#4083 Corte dei conti reg., Molise, 16 febbraio 2015, n. 12

Pensione di reversibilità per studenti universitari orfani maggiorenni – Durata del corso legale di studi

Data Documento: 2015-02-16
Autori:
Autorità Emanante:
Area: Giurisprudenza
Massima

Lo spirare di termini regolamentari di settore per l’adozione del provvedimento pensionistico definitivo non priva, ex se, l’Amministrazione del diritto-dovere di procedere al recupero delle somme indebitamente erogate a titolo provvisorio; sussiste, peraltro, un principio di affidamento del percettore in buona fede dell’indebito che matura e si consolida nel tempo, opponibile dall’interessato in sede amministrativa e giudiziaria. Tale principio va individuato attraverso una serie di elementi quali il decorso del tempo, valutato anche con riferimento agli stessi termini procedimentali, e comunque al termine di tre anni ricavabile da norme riguardanti altre fattispecie pensionistiche, la rilevabilità in concreto, secondo l’ordinaria diligenza, dell’errore riferito alla maggior somma erogata sul rateo di pensione, le ragioni che hanno giustificato la modifica del trattamento provvisorio e il momento di conoscenza, da parte dell’Amministrazione, di ogni altro elemento necessario per la liquidazione del trattamento definitivo.La configurazione dell’affidamento non può identificarsi “solo” con la scadenza del termine procedimentale previsto dalla l. 7 agosto 1990, n. 241 e dai regolamenti attuativi di settore per l’adozione del provvedimento pensionistico definitivo, fermo restando che tale circostanza – e cioè, la scadenza del termine procedimentale per l’adozione del provvedimento definitivo di pensione – ben può assurgere ad uno degli elementi attraverso i quali l’affidamento può formarsi e consolidarsi nel tempo, ricorrendo comunque gli altri elementi necessari alla sua configurazione.Il legittimo affidamento, caratterizzato dalla buona fede, va individuato attraverso una serie di elementi oggettivi e soggettivi, quali: a) il decorso del tempo, valutato anche con riferimento agli stessi termini procedimentali, e comunque con riferimento al termine di tre anni ricavabile da norme riguardanti altre fattispecie pensionistiche; b) la rilevabilità in concreto, secondo l’ordinaria diligenza, dell’errore riferito alla maggior somma erogata sul rateo di pensione (così, ad esempio, non sarà ravvisabile alcun affidamento nella ipotesi in cui il rateo della pensione provvisoria sia addirittura maggiore rispetto al rateo dello stipendio che l’interessato percepiva in servizio); c) le ragioni che hanno giustificato la modifica del trattamento provvisorio e il momento di conoscenza, da parte dell’amministrazione, di ogni altro elemento necessario per la liquidazione del trattamento definitivo, sì che possa escludersi che l’amministrazione fosse già in possesso, ab origine, degli elementi necessari alla determinazione del trattamento pensionistico.Il carattere di “provvisorietà” del trattamento di reversibilità previsto in favore degli orfani maggiorenni studenti universitari è sicuramente un dato incontrovertibile, nel senso che esso è destinato ad estinguersi al conseguimento della laurea ovvero al raggiungimento del 26 anno di età. Non vi è dubbio, quindi, che l’adeguamento del predetto trattamento economico sia un dato certamente prevedibile e automatico, anche solo per il decorso del tempo e tuttavia la provvisorietà del trattamento non esime certo l’amministrazione erogante alle necessarie verifiche ed aggiornamenti, non potendosi ritenere che il destinatario delle provvidenze economiche sia tenuto ad una costante interlocuzione con l’ente e alla analitica conoscenza dei meccanismi quantificatori e temporali modificativi del trattamento pensionistico. Ma, a ben vedere, l’ente previdenziale avrebbe certamente potuto provvedere, sin dal compimento del 26 anno di età dell’orfano, ex se alle necessarie modifiche del trattamento economico, senza che vi fosse necessità di alcuna particolare informativa dell’interessato, in capo al quale, dunque, non può delinearsi alcun dolo omissivo.

Contenuto sentenza
PENSIONI
C. Conti Molise Sez. giurisdiz., Sent., 16-02-2015, n. 12
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
CORTE DEI CONTI
SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA REGIONE MOLISE
IL GIUDICE UNICO DELLE PENSIONI
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
Sul ricorso iscritto al n. 3431 del registro di Segreteria, proposto dalla Sig.ra V. C., nata il Omissis a Omissis, elettivamente domiciliata in Campobasso, Via L. Einaudi n. 14 presso lo studio legale Ricciardella, unitamente all'avvocato Italo Spagnuolo Vigorita che la rappresenta e difende nel presente giudizio.
CONTRO
INPS (ex gestione INPDAP),
Visti il ricorso e gli atti del giudizio;
Uditi alla pubblica udienza del giorno 28.1.2015, con l'assistenza del segretario di udienza dott.ssa Donatella Petrollino, l'avvocato Giuseppe Mancini per delega dell'avvocato Italo Spagnuolo Vigorita e l'avvocato Carlo Landolfi per l'INPS ex gestione INPDAP.
Svolgimento del processo
Risulta agli atti che con determinazione n. CB012001000276 del 15.06.2001, la Direzione Centrale Prestazioni Previdenziali dell' INPDAP di Campobasso, provvedeva ad attribuire alla sig.ra C.C. - coniuge superstite del dott. C.G., dirigente dell'Amministrazione Regionale del Molise, deceduto in data 07.09.1994 per causa di servizio- il trattamento pensionistico definitivo di reversibilità (cd. Pensione Privilegiata Indiretta), liquidato con sistema retributivo a decorrere dal 01.10.1994.
A norma del comb. disp. artt. 8186 e 159 D.P.R. n. 1092 del 1973, come integrato dagli artt. 14 e 17 L. n. 271 del 1994, il trattamento privilegiato di reversibilità in favore del coniuge superstite del dipendente, deceduto in servizio, veniva liquidato d'ufficio e teneva, debitamente, conto della composizione del nucleo familiare, che, all'epoca del decesso del dante causa, risultava essere composto dalla vedova e da tre figli, tutti ancora minorenni (C.C., nata il (...); V. C., nato il (...) e l'attuale ricorrente, V. C., nata il Omissis). Il trattamento privilegiato di reversibilità veniva, pertanto, ad essere corrisposto con le seguenti modalità: a) dal mese di ottobre 1994 sino al mese di ottobre 2001 il trattamento di reversibilità, pur calcolato in base alla composizione del nucleo familiare e suddiviso pro/ quota fra gli aventi diritto, è stato erogato unicamente in favore della vedova; b) a seguito del conseguimento del diploma di laurea (e, dunque, a seguito della perdita del diritto a pensione) da parte della figlia primogenita, C., il trattamento (nella misura del 100%) è stato così suddiviso: 80% alla vedova con figlia minore a carico (60%+20%) e trattamento disgiunto di reversibilità (nella misura del 20%) al figlio V. C. (maggiorenne ma non ancora laureato), dal novembre 2001 fino a tutto il mese di ottobre 2003; c) a seguito del conseguimento del diploma di laurea da parte del secondogenito, V. C., a partire dal mese di ottobre del 2003 e sino ad ottobre 2007, il trattamento pensionistico è stato ridotto all' 80% (60% vedova + 20% figlia minore); d) con il raggiungimento della maggiore età dell'ultima figlia, V. C., a partire dal mese di novembre 2007, la pensione è stata attribuita in modo disgiunto tra la vedova (60%) e la figlia maggiorenne ma non ancora laureata (20%).
Con l'interposto gravame depositato in data 12.5.2014 dall'Avv.to Vigorita in nome e per conto di V. C., si evidenzia quanto segue.
A distanza di oltre 14 anni dalla liquidazione d'ufficio (art.159 D.P.R. n. 1092 del 1973) del trattamento di reversibilità, con due provvedimenti contestuali e di analogo contenuto, la Gestione Dipendenti Pubblici dell'INPS di Campobasso (succeduta ex lege alla gestione INPDAP), comunicava alla ricorrente ed alla di lei madre, sig.ra C.C., che: "... sulla partita di pensione di cui è titolare ... è stato accertato un debito per somme in più riscosse".
Secondo la prospettazione dell'Ente, tali somme ammonterebbero (non è dato comprendere in base a quali parametri) ad Euro. 21.832,70, per la sig.ra C. (che le avrebbe indebitamente percepite nel periodo "dal 01.01.2000 al 31.02.2014") e a ben Euro 44.339,31 per la ricorrente che (nonostante abbia raggiunto la maggiore età solo in data 18.09.2006 ed abbia, pertanto, goduto del trattamento disgiunto solo a partire dal novembre 2007) avrebbe, ciò non di meno, goduto del presunto indebito "dal 01.01.2002 al 31.01.2014".
Il provvedimento (prot. 9529/U del 23.01.2014) contiene, inoltre, l'ingiunzione a versare, in un'unica soluzione, l'intera somma "accertata" come indebito dall'INPS nel termine di 30 gg. dalla ricezione dell'atto, pena l'attivazione delle procedure esecutive.
L'accesso agli atti del fascicolo (effettuato in data 18.03.2014) dalla parte attrice non ha, in alcun modo, contribuito né a chiarire il "titolo" del presunto indebito, né a cosa sia dovuta la differente quantificazione delle ''somme in più" che sarebbero state erogate a ciascuna delle aventi diritto, né, infine, a far luce sulla differente individuazione del "periodo", in cui ciascuna delle aventi diritto al medesimo trattamento pensionistico avrebbe goduto dell'indebita erogazione.
La pretesa restitutoria, fatta valere dall'INPS di Campobasso attraverso il provvedimento di cui si denuncia l'illiceità, afferma il ricorrente, è manifestamente illegittima, del tutto infondata e sfornita della benché minima prova, per i seguenti motivi.
In via preliminare va evidenziato come, stante la natura pubblicistica del soggetto agente (INPS) e della funzione, a questo affidata (gestione della previdenza, obbligatoria per legge) è fuori di dubbio che, nel caso di specie, trovino applicazione tutte le norme ed i principi generali dettati in tema di procedimento amministrativo .
In particolare, è assolutamente fuori di dubbio che, in base al principio generale, sancito dall'art. 3 della L. n. 241 del 1990, il provvedimento, adottato nell'esercizio di un potere chiaramente autoritativo e discrezionale, quale quello di autotutela, avrebbe dovuto indicare i presupposti di fatto, su cui si fonda una decisione gravemente incisiva della posizione giuridica del privato nonché le motivazioni, di interesse pubblico, che avrebbero potuto legittimare il ricorso all'autotutela a fronte di una situazione ormai consolidatasi nel tempo.
Allo stato, il provvedimento appare, invece, fondato su di una serie di conteggi (avuto/dovuto) che, se pur corretti dal punto di vista meramente matematico, non spiegano, tuttavia, né perché l'INPS abbia impiegato 14 anni per accorgersi del presunto indebito, né quale sia il "titolo" di tale indebito (ovvero cosa abbia determinato l'eventuale erronea erogazione di "somme in più" sul trattamento pensionistico), né quali siano stati i criteri di calcolo che hanno portato all'accertamento di una cifra tanto consistente. Il provvedimento non rende, inoltre, intelligibile la circostanza (in verità, piuttosto singolare) per cui, a fronte dell'attribuzione di un trattamento pensionistico sostanzialmente unico (generato, cioè, dalla liquidazione della medesima pensione di reversibilità), la decorrenza e la quantificazione dell'indebito siano profondamente differenti, a seconda che il percettore sia la vedova (cui viene imputato un indebito di Euro. 21.832,70 "per somme in più riscosse dal 01.01.2000 al 31.02.2014") o la figlia superstite del dipendente deceduto (nei cui confronti sarebbe stato "accertato un debito per somme in più riscosse ammontanti ad Euro 44.339,31 dal 01.01.2002 al 31.01.2014").
Sotto tale profilo, va ricordato che il trattamento di reversibilità, nei confronti dei superstiti del dipendente deceduto per causa di servizio, viene attribuito d'ufficio dall'ente previdenziale (art. 159 D.P.R. n. 1092 del 1973) e che, nel caso di specie, la ricorrente (divenuta maggiorenne solo nel settembre 2006) non gode di altri redditi se non redditi oltre quello derivante dal trattamento pensionistico di reversibilità spettantele, quale orfana di un dipendente, deceduto per causa di servizio.
La prova della sussistenza dell'indebito, che grava sull'ente previdenziale quale attore in senso sostanziale nel giudizio pensionistico proposto dall'intimato avverso un'azione di recupero, è, infatti, assolutamente "propedeutica all'accertamento della legittimità dell'azione o della sussistenza del diritto alla irripetibilità delle somme" (così Corte Conti Sez. Giurisdiz. Piemonte 27.04.2006 n.102), così che la richiesta di restituzione del presunto indebito, sfornita di alcuna motivazione (e di alcuna prova) in ordine ai presupposti di fatto e di diritto su cui la stessa si fonda, è del tutto illegittima e palesemente priva di fondamento.
In conclusione, poiché il decorso dì un così gran lasso di tempo dalla liquidazione del trattamento definitivo, rende assolutamente discrezionale l'esercizio dell'azione di recupero (che costituisce, come si è detto, manifestazione di un potere di autotutela, che spetta solo ed esclusivamente alla P.A. nell'esercizio della propria posizione di "supremazia speciale") l'INPS avrebbe dovuto, in primo luogo, dare conto delle ragioni di interesse pubblico che (sole) legittimano il ricorso all'autotutela (non essendo certo sufficiente, a distanza di oltre 14 anni dall'attribuzione del trattamento definitivo, né addurre il mero richiamo alla "legalità violata", né, tanto meno, rifarsi ad un semplice conteggio delle cifre che sarebbero state erogate "in più" rispetto al dovuto) per, poi, debitamente specificare il "titolo" dell'indebita erogazione (e, cioè: quali siano state le partite in più attribuite e quali le ragioni dell'indebita attribuzione), le modalità (ovvero: l'istruttoria seguita, al fine di rendere conoscibili le ragioni di un così notevole ritardo nell'accertamento) ed i criteri di calcolo, adottati per "accertare" il presunto indebito: ciò, sia per rendere possibile (ed, eventualmente, limitare) il sindacato giurisdizionale, sia per consentire all'interessata di poter esercitare pienamente i propri diritti di partecipazione al procedimento ed il proprio diritto di difesa, sia, soprattutto, per fornire la prova della effettiva sussistenza dell'eventuale indebito.
In mancanza di tali indicazioni (che l'ente non potrebbe mai fornire in corso di giudizio, stante l'espresso divieto di integrazione postuma della motivazione), l'azione di recupero appare, ictu oculi, manifestamente priva dei necessari presupposti di legge.
Sotto un profilo parzialmente concorrente, deve rilevarsi come l'INPS abbia persino omesso di dare comunicazione alle interessate, dell'avvio del procedimento, volto al recupero del presunto indebito.
Sotto altro profilo, non si può non rilevare come, sia pure nella denegata ipotesi in cui gli importi eccedenti fossero stati effettivamente percepiti in modo indebito (il che sembrerebbe, tuttavia, da escludersi), l'erronea erogazione dei ratei pensionistici deriverebbe, in ogni caso, esclusivamente da un errore di calcolo commesso dall'INPS: come rilevato in punto di fatto, l'erogazione del trattamento pensionistico di reversibilità ha, infatti, sempre tenuto conto delle modificazioni nella composizione del nucleo familiare che avrebbero potuto influire sull'entità della pensione in godimento: il che (unitamente agli atti, in possesso dell'Ente), dimostra come tali modificazioni siano state, sempre e puntualmente, comunicate all'ente erogatore. E', inoltre, appena il caso di ricordare come la ricorrente, divenuta maggiorenne solo in data 18.09.2006, abbia beneficiato, quasi per l'intera durata del periodo di erogazione, solo di una quota parte del trattamento di reversibilità, liquidato d'ufficio dall'ente erogatore nei confronti dell'intero nucleo familiare e materialmente corrisposto al genitore superstite, esercente la patria potestà sui figli minori. Essendo divenuta diretta attributaria del trattamento disgiunto di reversibilità solo a partire dal mese di novembre 2007, è, pertanto, ovvio che la ricorrente non possa, in alcun modo, essere ritenuta responsabile dell'eventuale indebita erogazione e che, laddove fosse effettivamente accertata, questa dipenderebbe esclusivamente da un errore di calcolo, compiuto dall'ente erogatore.
E', tuttavia, evidente come, in base al fondamentale precetto, contenuto nell'art. 38 della Costituzione (ed al principio di solidarietà, ad esso sotteso), l'eventuale errore, commesso dall'Ente non possa ricadere, a distanza di moltissimi anni, sul percettore in buona fede: sotto tale profilo, la Corte Costituzionale, riprendendo un canone ermeneutico già affermato nella precedente pronuncia nr. 431 del 1993, ha ribadito (Sent. nr. 166 del 1996) che: ''nel settore previdenziale sembra essersi affermato un principio di settore per cui, diversamente dalla regola civilistica di incondizionata ripetibilità dell'indebito, trova applicazione la diversa regola, propria di tale sottosistema, che esclude la ripetizione in presenza di una situazione di fatti aventi come minimo comune denominatore la non addebitabilità al percipiente dell'erogazione non dovuta" (sul punto, da ultimo, cfr. pure Corte Cost.n. 1/06)
Tale principio, di derivazione, peraltro, comunitaria (cfr. Corte di Giustizia CE 03.05.1978 e. 112/77 in cui si afferma espressamente che" il principio di tutela dell'affidamento fa parte dell'ordinamento comunitario") è stato fatto proprio dalla giurisprudenza assolutamente consolidata di Codesta Corte dei Conti, (ex multis: Sezioni Riunite nn.7/QM/2007; 16/QM/2011; 7/QM/2011; 2/QM/2012; III Sez. Giurisdiz. Centr., n. 236 del 2006; Sez. Giurisdiz. Trentino - Alto Adige - Bolzano, n.48 del 2006; Sez. Giurisdiz. Molise n. 32/2012), che ha avuto modo di affermare come l'irripetibilità delle somme, percepite in buona fede da parte del pensionato, trovi giustificazione allorquando sia decorso un significativo lasso temporale, tale da giustificare l' "automatico consolidamento" della situazione di affidamento, riposto, da parte del beneficiario, in ordine alla legittimità del trattamento pensionistico liquidatogli.
Riassuntivamente, la giurisprudenza contabile ravvisa la sussistenza "... di un principio di affidamento del percettore in buona fede dell'indebito che matura e si consolida nel tempo, opponibile dall'interessato in sede amministrativa e giudiziaria. Tale principio va individuato attraverso una serie di elementi quali il decorso del tempo, valutato anche con riferimento agli stessi termini procedimentali e comunque al termine di tre anni, ricavabile da norme riguardanti altre fattispecie pensionistiche, la rilevabilità in concreto, secondo l'ordinaria diligenza, dell'errore riferito alla maggior somma erogata sul rateo di pensione, le ragioni, che hanno giustificato la modifica del trattamento provvisorio e il momento di conoscenza, da parte dell'amministrazione, di ogni altro elemento necessario alla liquidazione del trattamento definitivo" (così, da ultimo, Corte dei Conti - Sez. Riunite 02.07.2012 n.2/2012/QM).
In via meramente gradata e subordinata, va eccepito come, vigendo, nel nostro Ordinamento il principio, di rango costituzionale, in base al quale " la capacità di compiere tutti gli atti per cui non sia stabilita una età diversa" si acquista " al compimento del diciottesimo anno di età " (art. 2 cod. civ.), la ricorrente non potrebbe essere, in nessun caso, ritenuta responsabile dell'indebita percezione del trattamento pensionistico privilegiato di reversibilità spettantele, quale orfana superstite di un dipendente, deceduto per causa di servizio, quanto meno sino al raggiungimento della maggiore età (18.09.2006).
Anche sotto tale profilo, dunque, l'esercizio dell'azione restitutoria, effettuato con riferimento a somme in più che sarebbero state percepite (non si capisce in base a quale titolo) nel periodo in cui la ricorrente era ancora minorenne, è del tutto privo di fondamento alcuno. Tale circostanza, oltre che corroborare e confermare la totale infondatezza e pretestuosità, per altri versi rilevata, della pretesa avanzata dall'INPS, inficia in radice il calcolo della somma che risulterebbe, ipoteticamente, dovuta, laddove l'ente riuscisse a dimostrare l'indebito pensionistico.
Ai sensi del chiaro disposto di cui all'art. 17, co I e II, della l. 274/91
" hanno diritto al trattamento di reversibilità gli orfani minorenni del dipendente iscritto alle casse pensioni degli istituti di previdenza".
" Ai fini del trattamento previsto dal presente articolo sono equiparati ai minorenni gli orfani maggiorenni iscritti ad università o ad istituti superiori equiparati per tutta la durata del corso legale di studi e, comunque non oltre il ventiseiesimo anno di età ".
Poiché la ricorrente risulta debitamente iscritta ad un corso di laurea non ancora completato e non ha ancora compiuto il 26 anno di età, la sospensione del trattamento appare del tutto illecita ed immotivata.
In conclusione parte attrice chiede di accogliere in via cautelare, sussistendo i presupposti del fumus boni iuris e del periculum in mora, l'istanza cautelare e, per l'effetto, disporre la sospensione dell'efficacia del provvedimento di recupero impugnato, affinchè, in considerazione della natura del credito pensionistico, non venga disposta la sospensione del trattamento fino al compimento del ciclo di studi e/o al raggiungimento del 26 anno di età e non vengano attivate le procedure di recupero coattivo del credito;
Nel merito:
- annullare e/o riformare e/o revocare il provvedimento impugnato;
- accertare e dichiarare sussistente il diritto della ricorrente a percepire il trattamento pensionistico di reversibilità, in conformità al provvedimento di liquidazione ed alla vigente normativa;
- accertare e dichiarare l'insussistenza e/o l'infondatezza e/o l'illecità della pretesa restitutoria, fatta valere dall'INPS attraverso l'impugnato provvedimento;
- accertare e dichiarare l'insussistenza dei presupposti di legge per l'esercizio dell'azione di recupero da parte dell'INPS nonché accertare e dichiarare l'infondatezza e/o l'illiceità e/o l'illegittimità e/o l'inefficacia della medesima azione;
- condannare l'INPS alla restituzione di tutte le somme, indebitamente trattenute e/o recuperate nelle more della definizione del presente giudizio;
- condannare l'INPS al risarcimento di tutti i danni (ivi compresi quelli da ritardo, ex art. 2-bis 1.241/90) che alla ricorrente derivano dall'esecuzione del provvedimento impugnato e dall'indebito esercizio dell'azione di recupero;
in via subordinata
- accertare e dichiarare l'insussistenza del diritto dell'INPS ad ottenere la restituzione dei ratei pensionistici erogati fino al raggiungimento della maggiore età della ricorrente;
- condannare l'INPS alla refusione delle spese di giudizio tenendo conto del disposto di cui all'art. 96 c.p.c.;
Si costituisce in giudizio l'INPS, con memoria depositata il 5.6.2014, con il ministero dei difensori e procuratori, avv.ti Gambino e Barone per impugnare e contestare il ricorso proposto dalla sig.ra C.C. e per chiederne l'integrale rigetto.
Sui primi due motivi di ricorso, va detto che le doglianze della ricorrente si appalesano come del tutto fuorvianti e finanche pretestuose.
Contrariamente a quanto affermato nel ricorso nella nota di comunicazione di debito, oggi impugnata (nota INPS prot, n. 9522/U del 23.01.2014), viene specificato a chiare lettere che il debito di Euro 44.339.31 "... risulta dall'applicazione dell'art. 14 L. n. 274 del 1991....".
La norma citata (art. 14 della L. 08 agosto 1991, n. 274) recita: " A decorrere dal primo giorno del mese successivo a quello di entrata in vigore della presente legge, la domanda di trattamento privilegiato diretto, indiretto o di riversibilità deve essere presentata alle Casse pensioni degli istituti di previdenza, direttamente agli sportelli delle Casse medesime che ne rilasciano ricevuta, nel termine perentorio di cinque anni dalla cessazione del rapporto di impiego o dalla morte dell'iscritto o del pensionato. Nel caso di domanda presentata a mezzo lettera raccomandata, come data di presentazione si considera quella della spedizione. La stessa disposizione si applica anche alle domande di trattamento privilegiato che risultino presentate alla data sopraindicata e per le quali la seconda sezione del consiglio di amministrazione della Cassa depositi e prestiti e degli istituti di previdenza, sostituita ai sensi dell'articolo 29 dal consiglio di amministrazione degli istituti di previdenza, non abbia ancora deliberato.
Con la stessa decorrenza di cui al comma 1, al coniuge e agli organi minorenni del dipendente deceduto per fatti di servizio, ovvero del titolare di trattamento privilegiato di prima categoria, con o senza assegno di superinvalidità, è attribuito, per la durata di tre anni dal decesso del dante causa, un trattamento speciale di importo pari a quello della pensione di prima categoria, oltre agli aumenti di integrazione di cui all'articolo 13 della L. 26 gennaio 1980, n. 9, relativi ai figli minorenni, qualunque sia la causa del decesso.
Il trattamento speciale previsto dal comma 2 spetta anche agli orfani maggiorenni, purché sussistano le condizioni stabilite dall'articolo 40 della L. 11 aprile 1955, n. 379, e successive modificazioni.
Se la domanda è presentata dopo due anni dalla data di morte del dante causa, il trattamento speciale decorre dal primo giorno del mese successivo a quello della presentazione ed è corrisposto non oltre il restante periodo di tre anni a decorrere dal giorno successivo alla data di morte del dante causa.
Scaduto il termine di tre anni, di cui ai commi 2 a 3, decorre la pensione privilegiata di riversibilità.
La vedova e gli orfani dell'invalido di prima categoria, con o senza assegno di superinvalidità, deceduto per cause diverse da quelle che hanno determinato l'invalidità, sono parificati, a tutti gli effetti, al coniuge superstite e agli orfani di caduto per sevizio.
In favore del coniuge superstite e degli orfani minorenni del titolare di pensione privilegiata diretta di prima categoria, con o senza assegno di superinvalidità, il trattamento speciale e la pensione privilegiata di riversibilità sono liquidati d'ufficio, senza l'adozione di formale provvedimento, dalla Direzione provinciale del tesoro che ha in carico la partita di pensione diretta.
Il trattamento speciale e la pensione privilegiata, di cui al comma 6, sono liquidati, a domanda, a favore degli orfani maggiorenni dalla competente Direzione provinciale del tesoro con l'adozione di formale provvedimento.
Ai titolari di pensioni privilegiate di prima categoria a carico delle Casse pensioni degli istituti di previdenza, sono estesi gli assegni accessori al trattamento stesso, con le modalità, misure e decorrenze previste dalla L. 29 gennaio 1987, n. 13.
Ai mutilati ed invalidi paraplegici per causa di servizio, titolari di pensioni privilegiate a carico delle Casse pensioni degli istituti di previdenza, sono estese le provvidenze previste dalla L. 11 febbraio 1980, n. 19.
Dunque, il debito a carico della ricorrente scaturisce dall'esatta applicazione della normativa in materia di trattamento di reversibilità indiretto riconosciuto agli eredi del personale, iscritto alla CPDEL, deceduto in attività di servizio.
In un primo tempo, la prestazione pensionistica era stata erogata al 100% direttamente alla vedova C.C., che aveva tre figli minori a carico (C.C., V. C. e V. C.).
Successivamente, con la laurea conseguita da C.C., l'INPDAP di Campobasso ha concesso il trattamento di reversibilità indiretto a C.C. nella misura dell'80% (con minore a carico V. C.) e nella misura del 20% direttamente a V. C., maggiorenne ma non ancora in possesso del diploma di laurea.
Con il raggiungimento della maggiore età da parte di V. C., a decorrere dal 01.11.2007 , la pensione di reversibilità indiretta è stata concessa nella misura del 60% alla vedova e nella misura del 20% a V. C..
A decorrere dall' 01.01.2014 è stata sospesa l'erogazione della pensione di reversibilità indiretta inizialmente concessa a V. C..
Il debito a carico della ricorrente è derivato, a seguito di approfonditi accertamenti, dall'aver erogato in favore della vedova una quota di pensione superiore a quella realmente dovuta.
Infatti, V. C., nato il (...), ha terminato gli studi entro il 31.10.2002 e quindi ha perso il diritto ai conseguimento del trattamento di reversibilità indiretto a decorrere dal 01.11.2002.
In conseguenza di ciò, sin da questa data (01.11,2002) doveva essere sospeso il trattamento pensionistico concesso a V. C.. Tuttavia, la ricorrente ha comunicato l'evento del conseguimento della laurea da parte del figlio V. C. solo nel 2010, allorquando fu elaborato il lotto di variazione della pensione, purtroppo applicato solo da febbraio 2014.
In sostanza, il recupero sulla pensione della ricorrente è dovuto alla rideterminazione del trattamento di quiescenza in ragione del venir meno delle condizioni per il riconoscimento del beneficio in favore di V. C..
Si è dovuto recuperare, ora per allora, quanto indebitamente erogato a favore del superstite per effetto dell'applicazione di una aliquota superiore a quella concretamente da individuare.
Sul terzo motivo di ricorso, avente ad oggetto il principio di buona fede ed affidamento, è ormai pacifico in giurisprudenza (cfr. Corte dei Conti, sezione prima giurisdizionale appello, 28.02.2014 n. 333/A) che le disposizioni normative impongono all'Amministrazione di aggiungere, ai già necessari accertamenti in punto di sussistenza delle condizioni per il conferimento del trattamento di riversibilità in capo ai superstiti del dante causa (finalizzati all'individuazione del dato contabile di partenza), un'articolata attività di accertamento e di verifica delle relative partite di pensione tanto puntuale quanto generalizzata per pervenire al dato finale consistente nel trattamento di riversibilità effettivamente spettante e da erogare concretamente, ma anche specifici obblighi di comunicazione in capo al pensionato, il cui assolvimento non può essere meramente eventuale, ma al contrario, deve essere puntuale, in un'ottica di doverosa collaborazione in un settore sensibile come quello pensionistico e, comunque, ai sensi del codice civile (artt. 1175 e 1176 cod. civ,). La corrispondente disposizione in materia di pagamenti dei trattamenti pensionistici, contenuta nell'art. 197, comma 7, del D.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1092, come modificata dall'art. 34 L. n. 177 del 1976, fa obbligo al titolare di pensione o di assegno rinnovabile di comunicare il verificarsi di qualsiasi evento che comporti la cessazione del pagamento ovvero la variazione della misura della pensione o dell'assegno; nessuna buona fede può essere riconosciuta al comportamento omissivo di chi abbia contravvenuto agli obblighi giuridici di comunicazione impostigli dalle norme citate e avente ad oggetto fatti perfettamente conosciuti ed inequivocabili, qual è da considerare la presenza del cumulo dei redditi propri con la pensione di reversibilità, di cui doveva essere fatta tempestiva comunicazione all'Ente previdenziale.
All'esito delle predette verifiche, come già rilevato nella sentenza delle SS.RR. della Corte dei Conti n. 4/2008/QM, nel diverso caso della applicazione della Tabella F, l'accertamento dei limiti legali da applicare ai fini della quantificazione del trattamento di riversibilità non comporta tuttavia l'adozione di un provvedimento formale (inteso nell'accezione di cui all'art. 206 del D.P.R. n. 1092 del 1973) che modifichi il provvedimento definitivo sul trattamento di quiescenza come previsto dagli artt. 203 e seguenti del D.P.R. n. 1092 del 1973, ma comporta esclusivamente l'adeguamento del trattamento economico concretamente erogato ad un valore percentuale - imposto per legge - che di per sé non alteri i termini essenziali di riferimento del rapporto obbligatorio fissati ai sensi del citato art. 88 del D.P.E. n. 1092 del 1973 e che a sua volta non preclude successivi e parimenti non formalizzati mutamenti (in peius ovvero in melius) qualora nelle consecutive annualità si verifichino e siano accertate modifiche nella composizione del nucleo familiare.
La corresponsione di eventuali indebiti nelle more delle predette verifiche e in pendenza dei necessari accertamenti non ricade dunque nella previsione di irripetibilità di cui all'art. 206 del D.P.R. n. 1092 del 1973 (in questo senso, anche Sezione Terza centrale, n. 168/2012).
La piena ripetibilità delle somme, ex articolo 2033 del codice civile, relativamente al quale è del tutto irrilevante lo stato soggettivo della pensionata, scaturisce dalle norme in materia, non vi è chi non veda come il dato materiale consistente nel compimento del corso di laurea da parte del figlio V. C., abbia rappresentato in capo alla ricorrente oggetto di un obbligo di comunicazione legale, che per definizione non ammette ignoranza, la cui omissione ha, di fatto, comportato la conservazione del rispettivo trattamento indiretto senza l'applicazione dei previsti limiti di aliquota. In particolare, integrando un "dolo omissivo" la circostanza in cui il pensionato nascondeva alla conoscenza dell'Ente previdenziale fatti e circostanze decisive, poiché laddove noti avrebbero indotto a una diversa condotta (Cass. civ., sezione lavoro, 29 aprile 1997, n. 3728).
Nella specie, l'obbligo di comunicazione è stato assolto soltanto nell'anno 2010, mentre l'evento a cui era ricollegabile la riduzione dell'importo di pensione si era verificato già nell'ottobre 2002.
Riguardo all'ultimo motivo, mette conto osservare come parte ricorrente, al di là della mera dichiarazione, non abbia minimamente provato a mezzo di idonea documentazione l'iscrizione "a Università o ad altri istituti superiori equiparati".
Per tutti questi motivi, l'INPS (Gestione Dipendenti Pubblici), chiede di respingere il proposto ricorso, siccome infondato in fatto ed in diritto, con ogni consequenziale pronuncia di legge; in via subordinata, in caso di accoglimento della domanda di restituzione, dichiarare il divieto di cumulo tra accessori di legge di cui all'art. 16 comma 6, della L. 30 dicembre 1991, n. 412.
Con memoria defensionale depositata il 10.6.2014, l'Avv.to Vigorita in risposta alle eccezioni, sollevate dall'lNPS con due separati atti di costituzione in giudizio di identico contenuto, rileva quanto segue:
a) quanto al difetto di motivazione dei provvedimenti impugnati è del tutto evidente come il richiamo all'art. 14 della L. n. 274 del 1991, contenuto nei provvedimenti impugnati, sia talmente generico da rendere evanescente (e, comunque, imperscrutabile) la motivazione posta a base della richiesta di restituzione del presunto indebito.
Pertanto, anche in considerazione del fatto che l'Ente ha assunto i provvedimenti senza aver preventivamente verificato, in contraddittorio con le parti interessate, la reale sussistenza e la quantificazione dell'indebito (omessa comunicazione di avvio del procedimento), appare evidente come le ricorrenti siano state poste a conoscenza delle concrete motivazioni degli atti impugnati solo ed esclusivamente attraverso la lettura della comparsa di costituzione dell'INPS (depositata pochi giorni prima della data dell'udienza di discussione).
In via subordinata, al mancato accoglimento del ricorso, si chiede, pertanto, che piaccia all'Ecc.mo Giudice adito fissare una nuova udienza, al fine di consentire alle ricorrenti la formulazione di motivi aggiunti di ricorso, resi indispensabili dall'avvenuta conoscenza delle concrete motivazioni dei provvedimenti impugnati.
b) Quanto al "titolo" del presunto indebito va evidenziato come l'INPS ritenga che esso sia dovuto a due motivi, consistenti: I) nella mancata comunicazione, da parte di uno degli ave