#4040 Corte dei conti reg., appello Regione Siciliana, 7 ottobre 2015, n. 210

Collaboratore ed esperto linguistico – Regime di diritto privato – Incompatibilità

Data Documento: 2015-10-07
Autori:
Autorità Emanante:
Area: Giurisprudenza
Massima

Il dipendente di una pubblica amministrazione non può svolgere altre attività lavorative (sia subordinate che autonome, sia presso soggetti privati che presso altre amministrazioni pubbliche, sia in regime di pubblico impiego che in regime di diritto privato), salvo che la legge preveda che possa essere rilasciata una specifica autorizzazione in proposito e che l’autorizzazione, formalmente richiesta dal soggetto interessato all’amministrazione d’appartenenza, sia stata realmente concessa. Nel caso in cui tali prescrizioni vengano disattese, il compenso dovuto per le prestazioni svolte dal dipendente infedele dev’essere versato, a cura del soggetto erogante o, in difetto, del percettore, nel conto dell’entrata del bilancio dell’amministrazione d’appartenenza del medesimo dipendente.L’aver reso alla Regione – di cui era il funzionario era alle dipendenze – falsa dichiarazione in merito al rispetto delle previsioni sub artt. 60 e 65 del d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3 e art. 53 d.lgs. 30 marzo 2001, n.165, l’aver continuato a tacere per oltre sette anni alla medesima amministrazione il fatto che egli prestava attività lavorativa anche presso l’Università di Palermo (non importa se in regime di diritto privato anziché d’impiego pubblico), il non aver, quindi, rispettato il regime giuridico di “esclusività” che lo legava alla Regione, comunicato all’ateneo la propria posizione di funzionario definitivamente assunto nei ruoli della Regione Siciliana, il non aver richiesto alcuna autorizzazione alla Regione per poter continuare ad espletare eventualmente l’attività presso l’Università, si configurano inequivocabilmente come comportamenti dolosi, tenuti in violazione inescusabile della normativa in tema di incompatibilità e cumulo di incarichi.

Contenuto sentenza
GIUDIZIO DI CONTO
C. Conti Sicilia Sez. App., Sent., 07-10-2015, n. 210
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
La Corte dei Conti
Sezione Giurisdizionale d'Appello per la Regione Siciliana
composta dai magistrati:
dott. AGOSTINO BASTA - Presidente
dott. PINO ZINGALE - Consigliere
dott. VINCENZO LO PRESTI - Consigliere
dott. VALTER DEL ROSARIO - Consigliere- relatore
dott. GUIDO PETRIGNI - Consigliere
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio d'appello in materia di responsabilità amministrativa iscritto al n. 5277 del registro di segreteria, promosso da:
T.P. (c.f. (...)), nato a T. (M.) il (...), residente a Palermo, difeso dall'avv. Cristiano Bevilacqua (con domicilio eletto presso il suo studio legale, in via G. Campolo, n.72, Palermo),
avverso la Procura Generale della Corte dei Conti, che, a sua volta, ha proposto appello incidentale,
per ottenere la riforma della sentenza n.927/2014, emessa dalla Sezione Giurisdizionale della Corte dei Conti per la Regione Siciliana in data 24.7.2014;
visti tutti gli atti e documenti di causa;
uditi nella pubblica udienza dell'11 giugno 2015 il consigliere relatore dott. Valter Del Rosario, l'avv. Cristiano Bevilacqua per il sig. T. ed il Pubblico Ministero dott. Gianluca Albo.
Svolgimento del processo
Con la sentenza n.927/2014 la Sezione di primo grado, accogliendo sostanzialmente la domanda giudiziale che era stata proposta dalla Procura regionale della Corte dei Conti, ha condannato T.P. (funzionario tecnico presso l'assessorato ai Beni Culturali della Regione Siciliana e, sino al 27.6.2013, in servizio anche presso l'Università degli Studi di Palermo, con la qualifica di "collaboratore ed esperto linguistico" incaricato a tempo indeterminato) a pagare alla Regione Siciliana la somma di Euro 160.940,22 (comprensiva di rivalutazione monetaria), da maggiorarsi degli interessi legali (con decorrenza dalla data di pubblicazione della sentenza e sino al soddisfo), a titolo di risarcimento del danno scaturito dalla dolosa violazione, da parte sua, della normativa (artt. 60 e ss. del D.P.R. n. 3 del 1957 ed art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001) vigente in materia di divieto per uno stesso soggetto di cumulare, senza espressa autorizzazione, impieghi alle dipendenze di differenti Amministrazioni Pubbliche.
A tal proposito, il Giudice di primo grado ha riferito che la Procura regionale della Corte dei Conti aveva evidenziato nell'atto di citazione quanto segue.
Il dott. T., dopo aver stipulato con l'Università degli Studi di Palermo (Facoltà di Lettere e Filosofia), nel periodo dal 1988 al 1993, cinque contratti annuali di diritto privato in qualità di "lettore di madre lingua francese", era divenuto dipendente a tempo indeterminato del medesimo Ateneo (e ciò per effetto della sentenza n.2401/1996, emessa dal Pretore del Lavoro di Palermo).
Il T. era, pertanto, venuto a fruire di un trattamento retributivo equiparato a quello del "ricercatore universitario confermato, a tempo definito".
Nel giugno 2005 il T. chiese all'Università di Palermo d'essere collocato in posizione di "aspettativa non retribuita" dall'1.7 al 31.12.2005, al fine d'effettuare il "periodo di prova" presso la Regione Siciliana- Assessorato ai Beni Culturali- Soprintendenza del Mare, essendo risultato vincitore del concorso pubblico per funzionari tecnici nel ruolo dei "Beni Culturali".
Avendo superato il periodo di prova, il T. fu definitivamente confermato in ruolo presso la Regione Siciliana.
Dagli atti si desume che, in occasione della sua assunzione in servizio presso la Regione, il T. dichiarava testualmente di "non trovarsi in nessuna delle condizioni previste dagli artt. 60 e 65 del D.P.R. n. 3 del 1957 e dall'art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001, relativi alle incompatibilità ed al cumulo di impieghi" (v. la nota acquisita al protocollo n.1033 in data 5.7.2005 dell'Unità Organica "Affari Generali del Personale, Ragioneria e Contabilità" della Soprintendenza del Mare presso l'assessorato ai Beni Culturali ed Ambientali).
Il T. riprese servizio anche presso l'Università degli Studi di Palermo, senza comunicare la propria avvenuta assunzione definitiva presso la Regione Siciliana.
In tal modo, le prestazioni di attività lavorative del T. sia presso la Regione che presso l'Università si protrassero per oltre sette anni.
Venuta a conoscenza casualmente (attraverso un articolo di stampa) che il T. prestava servizio anche presso la Regione Siciliana, l'Università di Palermo chiese dettagliate informazioni alla Regione, la quale comunicò all'Ateneo che tale soggetto rivestiva la qualifica di funzionario tecnico (categoria D, di cui alla tabella A allegata al decreto del Pres. Reg. Sic. n. 9/2001) presso la Soprintendenza del Mare, a tempo pieno ed indeterminato sin dall'1.7.2005, e che aveva formalmente dichiarato di "non trovarsi in nessuna delle condizioni previste dagli artt. 60 e 65 del D.P.R. n. 3 del 1957 e dall'art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001, relativi alle incompatibilità ed al cumulo di impieghi".
A questo punto, l'Università di Palermo, eseguita la pertinente istruttoria, con determinazione n.1794, emessa in data 17.6.2013 dal dirigente dell'Area "Risorse Umane", irrogò al T. (in servizio con la qualifica di "collaboratore ed esperto linguistico" presso la Facoltà di Lettere e Filosofia) la sanzione disciplinare del licenziamento senza preavviso, ai sensi dell'art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001, dell'art. 1, comma 61, della L. n. 662 del 1996 e dell'art. 46, comma 6, lett. C, del C.C.N.L. di categoria.
L'Università comunicò, altresì, alla Procura della Corte dei Conti (che, nel frattempo, aveva aperto un fascicolo istruttorio su tale vicenda) che al T., nel periodo dall'1.1.2006 al 27.6.2013 (data da cui aveva avuto decorrenza il provvedimento di licenziamento), erano stati corrisposti emolumenti retributivi ammontanti, al lordo, ad Euro 241.862,68 (v. la nota n.68720 dell'8.10.2013).
Ciò riferito, la Procura della Corte dei Conti, nell'emettere l'atto di citazione in giudizio di responsabilità amministrativa a carico del T., sosteneva che:
egli aveva violato gli artt. 60 e ss. del D.P.R. n. 3 del 1957, espressamente richiamati dall'art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001, ossia non aveva adempiuto al "dovere di esclusività" nell'ambito del rapporto d'impiego intercorrente con la Regione Siciliana;
incombeva, pertanto, sul T. l'obbligo di versare, in ottemperanza a quanto disposto dall'art. 53, comma 7, del D.Lgs. n. 165 del 2001, in conto entrate del bilancio della Regione Siciliana i compensi a lui dovuti per le prestazioni lavorative rese alle dipendenze dell'Università di Palermo, non assumendo alcuna significativa rilevanza la natura privatistica anziché pubblicistica del rapporto d'impiego intercorso con l'Ateneo.
Il P.M. sottolineava, altresì, che il T. aveva tenuto comportamenti dolosi, finalizzati anche ad occultare il danno erariale, considerato che egli aveva volontariamente taciuto sia alla Regione sia all'Universitàla circostanza che prestava contestualmente attività lavorativa presso entrambi gli Enti.
La Procura chiedeva conclusivamente la condanna del T. al pagamento in favore della Regione Siciliana della somma di Euro 241.862,68 (corrispondente al coacervo degli emolumenti retributivi lordi, che erano stati liquidati al medesimo per le prestazioni lavorative rese nel periodo dall'1.1.2006 al 27.6.2013 alle dipendenze dell'Università degli Studi di Palermo).
La Sezione di primo grado ha rilevato che, nella fattispecie in esame, si era effettivamente in presenza di un cumulo di impieghi alle dipendenze di due differenti Amministrazioni, in violazione della normativa vigente.
A tal proposito, il Giudice di primo grado ha rammentato che:
gli artt. 60 e ss. del D.P.R. n. 3 del 1957 disciplinano, per i dipendenti delle Amministrazioni Pubbliche, i casi d'incompatibilità, con conseguente divieto di assumere impieghi presso soggetti privati (art. 60), ed i casi d'incumulabilità di impieghi presso più P.A. (art. 65);
tali norme sono state espressamente richiamate dall'art. 53, comma 1, del D.Lgs. n. 165 del 2001;
inoltre, per quanto riguarda più specificamente i dipendenti della Regione Siciliana, l'art. 1, comma 2, della L.R. n. 10 del 2000 ha fatto rinvio dinamico al D.Lgs. n. 29 del 1993, poi sostituito dal D.Lgs. n. 165 del 2001 (le cui norme sono, quindi, indubbiamente applicabili anche nell'ambito della Regione);
a sua volta, l'art. 23 della L.R. n. 10 del 2000 ha richiamato l'art. 58 del D.Lgs. n. 29 del 1993, che faceva salva l'applicabilità delle disposizioni di cui agli artt. 60 e ss. del D.P.R. n. 3 del 1957;
infine, l'art. 1, comma 60, della L. n. 662 del 1996 ha ribadito che al dipendente pubblico è vietato svolgere qualsiasi altra attività lavorativa, sia di natura subordinata che autonoma, salvo che la legge od altra fonte normativa ne consenta l'autorizzazione da parte dell'Amministrazione d'appartenenza e che l'autorizzazione sia stata effettivamente concessa al soggetto interessato.
Ciò precisato dal punto di vista normativo, il Giudice di primo grado ha evidenziato che il T., nella sua qualità di funzionario tecnico in servizio a tempo indeterminato presso la Regione Siciliana, aveva dolosamente violato l'art. 65 del D.P.R. n. 3 del 1957, espressamente richiamato dall'art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001, ai quali, a sua volta, fa rinvio dinamico la normativa regionale (L.R. n. 10 del 2000), nonché l'art. 1, comma 60, della L. n. 662 del 1996.
Infatti, egli:
in sede d'assunzione in qualità di funzionario tecnico presso la Regione Siciliana, aveva falsamente dichiarato alla medesima di "non trovarsi in nessuna delle condizioni previste dagli artt. 60 e 65 del D.P.R. n. 3 del 1957 e dall'art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001, relativi alle incompatibilità ed al cumulo di impieghi", pur continuando, in realtà, a prestare attività lavorativa retribuita presso l'Università degli Studi di Palermo come "collaboratore ed esperto linguistico";
non aveva mai chiesto alla Regione alcuna autorizzazione per poter eventualmente proseguire l'attività alle dipendenze dell'Università né tanto meno aveva fatto versare dall'Università o versato egli stesso direttamente alla Regione gli emolumenti retributivi a lui dovuti per le prestazioni lavorative rese presso l'Università, così come chiaramente imposto dall'art. 53, comma 7, del D.Lgs. n. 165 del 2001.
Ad ulteriore conferma dei comportamenti dolosi del T., la Sezione di primo grado ha sottolineato che il medesimo, pur avendo inizialmente chiesto all'Università d'essere collocato in posizione di aspettativa non retribuita, al fine di poter effettuare il periodo di prova presso la Regione Siciliana, era poi rientrato in servizio presso l'Ateneo, senza comunicare che aveva superato il periodo di prova ed era stato, pertanto, definitivamente assunto a tempo indeterminato, in qualità di funzionario tecnico, presso la Soprintendenza del Mare dell'assessorato regionale ai Beni Culturali.
Considerato che i comportamenti dolosi tenuti dal T. erano stati indubbiamente finalizzati anche ad occultare la fattispecie illecita e dannosa, il Giudice di primo grado ha respinto l'eccezione di prescrizione dell'azione di responsabilità amministrativa, sollevata dal medesimo con riferimento alle quote di danno erariale concretizzatesi relativamente alle annualità 2006, 2007 e 2008.
Per quanto riguarda la quantificazione dell'onere risarcitorio da porsi a carico del T., la Sezione di primo grado ha ritenuto di potervi procedere in via equitativa, ai sensi dell'art. 1226 del c.c., tenendo conto dell'ammontare degli emolumenti retributivi netti (e non lordi, come richiesto dal P.M.) che al medesimo erano stati corrisposti dall'Università di Palermo durante il periodo dall'1.1.2006 al 27.6.2013.
Conclusivamente, il Giudice di primo grado ha condannato T.P. a pagare alla Regione Siciliana la somma di Euro 160.940,22 (da ritenersi comprensiva di rivalutazione monetaria), da maggiorarsi degli interessi legali (con decorrenza dalla data di pubblicazione della sentenza e sino al soddisfo).
Avverso la sentenza n.927/2014 hanno proposto appello sia il T. che la Procura Generale presso questa Corte.
In particolare, il T. (riproponendo tesi già prospettate nel corso del giudizio di primo grado e ritenute infondate dalla sentenza n.927/2014) ha sostenuto quanto segue.
In primo luogo, il medesimo ha ribadito che il rapporto di lavoro da lui intrattenuto con l'Università degli Studi di Palermo, in qualità di "collaboratore ed esperto linguistico" (ex lettore di madre lingua straniera), era di tipo privatistico e, quindi, non comportava il suo assoggettamento alle disposizioni disciplinanti lo status di dipendente pubblico.
In base ai contratti collettivi in materia, il "collaboratore ed esperto linguistico" può, infatti, svolgere (previa rituale comunicazione all'Ateneo) altre attività, purchè compatibili e non pregiudizievoli per il regolare espletamento delle mansioni nell'ambito universitario.
Ad avviso del T., pertanto, le norme invocate dal Giudice di primo grado (artt. 60 e 65 del D.P.R. n. 3 del 1957 e art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001, relativi alle incompatibilità ed al divieto di cumulo di impieghi) non sarebbero applicabili per la risoluzione delle questioni oggetto del presente giudizio di responsabilità amministrativa.
Proseguendo sostanzialmente nella medesima linea argomentativa, il T. ha affermato che egli non avrebbe agito dolosamente, avendo ritenuto che il rapporto lavorativo intrattenuto con l'Università di Palermo, in qualità di "collaboratore ed esperto linguistico", non precludesse l'espletamento da parte sua di altre attività (ivi comprese quelle afferenti il sopravvenuto rapporto di pubblico impiego con la Regione Siciliana).
Non avendo egli agito dolosamente, non potrebbe, quindi, neppure ipotizzarsi un doloso occultamento della fattispecie illecita e dannosa contestatagli dalla Procura e dalla Sezione di primo grado, ragion per cui, ove fosse tuttora ravvisabile danno erariale, dovrebbe essere dichiarata la maturata prescrizione quinquennale delle quote riferite agli anni 2006, 2007 e 2008, considerato che il primo atto interruttivo della prescrizione gli era stato notificato dal P.M. contabile in data 22.11.2013.
Il T. ha conclusivamente chiesto d'essere assolto da ogni addebito ed, in subordine, che l'onere risarcitorio posto a suo carico venga congruamente ridotto.
La Procura Generale presso questa Corte ha, preliminarmente, eccepito che l'appello proposto dal T. dovrebbe essere dichiarato inammissibile, ai sensi dell'art. 3, comma 1, della L. n. 161 del 1953, in quanto recherebbe soltanto la sottoscrizione del difensore dell'appellante e non anche quella di quest'ultimo.
Nel merito, il P.M. ha confutato analiticamente i motivi del gravame inoltrato dal T. e ne ha chiesto il rigetto, ritenendo pienamente condivisibili le argomentazioni esposte dal Giudice di primo grado.
La Procura Generale ha, a sua volta, proposto appello incidentale avverso la sentenza n.927/2014, chiedendone la riforma limitatamente alla parte riguardante la quantificazione dell'onere risarcitorio posto a carico del T..
Secondo il P.M., la Sezione di primo grado avrebbe proceduto, peraltro senz'alcuna specifica e congrua motivazione, ad individuare in via equitativa tale onere risarcitorio, in carenza dei presupposti previsti dall'art. 1226 del c.c..
Nella fattispecie in esame, infatti, l'ammontare del danno risarcibile era già stato quantificato con precisione nell'atto di citazione in Euro 241.862,68, ossia in misura corrispondente agli emolumenti retributivi lordi, spettanti al T. per l'attività lavorativa prestata alle dipendenze dell'Università di Palermo dall'1.1.2006 al 27.6.2013, emolumenti che, in base alle tassative disposizioni contenute nell'art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001 (disciplinanti le conseguenze della mancata osservanza, da parte dei dipendenti pubblici, del divieto di svolgere attività retribuite al di fuori dell'Amministrazione d'appartenenza e senza autorizzazione della medesima), andavano versati alla Regione Siciliana, alla quale il T. era ed è tuttora legato da rapporto d'impiego a tempo pieno ed indeterminato, in qualità di funzionario tecnico in servizio presso l'assessorato ai Beni Culturali- Soprintendenza del Mare.
La Procura Generale ha, pertanto, insistito affinchè il T. sia condannato a pagare alla Regione Siciliana la somma di Euro 241.862,68 (da maggiorarsi degli accessori) nonché alla rifusione, in favore dello Stato, delle spese processuali inerenti il giudizio d'appello.
Il T. non ha depositato alcuna memoria di replica all'appello incidentale proposto dalla Procura Generale.
All'odierna udienza, le parti hanno illustrato le rispettive tesi, ribadendo le conclusioni già formulate per iscritto.
Motivi della decisione
Preliminarmente, deve rilevarsi l'infondatezza dell'eccezione d'inammissibilità dell'appello del T., che è stata sollevata dalla Procura Generale sul presupposto che il medesimo non avrebbe apposto la propria sottoscrizione sul gravame, con conseguente violazione dell'art. 3, comma 1, della L. n. 153 del 1961.
Risulta, infatti, che il T. ha apposto la propria sottoscrizione sul mandato speciale da lui conferito all'avv. Cristiano Bevilacqua in sede di proposizione del gravame avverso la sentenza n.927/2014, mandato che risulta essere stato materialmente inserito nell'originale dell'atto d'appello ritualmente notificato alla Procura.
Ciò assodato, il Collegio Giudicante rileva che l'appello proposto dal T. risulta giuridicamente infondato.
Preliminarmente, va rammentato che:
l'art. 60 del D.P.R. n. 3 del 1957 dispone che: "L'impiegato pubblico non può esercitare il commercio, l'industria né alcuna professione od assumere impieghi alle dipendenze di privati...";
l'art. 65 del medesimo D.P.R. stabilisce che: "Gli impieghi pubblici non sono cumulabili, salve le eccezioni stabilite da leggi speciali".
A sua volta, il D.Lgs. n. 165 del 2001 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle Amministrazioni Pubbliche):
all'art. 53, comma 1, sancisce che: "Resta ferma per tutti i dipendenti pubblici la disciplina delle incompatibilità, dettata dagli artt. 60 e ss. del D.P.R. n.3/1957...";
all'art. 53, comma 7, dispone che: "I dipendenti pubblici non possono svolgere incarichi retribuiti, che non siano stati conferiti o previamente autorizzati dall'Amministrazione d'appartenenza.... In caso d'inosservanza del divieto, salve le più gravi sanzioni e ferma restando la responsabilità disciplinare, il compenso dovuto per le prestazioni eventualmente svolte dev'essere versato, a cura del soggetto erogante o, in difetto, del percettore, nel conto dell'entrata del bilancio dell'Amministrazione d'appartenenza del dipendente, per essere destinato ad incremento del Fondo di Produttività o di fondi equivalenti";
all'art. 7-bis prevede (a sostanziale conferma del consolidato orientamento giurisprudenziale in materia) che: "L'omissione del versamento del compenso da parte del dipendente pubblico, indebito percettore, costituisce ipotesi di responsabilità erariale, soggetta alla giurisdizione della Corte dei Conti";
all'art. 8 stabilisce che: "Le Pubbliche Amministrazioni non possono conferire incarichi retribuiti a dipendenti di altre Amministrazioni, senza la previa autorizzazione dell'Amministrazione d'appartenenza dei dipendenti stessi... In tal caso, l'importo previsto come corrispettivo dell'incarico, ove gravi su fondi in disponibilità dell'Amministrazione conferente, è trasferito all'Amministrazione d'appartenenza del dipendente, ad incremento del Fondo di Produttività o di fondi equivalenti".
Le disposizioni di cui agli artt. 60 e 65 del D.P.R. n. 3 del 1957 e quelle di cui all'art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001 (che ha sostituito il D.Lgs. n. 29 del 1993) sono indubbiamente applicabili anche al personale della Regione Siciliana, per effetto del rinvio dinamico alla normativa vigente per i dipendenti statali, che è stato operato dalla L.R. n. 10 del 2000 (v. gli artt. 1 e 23).
Infine, deve tenersi ben presente l'art. 1, comma 60, della L. n. 662 del 1996, secondo cui: "Al personale pubblico è fatto divieto di svolgere qualsiasi altra attività di lavoro subordinato od autonomo, tranne che la legge od altra fonte normativa ne prevedano l'autorizzazione rilasciata dall'Amministrazione d'appartenenza e l'autorizzazione sia stata concessa".
Orbene, dal quadro normativo sopra illustrato emergono con solare chiarezza i principii generali e fondamentali, secondo i quali:
il dipendente di una P.A. non può svolgere altre attività lavorative (sia subordinate che autonome, sia presso soggetti privati che presso altre Amministrazioni Pubbliche, sia in regime di pubblico impiego che in regime di diritto privato), salvo che la legge preveda che possa essere rilasciata una specifica autorizzazione in proposito e che l'autorizzazione, formalmente richiesta dal soggetto interessato all'Amministrazione d'appartenenza, sia stata realmente concessa;
nel caso in cui tali prescrizioni vengano disattese, il compenso dovuto per le prestazioni svolte dal dipendente infedele dev'essere versato, a cura del soggetto erogante o, in difetto, del percettore, nel conto dell'entrata del bilancio dell'Amministrazione d'appartenenza del medesimo dipendente.
Ciò premesso, il Collegio Giudicante rileva che (come esattamente evidenziato dal Giudice di primo grado) la fattispecie di responsabilità amministrativa oggetto del presente giudizio trae origine dal comportamento illecito del T., il quale ha violato: gli artt. 60 e 65 del D.P.R. n. 3 del 1957, l'art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001 nonché l'art. 1, comma 60, della L. n. 662 del 1996.
Infatti, il T.:
in qualità di funzionario tecnico in servizio a tempo indeterminato presso la Regione Siciliana, da un lato, ha falsamente dichiarato alla medesima di "non trovarsi in nessuna delle condizioni previste dagli artt. 60 e 65 del D.P.R. n. 3 del 1957 e dall'art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001, relativi alle incompatibilità ed al cumulo di impieghi", da un altro lato, ha continuato a prestare attività lavorativa (all'insaputa della Regione) presso l'Università degli Studi di Palermo, come "collaboratore ed esperto linguistico";
non ha mai chiesto alla Regione alcuna autorizzazione per poter proseguire l'espletamento dell'attività alle dipendenze dell'Università (alla quale non ha neppure comunicato che, avendo superato il periodo di prova presso la Regione, era stato definitivamente assunto come funzionario tecnico presso l'assessorato ai Beni Culturali- Soprintendenza del Mare);
ha, quindi, prestato attività lavorativa sia presso la Regione che presso l'Università di Palermo (le quali erano reciprocamente ignare del rapporto che il T. intratteneva con l'altro Ente) per oltre sette anni, rendendosi inadempiente al "dovere di esclusività", su di lui incombente nell'ambito del rapporto d'impiego intercorrente con la Regione Siciliana;
operando in tal modo, ha impedito che l'Università versasse e neppure ha egli stesso versato direttamente alla Regione gli emolumenti retributivi a lui dovuti per le prestazioni lavorative rese alle dipendenze dell'Università, così come, invece, chiaramente e tassativamente sancito dall'art. 53, comma 7, del D.Lgs. n. 165 del 2001.
In tale contesto, il Collegio Giudicante ritiene che non venga ad assumere alcuna giuridica rilevanza la circostanza che il T., nella sua qualità di "collaboratore ed esperto linguistico" presso l'Università di Palermo, avrebbe potuto, previa comunicazione all'Ateneo, svolgere altre attività.
A parte il fatto che il T. non ha mai comunicato all'Università che, avendo superato il periodo di prova, egli era stato definitivamente immesso nei ruoli della Regione Siciliana come funzionario tecnico a tempo pieno ed indeterminato, assegnato all'assessorato ai Beni Culturali- Soprintendenza del Mare, assume decisiva rilevanza la circostanza che il T. ha prestato ininterrotto servizio per oltre sette anni presso la Regione Siciliana, avendo dichiarato falsamente di "non trovarsi in nessuna delle condizioni previste dagli artt. 60 e 65 del D.P.R. n. 3 del 1957 e dall'art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001, relativi alle incompatibilità ed al cumulo di impieghi" (v. la nota acquisita al protocollo n.1033 in data 5.7.2005 dell'Unità Organica "Affari Generali del Personale, Ragioneria e Contabilità" della Soprintendenza del Mare presso l'assessorato regionale ai Beni Culturali ed Ambientali).
L'aver reso alla Regione tale falsa dichiarazione, l'aver continuato ostinatamente a tacere per oltre sette anni alla medesima Amministrazione il fatto che egli prestava attività lavorativa anche presso l'Università di Palermo (non importa se in regime di diritto privato anziché d'impiego pubblico), il non aver, quindi, rispettato il regime giuridico di "esclusività" che lo legava alla Regione, il non avere comunicato all'Ateneo la propria posizione di funzionario definitivamente assunto nei ruoli della Regione Siciliana, il non aver richiesto alcuna autorizzazione alla Regione per poter continuare ad espletare eventualmente l'attività presso l'Università, si configurano inequivocabilmente come comportamenti dolosi, tenuti dal T. in violazione inescusabile della normativa sopra illustrata.
Non v'è alcun dubbio, inoltre, che i medesimi comportamenti siano stati anche finalizzati a tenere celata la fattispecie illecita e produttiva di danno erariale, ragion per cui, essendosi in presenza di un doloso occultamento del danno, va respinta l'eccezione di prescrizione sollevata dal T. con riferimento alle quote relative alle annualità 2006, 2007 e 2008, dovendo affermarsi, sulla base dell'art. 1, comma 2, della L. n. 20 del 1994, che il termine di prescrizione quinquennale per l'esercizio dell'azione di responsabilità amministrativa a carico del T. non poteva iniziare a decorrere prima della scoperta (avvenuta nel 2013) della vicenda.
Il Collegio Giudicante ritiene, pertanto, che il Giudice di primo grado abbia correttamente applicato nei confronti del T. (funzionario tecnico in servizio presso la Regione Siciliana) le disposizioni contenute nell'art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001, secondo le quali, in caso d'inosservanza del divieto di svolgere attività lavorative retribuite, che non siano state debitamente autorizzate dall'Amministrazione d'appartenenza, il pubblico dipendente infedele è obbligato a versare tutti gli emolumenti, a lui dovuti per tali attività, nel conto dell'entrata del bilancio dell'Amministrazione d'appartenenza, affinchè siano destinati ad incrementare il Fondo di Produttività o fondi equivalenti.
Per quanto riguarda la quantificazione dell'onere da addebitare al T., il Collegio Giudicante reputa meritevole d'accoglimento l'appello incidentale proposto su tale punto dalla Procura Generale, la quale ha sostenuto che la Sezione di primo grado ha proceduto, in carenza dei presupposti previsti dall'art. 1226 del c.c. e senza, peraltro, fornire alcuna specifica e congrua motivazione, ad individuare in via equitativa la somma che il T. veniva condannato a versare alla Regione Siciliana.
Orbene, il Collegio Giudicante rileva che effettivamente l'ammontare del danno risarcibile non era incerto o, comunque, difficilmente calcolabile, dato che era già stato quantificato con precisione dal P.M. nell'atto di citazione (sulla scorta della documentazione acquisita al fascicolo processuale) in Euro 241.862,68, ossia in misura corrispondente agli emolumenti retributivi lordi, spettanti al T. per le attività lavorative da lui prestate, durante il periodo dall'1.1.2006 al 27.6.2013, alle dipendenze dell'Università di Palermo, emolumenti che, in ottemperanza alle tassative disposizioni contenute nell'art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001 (disciplinanti le conseguenze della mancata osservanza, da parte dei dipendenti pubblici, del divieto di svolgere attività retribuite al di fuori dell'Amministrazione d'appartenenza e senza autorizzazione della medesima), andavano versati alla Regione Siciliana, alla quale il T. era ed è tuttora legato da rapporto d'impiego a tempo pieno ed indeterminato, in qualità di funzionario tecnico in servizio presso l'assessorato ai Beni Culturali- Soprintendenza del Mare.
Il Collegio Giudicante reputa conclusivamente che l'onere risarcitorio (già quantificato dalla Sezione di primo grado in Euro 160.940,22) debba essere rideterminato in Euro 241.862,68, somma da maggiorarsi (trattandosi di "debito di valore") della rivalutazione monetaria (da calcolarsi con decorrenza dal 10.3.2014, data in cui è stato notificato al T. l'atto di citazione in giudizio, e sino al 24.7.2014, data di pubblicazione della sentenza di primo grado) e degli interessi legali (da computarsi a partire da tale ultima data e sino al soddisfo).
In base al principio della "soccombenza legale", il T. va, altresì, condannato alla rifusione, in favore dello Stato, delle spese inerenti il presente giudizio d'appello.
P.Q.M. 
la Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale d'Appello per la Regione Siciliana, definitivamente pronunciando:
rigetta l'appello proposto da T.P. avverso la sentenza n.927/2014, emessa dalla Sezione Giurisdizionale per la Regione Siciliana in data 24.7.2014;
accoglie l'appello incidentale proposto dalla Procura Generale avverso la medesima sentenza e, pertanto, ridetermina in Euro 241.862,68, da maggiorarsi della rivalutazione monetaria (da calcolarsi con decorrenza dal 10.3.2014 e sino al 24.7.2014, data di pubblicazione della sentenza di primo grado) e degli interessi legali (da comp