c., in cui la raccomandata è munita di avviso di ricevimento che deve essere allegato all'originale del ricorso, da depositarsi presso la Segreteria del giudice procedente, e alla giurisprudenza formatasi in materia sui differenti termini di perfezionamento della notifica: cfr., a mero titolo esemplificativo, Cassazione, sentenza del 31 marzo 2010, n. 7809).
Nel caso della signora D., per contro, difettando una comunicazione "formale" o comunque assistita da particolari cautele, rimane dato incontrastato che l'Istituto previdenziale non ha fornito prova alcuna della dell'avvenuta ricezione del provvedimento da parte della ricorrente, così da consentire la verifica dell'effettivo decorso del termine decadenziale di novanta giorni per la proposizione del ricorso giurisdizionale, sicché l'inutile scadenza del termine stesso è rimasta indimostrata.
Peraltro, laddove una norma preveda termini perentori in ordine alla possibilità di far valere giudizialmente un diritto, la decadenza da tale possibilità va accertata con rigorosi criteri, e l'onere di provare la tardività del ricorso resta comunque a carico della parte che la deduce (cfr. Sezione Emilia Romagna, sentenza n. 28 del 06/03/2013).
Alla luce delle precedenti argomentazioni l'eccezione in questione va, pertanto, disattesa.
3. Nel merito, va rammentato che l'istituto del riscatto, applicato ai corsi di studio richiesti per il conseguimento di diplomi abilitanti all'esercizio di attività professionali specifiche, consente di computare ai fini pensionistici - previo pagamento del previsto contributo - periodi che, pur non avendo dato luogo a prestazioni lavorative a favore dell'ente datore di lavoro, hanno tuttavia rappresentato una indispensabile fase propedeutica all'espletamento del servizio, nelle ipotesi in cui il diploma costituisca requisito richiesto per il posto ricoperto.
Sul punto si rende opportuna una premessa, in ragione delle difese avanzate dalla convenuta Università degli Studi, la quale ha sostenuto che la disciplina prevista per il riscatto di corso di studi per i dipendenti statali, anche nell'interpretazione del Giudice delle Leggi, richiederebbe comunque il conseguimento di un diploma di livello superiore (post secondario), come riconosciuto anche dal Consiglio di Stato, Sezione VI, con la sentenza n. 1994/2006. Nel caso di specie, invece, il titolo di studio richiesto ai fini della partecipazione al corso per infermiere professionale sarebbe la semplice licenza media di primo grado.
La difesa così articolata non tiene conto delle modifiche apportate, in relazione ai requisiti di ammissione alle scuole per infermieri professionali, dalla L. n. 124 del 25 febbraio 1971, con la quale è stato esteso l'esercizio della professione sanitaria ausiliaria di infermieri professionali ai cittadini di sesso maschile, dando così la possibilità di riscattare anche a questi ultimi il relativo diploma.
L'art. 2 della sopracitata legge ha previsto, per l'accesso alle scuole per infermieri professionali, il possesso del diploma di istruzione secondaria di primo grado e, a partire dall'inizio dell'anno scolastico 1973-74, anche di un certificato attestante l'ammissione al terzo anno di scuola secondaria di secondo grado o titolo equipollente, dopo il conseguimento del diploma di istruzione secondaria di primo grado.
In seguito, con D.P.R. n. 867 del 1975, il corso di studi per il conseguimento del diploma di Stato di infermiere professionale è stato ripartito in tre anni scolastici, a decorrere dall'anno scolastico 1975-76, mentre nulla è stato innovato per i requisiti richiesti per essere ammessi alla frequentazione.
Tale puntualizzazione in punto di requisiti utili per la frequentazione del corso di infermiere professionale, consente di meglio intendere quale debba essere il portato delle pronunce della Corte Costituzionale che, se pur aventi ad oggetto normative settoriali, hanno enucleato principi di carattere generale i quali, in ossequio al disposto di cui all'art. 3 della Costituzione, sono destinati a trovare applicazione in fattispecie analoghe anche qualora, per ipotesi, la norma regolatrice non sia stata sottoposta al vaglio della Consulta.
Orbene, la Corte Costituzionale ha affermato in più occasioni l'illegittimità costituzionale delle diverse norme relative ai riscatti dei periodi di studio per il conseguimento di determinati titoli, ove queste non prevedessero la facoltà di valorizzazione dei periodi corrispondenti a quei corsi di specializzazione e para-universitari, il cui diploma fosse richiesto come condizione per partecipare ai concorsi e per l'ammissione in servizio in determinati profili professionali.
Al riguardo si richiamano le sentenze n. 765/1988 (diploma di vigilatrice d'infanzia); n. 426/1990 (diploma di assistente sociale); n. 535/1990 e n. 52/2000 (diploma dell'Accademia di Belle Arti); n. 133/1991 (diploma di tecnico fisioterapista); n. 280/1991 (diploma di educatore professionale); n. 26/1992 (diploma d'infermiere professionale ); n. 27/1992 (diploma di I.S.E.F.); n. 178/1993 (diploma di ostetrica); n. 209/1993 (diploma di tecnico logopedista); n. 208/1995 (diploma di tecnico in audiometria, fonologopedia e audioprotesi); n. 20/1996 (relativa in generale ai diplomi di grado universitario).
Lo stesso Legislatore, nel prendere atto del citato indirizzo della giurisprudenza costituzionale, seppur limitatamente al personale iscritto alle Casse amministrate dalla Direzione generale degli Istituti di previdenza, aveva emanato la L. 8 agosto 1991, n. 274 (recante, tra l'altro, modifiche e integrazioni degli ordinamenti delle Casse in argomento), che all'art. 8, comma uno, ha stabilito quanto segue: "Sono ammessi a riscatto, a domanda, purché il relativo diploma sia prescritto per l'ammissione al posto ricoperto:
a) gli anni di studio corrispondenti alla durata legale dei corsi delle scuole universitarie dirette a fini speciali;
b) i periodi (non inferiori a un anno) corrispondenti alla durata legale dei corsi di formazione professionale, seguiti dopo il conseguimento del titolo di studio di istruzione secondaria superiore, e riconosciuti dallo Stato, dalle Regioni o dalle province autonome di Trento e di B