Consiglio di Stato: la docenza universitaria a titolo gratuito non può portare a una stabilizzazione del rapporto di lavoro.


Con sentenza del 30 ottobre 2020, n. 6685, la Sezione VI del Consiglio di Stato ha respinto l’appello proposto da quattro ricercatori universitari, che avevano svolto negli anni attività di docenza corrispondente a quella dei professori strutturati, in forza di reiterati incarichi a tempo determinato (affidati a seguito di apposita procedura selettiva e protrattisi per oltre 36 mesi), ruolo in funzione del quale ritenevano di aver conseguito il diritto a vedersi riconosciuta la costituzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Assorbente per la decisione, secondo il Giudicante, l’interpretazione dell’art. 2094 c.c., a norma del quale, tali incarichi non avrebbero nemmeno configurato rapporti di lavoro a tempo determinato, dal momento in cui individua, tra gli elementi essenziali del rapporto di lavoro subordinato, proprio la retribuzione, motivo per il quale l’attività svolta dai ricorrenti, invece, non poteva che essere ricondotta “nell’ambito di un rapporto, diverso da quello lavorativo, caratterizzato dai connotati del servizio onorario, ovvero del servizio reso ‘affectionis vel benevolentiae causa’ “.

Il Collegio ha quindi dato rilievo ai “vantaggi, professionali e di formazione scientifica, connessi all’attività di insegnamento universitario” connessi agli incarichi gratuiti ricoperti presso le Università, che escluderebbero di per sé la possibilità di appellarsi agli articoli 3 e 36 della Costituzione, come già stabilito dai precedenti richiamato (Corte Cost., 18 gennaio 1977, n. 41 e Cons. Stato, Sez. VI, 30 settembre 1980, n. 796).

L’estensore ha quindi escluso la rilevanza di qualsiasi riferimento a plausibili abusi commessi dall’amministrazione universitaria nel ricorso a reiterati contratti di lavoro a tempo determinato, concludendo che tale modus operandi non avrebbe comunque potuto dar luogo a un rapporto impiegatizio a tempo indeterminato, nemmeno laddove l’attività svolta avesse potuto (astrattamente) inquadrarsi nell’ambito dei rapporti di lavoro a tempo determinato, dal momento in cui l’art. 97 cost. sancisce che l’ingresso nel settore del pubblico impiego, “contrattualizzato o meno”, possa avvenire solo “tramite pubblico concorso a ciò espressamente destinato”.

Su quest’ultimo punto, la decisione si è richiamata a svariati precedenti conformi (Cass. Civ., Sez. Lav., 25 giugno 2020, n. 12718; 29 aprile 2014, n. 9385; Cons. Stato, Sez. VI, 13 maggio 2011, n. 2927; 25 giugno 2008, n. 3209; 20 ottobre 1999, n. 1508), cui si può qui aggiungere la giurisprudenza dello stesso Consiglio di Stato concernente l’indizione di procedure concorsuali riservate alla stabilizzazione di personale precario (Cons. Stato, Sez. III, sent. 3 febbraio 2020, n. 872; id., sent. 18 ottobre 2019, n. 7070; Sez. V, sent. 5 dicembre 2014, n. 6004), prassi peraltro legittimata dalla Corte Costituzionale (110/2017, 90/2012, 7/2015, 134/2014, 217/2012, 51/2012, 310/2011, 150/2010 e 9/2010, 293/2009 e 215/2009), che ha chiarito che la facoltà del legislatore di introdurre deroghe al principio del concorso pubblico può essere considerata legittima allorquando essa si ponga come soluzione funzionale al buon andamento dell’amministrazione e sussistano peculiari e straordinarie esigenze d’interesse pubblico idonee a giustificarla.

Più in particolare, secondo la giurisprudenza costituzionale, la stabilizzazione del precariato costituisce soluzione giustificabile solo a condizione che: a) siano stabilite preventivamente le condizioni per l’esercizio del potere di assunzione; b) la costituzione del rapporto a tempo indeterminato sia subordinata all’accertamento di specifiche necessità funzionali dell’amministrazione; c) si prevedano procedure di verifica dell’attività svolta; d) i soggetti da assumere abbiano maturato la propria esperienza all’interno della pubblica amministrazione e non alle dipendenze di datori di lavoro esterni; e) la deroga al principio concorsuale sia comunque contenuta entro limiti tali da non precludere in modo assoluto la possibilità di accesso della generalità dei cittadini al pubblico impiego

Ciò, tenendo presente che, secondo gli stessi giudici della Consulta, non può comunque considerarsi sufficiente la semplice circostanza che determinate categorie di dipendenti abbiano prestato attività a tempo determinato presso l’amministrazione (Corte Cost. n. 205/2006), né può darsi esclusivo rilievo alla “personale aspettativa degli aspiranti” a una misura di stabilizzazione (Corte Cost. n. 81/2006).

Leggi il testo completo: Cons. Stato, Sez. VI, 30 ottobre 2020, n. 6685