#3402 Consiglio di Stato, Sez. VI, 5 luglio 2017, n. 3306

Abilitazione scientifica nazionale-Commissione esaminatrice-Giudizio-Criteri-Obbligo di motivazione

Data Documento: 2017-07-05
Autori:
Autorità Emanante:
Area: Giurisprudenza
Massima

Per giurisprudenza consolidata in materia, le commissioni esaminatrici hanno la possibilità di introdurre criteri e parametri ulteriori rispetto a quelli generali indicati nello stesso decreto, ai fini della valutazione delle pubblicazioni e dei titoli, purché diano ragione della scelta effettuata, che può essere giustificata dalla natura del settore scientifico interessato, con atto motivato al quale deve essere data adeguata pubblicità con le modalità suindicate.

Contenuto sentenza
N. 03306/2017 REG.PROV.COLL.
N. 04429/2016 REG.RIC.
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 4429 del 2016, proposto da Daniela Bolognino, rappresentata e difesa dagli avvocati Andrea De Vivo e Francesca D'Alessio, con domicilio eletto presso lo studio della prima in Roma, Via E.Q. Visconti, n. 20; 
contro
Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, Ministero dell’economia e delle finanze, Ministero della pubblica amministrazione e l’innovazione, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentati e difesi per legge dall'Avvocatura generale Dello Stato, domiciliata in Roma, Via dei Portoghesi, n. 12; 
Commissione per l’abilitazione scientifica nazionale nel settore concorsuale 12 D/1-diritto amministrativo, non costituita in giudizio; 
nei confronti di
Fabio Giglioni, rappresentato e difeso dagli avvocati Angelo Clarizia e Aristide Police, con domicilio eletto presso lo studio del primo in Roma, Via Principessa Clotilde, n. 5;
Roberto Cavallo Perin, Gaetanino Longobardi, Margherita Maria Ramajoli, Antonio Carullo, Miguel Beltran De Felipe, Ignazio Impastato, non costituiti in giudizio; 
per la riforma
della sentenza del T.A.R. LAZIO - ROMA: SEZIONE III, n. 3747/2016, resa tra le parti, concernente valutazione negativa in relazione al conseguimento dell'abilitazione scientifica nazionale alle funzioni di professore universitario di II fascia per il settore concorsuale 12/d1-diritto amministrativo;
 Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio dei Ministeri dell’istruzione, dell’università e della ricerca, dell’economia e delle finanze, della pubblica amministrazione e l’innovazione, nonchè di Fabio Giglioni;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 25 maggio 2017 il Cons. Italo Volpe e uditi per le parti gli avvocati Giuliano Fonderico, per delega di Andrea De Vivo, Angelo Clarizia e, dello Stato, Paola Saulino;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
FATTO e DIRITTO
1. Col ricorso in epigrafe la persona fisica ivi pure indicata ha impugnato la sentenza del Tar Lazio n. 3747/2016, pubblicata il 24.3.2016, che, con compensazione delle spese, le ha respinto il ricorso proposto per l’annullamento:
- del giudizio di non abilitazione alla seconda fascia (professore associato) in diritto amministrativo n. 14147, pubblicato il 24.12.2013 sul sito ufficiale dell’abilitazione scientifica nazionale (di seguito “ASN”) del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (di seguito “Ministero”);
- del verbale n. 1-bis del 5.4.2013 di definizione di criteri e parametri di valutazione da parte della commissione;
- del verbale n. 13 del 20.11.2013, con i relativi allegati nn. 1, 2 e 3;
- del provvedimento del Ministero di approvazione dei lavori della commissione per l’ASN nel settore 12 D/1-diritto amministrativo;
- dell’art. 5, co. 4, lett. c), d), e), del d.m. n. 76/2012;
- del decreto direttoriale n. 222/2012 di regolazione della procedura per il conseguimento dell’ASN alle funzioni di professore universitario di prima e seconda fascia;
- del decreto direttoriale n. 237/2013 di nomina della commissione;
- del decreto direttoriale n. 812/2013 di nomina – in seno alla commissione – della prof.ssa Margherita Maria Ramajoli dell'Università degli studi di Milano-Bicocca, in sostituzione (per dimissioni accettate con d.d. n. 717/2013) della prof.ssa De Pretis.
1.1. In sintesi, la sentenza ha motivato nel senso di ritenere infondato:
- un primo motivo, volto a contestare le valutazioni negative espresse (per vizio del giudizio per irragionevolezza, inadeguatezza e non proporzionalità, nonché per difetto di istruttoria e travisamento dei fatti), in quanto detto giudizio “è espressione della discrezionalità tecnica (…) che può essere sindacata in questa sede solo se manifestamente illogica o irragionevole”, profilo quest’ultimo non riscontrabile nella specie perché:
-- “tutti i componenti della Commissione hanno concluso che l’attività scientifica della candidata non potesse essere considerata positivamente, sotto il profilo: del livello scientifico (…), del carattere ricognitivo e descrittivo e talora ripetitivo delle opere (…) e dell’assenza di rigore metodologico (…)”;
-- “I criteri di valutazione adottati dalla Commissione per quanto attiene, in particolare, al numero e tipo delle pubblicazioni, continuità temporale delle stesse (…) e all’inserimento a corredo della domanda di partecipazione di almeno due pubblicazioni di livello buono o eccellente, di cui almeno una monografia (…) sono stati seguiti in maniera analoga anche rispetto agli altri candidati.”, onde i giudizi dei commissari “non possono ritenersi illogici o irragionevoli o sproporzionati rispetto alle risultanze documentali”;
-- la commissione non era obbligata ad acquisire un parere pro veritate da un esperto del settore (capace di valutare appieno la produzione scientifica della partecipante all’ASN) “Né sotto tale profilo la ricorrente ha dato compiuta prova dell’esistenza di specifici profili di incapacità o inattitudine dei componenti della commissione a valutare i propri titoli scientifici.”;
-- non persuadeva la censurata eccessiva brevità dei tempi di valutazione dedicati alla candidata, non risultando probante una loro mera stima approssimativa, derivante dal computo della media dei tempi complessivi di lavoro della commissione;
- un secondo motivo, volto a contestare i criteri più selettivi di valutazione che la commissione s’era data col verbale n. 1-bis del 5.4.2013, perché, considerate le rilevanti disposizioni di settore:
-- è attribuito “alle commissioni il potere di individuare criteri e parametri ulteriori e più selettivi rispetto a quelli già previsti negli artt. 4 e 5 del medesimo regolamento” (d.m. n. 76/2012) e nella specie “La commissione, in applicazione di siffatta possibilità, con il verbale n. 1-bis ha proceduto a ponderare i criteri predeterminati nei limiti di discrezionalità consentiti dal sopra citato art. 3, comma 3.” e dunque “non ha escluso nessun criterio e/o parametro di valutazione, ma si è limitata a stabilire il peso da attribuire a ciascuno di essi, ed ha individuato quali specifici criteri ai fini del conseguimento della abilitazione per docenti di seconda fascia (…)”;
-- conseguentemente si ricavava “che la commissione, nell'esercizio dei propri poteri discrezionali, non ha “azzerato il parametro dell'impatto delle pubblicazioni” (come sostiene la ricorrente), ma ha stabilito di ritenerlo secondario rispetto all'altro parametro di valutazione delle pubblicazioni” e “non ha pretermesso del tutto il rilievo della collocazione editoriale, ma lo ha posto in una posizione secondaria rispetto al valore preponderante della “qualità della produzione scientifica” e rispetto al valore pregiudiziale della “coerenza con il settore concorsuale” delle pubblicazioni e dell'individuazione “dell'apporto individuale””;
-- perciò la commissione – in modo logico e non contradditorio, giacchè espressivo della sua propria sfera di discrezionalità – aveva “applicato correttamente l'art. 3, comma 3, del D.M. 76/2012, effettuando una “ponderazione di ciascun criterio e parametro” attraverso i quali sono valutati i titoli” e non poteva ritenersi che essa avesse “ridotto il perimetro dei titoli da considerare”, quanto piuttosto “inteso formulare delle indicazioni volte a definire delle soglie minime di qualità che dovevano essere soddisfatte ai fini del conseguimento della abilitazione, rimanendo pur sempre vincolata a valutare tutti i titoli dei candidati”;
-- era quindi da disattendere anche la censura volta a contestare “la possibilità che le Commissioni prevedano criteri e parametri ulteriori e più restrittivi di quelli posti dalla lex specialis della procedura, o che esse decidano di non utilizzare alcuni di tali predeterminati strumenti di valutazione, ai sensi dell’art. 3, comma 3, del D.M. n. 76/2012”, possibilità invece giustificata dall’art. 16, co. 3, lett. a), della l.n. 240/2010 e che risponde alla varietà dei settori concorsuali per cui la procedura viene indetta (possibilità nella specie peraltro esercitata, non illogicamente, per prediligere una valutazione di tipo soprattutto qualitativo delle opere scientifiche dei candidati);
-- gli altri titoli della candidata, poi, non erano stati obliterati giacchè qualificati “di interesse, ma non sufficienti a modificare sostanzialmente il giudizio collegiale negativo”, in coerenza del resto con la condivisibile predilezione di elementi soprattutto qualitativi attinenti alla produzione scientifica (che tuttavia, nella specie, era stata ritenuta, per lo più, di carattere limitato);
- un terzo motivo, volto a contestare la legittimità del d.m n. 76/2012, dato che:
-- esso invece “distingue in modo sufficientemente netto i criteri di valutazione per i docenti di prima e di seconda fascia negli artt. 4 e 5 dedicati rispettivamente alla valutazione dei titoli e delle pubblicazioni scientifiche per l'attribuzione dell'abilitazione alle funzioni di professore di prima e di seconda fascia” e la distinzione non “è stata elisa dagli ulteriori criteri adottati dalla commissione in esame che nel verbale n. 1 bis distingue nettamente tra i docenti di prima e di seconda fascia”;
-- “sulla base dei criteri e della ponderazione degli stessi stabilita dalla Commissione, la ricorrente, comunque, non avrebbe potuto sopperire alla carenza qualitativa delle pubblicazioni con la valutazione positiva di eventuali ulteriori titoli”;
-- “La ricorrente, quindi, non potrebbe trarre alcuna utilità dalla contestazione dei parametri per la valutazione dei titoli di cui all'art. 5, comma 4, del D.M. 76/2012, posto che la mancata abilitazione si fonda principalmente sulla carenza di qualità delle pubblicazioni indicate ai fini del giudizio valutate in base al parametro di cui al punti 3.3.1. del verbale n. 1 bis.”.
2. L’appello è fondato sui seguenti motivi:
a) error in iudicando (e in procedendo) - difetto di istruttoria - illogicità - travisamento dei fatti e disparità di trattamento - violazione dei criteri del d.m. n. 76/2012 e dei principi dell'art. 16 della l.n. 240/2010;
b) error in iudicando per la erronea valutazione da parte del giudice di primo grado dei criteri di cui al verbale 1-bis del 5.4.2013, che sono illegittimi per violazione degli artt. 3, co. 3, e 5, co. 4, del d.m. n. 76/2012 e della ratio della l.n. 240/2010 - eccesso di potere;
c) error in iudicando in riferimento alla ritenuta insussistenza della illegittimità dell’art. 5, co. 4, lett. c), d), e), del d.m. n. 76/2012, per violazione dell'art. 16 della l.n. 240/2010 e degli artt. 3 e 97 Cost..
In breve, ad avviso di parte la sentenza impugnata è erronea perché:
a.1) l’illogicità e l’irragionevolezza dell’operato della commissione giudicatrice era individuabile:
a.1.1) nell’errore di fatto e nell’omissione di pronuncia su un motivo di gravame (1° motivo dell’originario ricorso) riguardante l’impugnato giudizio collegiale negativo, viziato da travisamento dei fatti ove s’è affermato che – nonostante le sue 81 pubblicazioni, indicate negli atti di partecipazione, ed il fatto che quello del lavoro pubblico è certamente “una materia nella materia” – “la candidata ha approfondito e studiato un unico argomento, ossia la disciplina del personale alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, con particolare riferimento al personale dirigenziale, non dimostrando varietà di interessi scientifici”;
a.1.2.) nella disparità di trattamento nella valutazione delle pubblicazioni (censura non valutata in primo grado), dato che, non essendo quello della “varietà” (tematica) un criterio premiante nella valutazione dei candidati all’ASN, nella specie, essendo stato questo criterio applicato alla deducente e non ad altri (che invece avevano conseguito l’ASN nonostante una analoga assenza di “varietà”), la prima risultava evidentemente discriminata;
a.1.3) nel difetto di istruttoria nella valutazione delle pubblicazioni e nell’omessa richiesta del parere pro veritate, invece necessario dato che, dal curriculum dei membri di commissione, emergeva evidente che nessuno di essi fosse versato nei temi specifici affrontati nei lavori scientifici della candidata. Ciò senza contare che i suoi lavori in tema di lavoro pubblico erano sempre stati pubblicati su riviste di fascia A, ossia “riconosciute come eccellenti a livello internazionale per il rigore delle procedure di revisione e per la diffusione, stima e impatto nelle comunità degli studiosi del settore, indicati anche dalla presenza delle riviste stesse nelle maggiori banche dati nazionali e internazionale”, e dunque valutabili piuttosto da una commissione dotata di adeguata esperienza;
a.1.4) nell’illogicità e irragionevolezza della motivazione sui tempi esigui di lettura delle pubblicazioni dei candidati (ed anche della ricorrente);
a.1.5) nella mancata valutazione dei titoli scientifici della candidata – la cui censura i primi Giudici hanno ricollegato al secondo e non, come proposto, al primo motivo del ricorso originario –, violandosi così i criteri del d.m. n. 76/2012 e i principi dell’art. 16 della l.n. 240/2010, noto essendo che invece i titoli devono essere valutati prima delle pubblicazioni scientifiche. Invero, erroneamente la commissione ha ritenuto che ai sensi dell'art. 5, co. 4, del d.m. n. 76/2012 i titoli non fossero valutabili in quanto “non del tipo indicato dal decreto in questione perché (…) "non esteri ed internazionali" (come se si trattasse di giudicare un aspirante professore ordinario)”;
b.1) i primi Giudici erroneamente hanno ritenuto inesistenti i vizi di legittimità presenti nei criteri stabiliti dalla commissione nel citato verbale n. 1-bis ed il connesso eccesso di potere, con ciò non cogliendo piuttosto che con tali ulteriori criteri la commissione ha determinato un’impropria alterazione dei criteri di valutazione stabiliti dalla 1.n. 240/2010 e dal d.m. n. 76/2012 (con eliminazione, di fatto, dei criteri “oggettivizzanti” e, all’opposto, esaltazione massima dei criteri di discrezionalità-tecnica nella valutazione dei candidati);
c.1) i primi Giudici erroneamente hanno ritenuto inesistenti i vizi di legittimità dell'art. 5, co. 4, lett. c), d), e), del d.m. n. 76/2012 sollevati nel ricorso di primo grado in subordine ed ove non fosse stato accolto il primo motivo di ricorso.
3. Il Ministero, costituendosi, ha prodotto l’11.7.2016, per il tramite dell’Avvocatura erariale, solo una nota del suo competente Dipartimento con la quale esso resiste, peraltro (giacchè risalente al maggio 2014), alle avversarie tesi censorie proposte in primo grado. Nella sostanza lo stesso ha difeso l’operato della commissione giudicatrice.
4. Si è altresì costituito in giudizio il pur intimato dott. Fabio Giglioni, concludendo per la reiezione dell’appello.
5. Con memoria dell’1.8.2016 l’appellante ha ritenuto di replicare comunque alle affermazioni difensive del Ministero, pur preliminarmente eccependone la nullità giacchè non espressive di un rituale atto processuale di parte e non sottoscritto da difensore abilitato.
6. Con ordinanza della Sezione n. 3373/2016, pubblicata il 5.8.2016, la domanda cautelare dell’appellante, tesa alla sospensione dell’esecutività della sentenza impugnata, è stata accolta nei soli limiti della sollecita fissazione dell’udienza di discussione del merito del ricorso.
7. L’appellante ha quindi depositato il 20.4.2017 memoria riepilogativa dei propri argomenti.
8. La causa, chiamata poi alla pubblica udienza di discussione del 25.5.2017, è stata ivi trattenuta in decisione.
9. Affrontando il tema posto dalla vicenda contenziosa in esame, occorre in primo luogo osservare che non è consentito prendere in considerazione la nota difensiva del Ministero in quanto la stessa, sebbene formalmente depositata l’11.7.2016, in verità risale al maggio 2014 e, nei contenuti, replica alle tesi svolte dal ricorrente in primo grado.
Di questa nota, dunque, non è possibile tenere conto giacchè – pur in ipotesi superando l’eccezione avversaria volta a contestare il suo mancato recepimento in un atto difensivo proprio della difesa erariale – essa non è rivolta a confutare gli argomenti esposti con l’appello in epigrafe.
10. Poi, non persuade la censura volta a contestare una presunta brevità dei tempi di valutazione e di giudizio che la commissione avrebbe dedicato alla candidata e ciò eminentemente per il fatto che la deduzione di parte – dai cui deriverebbe il suo convincimento in ordine alla brevità di tali tempi – deriva da una stima generica, in parte, ed approssimativa, nel resto, quanto al metodo seguito dalla parte nell’effettuarla sia del tutto affidata ad una semplice media ricavata dal computo dei tempi complessivi di lavoro della commissione.
Non è possibile, pertanto, ricavare in modo assolutamente inequivoco che una supposta brevità dei lavori della commissione abbiano specificamente inciso sui giudizi dell’appellante.
11. Neppure persuade, inoltre, la censura riguardante il fatto che la commissione non si sarebbe premurata di acquisire un parere pro veritate (circa la qualità delle pubblicazioni della candidata, prese in considerazione) in funzione di una inadeguatezza (accademica e/o professionale) dei suoi singoli componenti nel giudicare il merito scientifico della produzione offerta in esame dalla candidata, specie per quanto attiene all’ambito di materia cui essa più si è dedicata, ossia quello del lavoro, e della relativa organizzazione, presso le pubbliche amministrazioni.
Ad avviso di parte, in sostanza, i componenti della commissione erano sì validi accademici e tuttavia nessuno di essi (stando ai loro curricula) poteva reputarsi un esperto della branca di materia cui essa più si era dedicata a livello scientifico.
Al riguardo, posto in via preliminare che neppure l’appellante ha messo in dubbio che la sua materia d’elezione faccia effettivamente parte del settore disciplinare 12 D/1-diritto amministrativo (per cui essa ha concorso) né tanto meno la parte ha ritenuto di elevare a dubbio criteri e metodi di ripartizione degli stessi settori disciplinari (onde, ad esempio, inferirne un’inappropriatezza – per eccessiva ampiezza – di quello per il quale ha concorso), non v’è dubbio che una sempre più frequente tendenza di coloro che si formano (onde aspirare alla progressione nella carriera accademica) specializzandosi in segmenti particolari di materia può poi condurre a fargli ritenere che altri accademici (pur sempre appartenenti al più ampio settore di riferimento, quale il diritto amministrativo nella specie) non siano del tutto in grado di cogliere lo specifico qualitativo dei loro studi settoriali.
L’ordinamento non esclude che, in casi estremi, ciò in effetti possa accadere ed è per questo, appunto, che è stata prevista la possibilità per le commissioni giudicatrici di farsi coadiuvare nei loro giudizi, in tali casi, dall’opinione di colleghi (esterni alla commissione e ritenuti) più che versati (dato il corso dei loro studi) in uno specifico segmento di materia rientrante nel più ampio genus (diritto amministrativo, nel caso in discorso) del settore per il quale viene bandita la procedura valutativa.
Tuttavia nella fattispecie, tenuto peraltro conto del regime effettivamente vigente in argomento all’epoca dei lavori della commissione, qui oggetto di censura, né si reputa che ricorresse uno di tali casi estremi né l’appellante ha fornito specifiche indicazioni in ordine alle particolari difficoltà che i suoi approfondimenti scientifici avrebbero mostrato, tali da sottrarli alla capacità valutativa degli accademici (pur sempre qualificati e noti) che formavano la sua commissione giudicatrice.
Va inoltre sottolineato (sempre sulla base della normativa in argomento dell’epoca) che l’apprezzamento dell’effettiva necessità, di caso in caso, di ricorre a tale forma di sussidio (per le commissioni giudicatrici) doveva pur sempre essere effettuato con attenzione e che giustamente le commissioni ricorrevano a tale forma di ausilio con moderazione. La conseguenza, altrimenti, sarebbe stata quella di una possibile inflazione del ricorso a detto rimedio estremo e, in ultima analisi, ad uno svuotamento del senso stesso di una commissione valutativa a composizione plurima, visto che in fin dei conti, a fronte della richiesta di parere ad un (super)esperto da parte della stessa commissione, il giudizio sui candidati rischiava di diventare monocratico e non più collegiale.
Sotto altra prospettiva, infine, se l’esigenza che si dovesse trarre dalla tesi propugnata in argomento dall’appellante fosse quella che in ogni commissione valutativa sedesse almeno un (super)esperto nei singoli specifici settori di approfondimento scientifico cui i candidati si possono dedicare volta a volta, ne conseguirebbe l’impossibilità stessa di una commissione unica per tutti i partecipanti ad una tornata valutativa e, piuttosto, la necessità di passare a commissioni a composizione variabile, in funzione delle particolarità scientifiche nelle quali i candidati risultano essere versati.
Questo però, all’evidenza, presupporrebbe una profonda innovazione dell’assetto regolatorio attuale in materia, suscettibile di essere perseguita – ove mai condivisa o ritenuta appropriata, nelle opportune sedi – solo attraverso apposite modificazioni normative e non certo attraverso un’evoluzione giurisprudenziale.
Un moderamen a tale estremizzazione si è tuttavia già avuto con la novella dell’art. 16, co. 3, lett. i), della l.n. 240/2010 – operata dall'art. 14, co. 3-bis, lett. b), n. 2.7), del d.l. n. 90/2014, convertito, con modificazioni, dalla l.n. 114/2014 – per effetto della quale detta disposizione recita ora nel senso che “il parere è obbligatorio nel caso di candidati afferenti ad un settore scientifico-disciplinare non rappresentato nella commissione”.
12. Neppure si condividono, poi, i tratti di censura prospettati dall’appellante e volti a far ritenere, nella specie, che la commissione non potesse dotarsi – introducendoli preventivamente, rispetto ai propri lavori – di criteri maggiormente selettivi nell’analisi del materiale tutto prodotto dai diversi candidati ai fini della loro valutazione.
In argomento l’orientamento giurisprudenziale è ormai sufficientemente solido nell’affermare che “In base a tale disposizione [art. 3, co. 3, del d.m. n. 76/2012], che questa Sezione ha già ritenuto legittima (cfr. fra le più recenti, Consiglio di Stato, Sez. VI, n. 3897 del 16 settembre 2016), le commissioni giudicatrici hanno quindi la possibilità di introdurre criteri e parametri ulteriori rispetto a quelli generali indicati nello stesso decreto, ai fini della valutazione delle pubblicazioni e dei titoli, purché diano ragione della scelta effettuata, che può essere giustificata dalla natura del settore scientifico interessato, con atto motivato al quale deve essere data adeguata pubblicità con le modalità suindicate.” (Consiglio di Stato, VI, 29.12.2016, n. 5534).
In pratica, stando alle determinazioni assunte dalla commissione nel sopra citato verbale n. 1-bis, il criterio maggiormente selettivo che è stato assunto è quello consistito nel voler reputare più qualificante la qualità della produzione scientifica dei candidati piuttosto che la sua mera quantità.
Criterio questo che, secondo anche un parametro di semplice buon senso, non pare affetto da irrazionalità ed illogicità e, dunque, non inciso da abnormità.
12.1. Ciò che invece appare censurabile nel caso di specie – e, in ciò, la fondatezza delle componenti dei motivi di appello che riguardano tale aspetto – è piuttosto il momento applicativo di tale criterio (avuto riguardo alla doverosità degli altri criteri e parametri pur sempre valevoli, in quanto stabiliti dalla fonte superiore costituita dal d.m. n. 76/2012) fattone dalla commissione relativamente alla candidata appellante.
In particolare, la commissione risulta essersi in primo luogo condizionata in funzione di un pregiudizio riguardante un aspetto oggettivamente non rispondente ai fatti, ossia che la produzione scientifica dell’appellante non si fosse allargata ad una gamma di questioni tematiche ulteriore rispetto a quella (maggiormente approfondita) del lavoro, e della relativa organizzazione, presso pubbliche amministrazioni.
In ciò, tra l’altro, la commissione – soffermandosi sul perimetro dell’ambito tematico più affrontato dalla candidata – ha tra l’altro fatto trapelare che un suo sottinteso criterio di valutazione (tuttavia nè contemplato dalle fonti di rango superiore né espressamente enunciato dalla commissione stessa, in occasione della definizione dei contenuti di quel verbale n. 1-bis) volesse essere quello del riscontro, nell’opera del giudicato, di un’elaborazione scientifica sostanzialmente omogenea (per quantità e nell’arco del tempo) tra una varietà (peraltro non meglio predefinita) di temi ed aspetti giuridici diversi. Così, del resto, deprivando di rilievo non tanto e non solo che la produzione dell’appellante fosse stata non marginale (81 pubblicazioni) ma, soprattutto, che la stessa avesse in verità spaziato su argomenti diversi tra loro.
Al riguardo, poi, è oggettivo il riscontro del fatto che questo aspetto critico era stato sollevato dall’appellante in primo grado e che tuttavia la sentenza impugnata non è ha fatto oggetto di motivazione (v. punti a.1.1 e a.1.2 supra).
12.2. Appare inoltre censurabile che, in ritenuta corretta applicazione del criterio più selettivo di cui sopra s’è detto, la commissione si sia focalizzata su alcuni dei lavori scientifici della candidata senza valutare e quotare singolarmente – nel rispetto dei parametri posti al riguardo dal citato d.m. n. 76/2012 – i titoli esposti dall’appallante e, poi, le diverse opere scientifiche dalla stessa prodotte, solo infine riservando il giudizio di particolare qualità all’esito della disamina di tutte le opere indicate, individuando fra esse – secondo il criterio datosi – quelle su cui specificamene soffermarsi.
13. In conclusione, in parziale accoglimento dell’appello in epigrafe, la sentenza impugnata deve essere corrispondentemente riformata e, per l’effetto, devono essere annullati – tra gli atti impugnati – quelli che hanno determinato il giudizio negativo sulla candidata appellante, segnatamente il giudizio di non abilitazione di quest’ultima alla seconda fascia (professore associato) in diritto amministrativo n. 14147, pubblicato il 24.12.2013, e in parte qua il provvedimento del Ministero di approvazione dei lavori della commissione per l’ASN nel settore 12 D/1-diritto amministrativo.
Le residue censure in appello vanno respinte o ritenute assorbite.
13.1. In conseguenza di questa decisione il Ministero dovrà far sottoporre nuovamente a valutazione l’appellante da parte di una commissione in diversa composizione, la quale in particolare dovrà effettuare i propri giudizi – fermo il criterio più selettivo della qualità, di cui s’è detto – nel rispetto completo dei criteri e dei parametri di cui al d.m. n. 76/2012.
Valuterà la nuova commissione se, ricorrendone i presupposti, dover far applicazione altresì dell’art. 16, co. 3, lett. i), penultimo periodo.
14. Ricorrono giustificati motivi per compensare integralmente fra le parti le spese di questo grado di giudizio.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie in parte e di conseguenza, in parziale riforma della sentenza impugnata, annulla gli atti di cui in motivazione, ordinando che il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca provveda a far nuovamente valutare l’appellante da una commissione giudicatrice in diversa composizione, nei termini pure in motivazione indicati.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 25 maggio 2017 con l'intervento dei magistrati:
Luciano Barra Caracciolo, Presidente
Bernhard Lageder, Consigliere
Vincenzo Lopilato, Consigliere
Francesco Mele, Consigliere
Italo Volpe, Consigliere, Estensore 
Pubblicato il 05/07/2017